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Narrativa

La foto

Pubblicato il 19/12/2017

La vita è fatta di rari momenti di attenzione. Tutto il resto scorre via, senza lasciare traccia

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Quando fai una foto è come se il mondo si fermasse per un momento e tu ne ritagliassi un pezzo, buttando via tutto il resto. Quel pezzo, con un espediente tecnico, diventa un'immagine che puoi rivedere ogni volta che vuoi. Naturalmente, se sei bravo, farai in modo che l'immagine sia bella, perché chi la guarda possa pensare che si tratti di una bella immagine, bene inquadrata, con la luce giusta e che rappresenti un momento che valeva la pena di fermare. Non tutti sono così bravi. La maggior parte delle persone è mediocre. Magari eccellono in qualche altra abilità o specializzazione, ma a catturare immagini sono mediocri. Anche quando possono acquistare attrezzature costose e sofisticate, rimane il fatto che catturano immagini mediocri. Quando guardo le mie foto cerco di guardarle come con gli occhi di un altro, vorrei trovarci la qualità formale che ci si aspetta da un fotografo, ma non la trovo quasi mai. Non sono un fotografo. Non ho mai voluto studiare la tecnica e la fisica della fotografia. Ogni buon fotografo prima o poi dovrebbe conoscerle. Catturo immagini per un unico spettatore, me stesso, e questo mi dà un certo vantaggio. Se si scattano foto per se stessi, si cerca di fissare immagini che si desidererebbe rivedere. Chi guarda una foto che ha scattato di persona, può tirar fuori dal cestino della memoria anche una serie di dettagli che allora aveva scartato per ricostruire un panorama più ampio, sempre fatto di frammenti di immagini, ma più articolato, quasi un racconto. All'immagine della bancarella di vecchie maniglie per porta, presa a Berlino alla fine di gennaio del 2003, posso aggiungere l'aria fredda e umida di quella giornata grigia. Per terra c'è una crosta di ghiaccio su cui fare attenzione a camminare. Gli alberi sono spogli, di colore nero e si protendono con i loro rami sopra le tende con cui i venditori proteggono la loro merce. La foto mi permette di attardarmi a guardare, cosa che non si può fare nella vita, quasi mai. Inquadra una bancarella in un mercatino di cose vecchie. La bancarella è fatta di legno compensato appoggiato su due cavalletti e ricoperto da un tessuto giallo, che appena si vede, perché ricoperto da centinaia di maniglie in ottone, complete della piastra per fissarle. Il legno leggero si piega sotto quel peso. Sulla destra si vede una parte di una seconda bancarella anch'essa di maniglie e sullo sfondo una terza. Sotto la bancarella si intravvedono le cassette da frutta in plastica rossa, dove verranno riposte le maniglie per riportarle a casa. In alto, nell'angolo a destra, dietro le due bancarelle, c'è un uomo che deve essere uno dei venditori. Ha un giaccone chiaro che sembra molto caldo, una coppola impermeabile in testa, ha i baffi e fuma. Sulla sinistra, un secondo venditore cammina, probabilmente su e giù, per scaldarsi i piedi. In questo momento va verso destra. Le maniglie non sono tutte uguali. Hanno forme sinuose su cui posso immaginare di appoggiare la mano e sentire la forma nel palmo. Non sono maniglie qualunque. Hanno forme ricercate, disegnate e realizzate con cura. Sono dettagli di altri tempi, probabilmente di più di cento anni fa, di case borghesi di persone benestanti. Stavano insieme a tendaggi pesanti, a divani di colore rosso scuro, a pavimenti a quadri di piastrelle di cemento levigato o di parquet a rombi. Tutte queste altre cose probabilmente non esistono più, bruciate dalle guerre o demolite e sostituite da moderni palazzi in acciaio e vetro. Qui ci sono solo le maniglie, senza più niente di quello a cui erano attaccate. Ogni maniglia era una porta che si apriva e si chiudeva nella vita di persone che non ci sono più. Sono centinaia, forse migliaia di porte su tre bancarelle di legno. Vicino al secondo venditore c'è un'altra persona, semi nascosta, forse un turista, con uno zainetto sulle spalle. Il fumo continua a uscire dalla bocca del venditore con la coppola.

Posso osservare questa scena a lungo. In origine era un momento qualsiasi di una mattina di fine gennaio del 2003. Io ero lì, ho guardato per un momento e poi ho scattato. Se non l'avessi fatto, quel momento non avrei potuto più rivederlo, sarebbe stato dimenticato, come quasi tutti gli altri momenti della mia vita. Invece posso tornare indietro e fare attenzione a tutti i particolari che quando ero lì non avevo notato. La realtà è fatta di così tanti particolari che solo alcuni possono essere oggetto di attenzione. Il resto scorre via senza lasciare traccia.

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Davide Marchese ha votato il racconto

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Lucia Maria Collerone ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Semartini85 ha votato il racconto

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Riesco a vederlo perfettamente. Ottima foto/descrizione! Segnala il commento

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Lady Nadia ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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di Vindab

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