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Narrativa

La gattara

Pubblicato il 15/05/2019

Una gattara stanca si interroga sulla sua vita e sul futuro

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L’alba è passata da poco, la piazzetta esagonale è silenziosa. In un angolo, un manipolo di gatti attende quieto. Un rumore ben noto ne fa scattare alcuni sull’attenti. Un grosso gatto rosso che sembra aver già visto diverse primavere, e altrettante battaglie, parte in avanscoperta. Un piccoletto tigrato lo segue a qualche passo di distanza.

La donna emerge da un vicolo in salita, sempre più ripido per lei, ogni anno che passa. Ha le spalle un po’ curve, ma si sforza di tenersi il più ritta possibile; ricorda bene com’era gobba sua madre, alla fine, e non vorrebbe imitarla.

«Barbarossa, Struscio, mi siete venuti incontro? Non sfregarti così, micetto, che già sono malferma di mio, finisce che mi mandi a gambe all’aria». Solleva le grandi sporte che tiene in mano per evitare i due musi curiosi.

«Siete soli stamattina?» chiede, prima di alzare lo sguardo e notare gli altri, più distanti. Come fosse un segnale, tutti si mettono a miagolare e scalpitare impazienti. Attirati dalle loro voci, altri gatti li raggiungono, sbucando da diverse direzioni.

Delia posa i pacchi sopra una panchina a lato della fontana. Respinge con fermezza affettuosa i tentativi di incursione.

«Arrivo, arrivo, ce n’è per tutti, lasciatemi il tempo. Quelli che provano a rubarmi il cibo dalle mani saranno serviti per ultimi».

Con uno sforzo evidente si china a posare per terra delle larghe ciotole di ferro, che riempie di croccantini e carne macinata. Deve farsi largo con la mano e qualche bonario rimprovero. Riempire le vaschette alla fontana è più semplice: tutti sono concentrati sul cibo.

L’anziana si siede sulla panchina. Il freddo della pietra le procura un brivido, nonostante lo spessore dei pantaloni di lana. Si stringe nel giaccone. Conta i suoi “protetti”: diciannove. Ci sono un paio di nuovi, sbucati da pochi giorni. Probabilmente buttati fuori da una casa “diventata troppo stretta”, sono spaesati, stanno insieme anche per mangiare. Non ha ancora dato loro un nome, per non affezionarcisi troppo presto: la vita all’addiaccio è spesso insormontabile per i gatti cresciuti in casa. Spera che quei due sapranno cavarsela.

Osserva Morbilla che mangia vorace: ha la pancia bella grossa. Ci saranno delle bocche in più, a breve. L’anziana non ricorda a quando rimonti l’ultima campagna di sterilizzazioni, ma dev’essere passato parecchio, il Comune fa economie a destra e a manca. Vorrebbe poterci pensare lei, ma i risparmi le bastano appena per le vettovaglie.

Si massaggia le reni a due mani: l’umidità del mattino e la scarpinata con le borse pesanti diventano sempre più penose. Forse dovrebbe pensare a passare il testimone. Per qualche istante, immagina una cerimonia di investitura: “ti nomino nuova Gattara Ufficiale. Siine degna!”.

La sua risata attira la curiosità di Barbarossa che le salta sulle ginocchia. Lo gratta piano tra le orecchie dai bordi irregolari e smozzicati, la vibrazione repentina delle fusa le solletica la mano.

«Che ne dici? La Delia deve cercarsi una sostituta? Prima che mi venga un coccolone salendo qui e voi restiate soli».

Il problema è trovare candidati. Di certo non i suoi figli, che non hanno mai condiviso la sua passione per i gatti, anzi. “Li ami più di noi”, le dissero in uno di quei regolamenti di conti tipici di ogni famiglia che si rispetti. Che idiozia! È vero, però, che a volte preferisce la compagnia dei felini a quella degli umani. Si chiede se sia stata una buona madre: sa d’aver fatto del proprio meglio. Alza le spalle e il dolore alla schiena la trafigge.

Elena, la sua figlia minore, è stata, è, una madre geniale. Ha sempre provato ammirazione per come gestisce tutto, per il rapporto che ha costruito con i figli. Che, in effetti, sono diventati adulti come si deve. I suoi nipoti preferiti. Sa che non dovrebbe averne, ma tant’è.

Ecco, loro, sarebbero adatti. Leo in particolare: chissà se avrebbe voglia e tempo di diventare “gattaro”. Ammesso che esista il maschile del termine. Sa che si usa come dispregiativo, come “strega”, ma lei ci si è affezionata; ormai quando pensa a se stessa lo fa come “Delia la gattara”.

È ora di ripartire, tornerà verso sera a recuperare le ciotole vuote. Scomoda Barbarossa dalle sue gambe e si china a salutare gli altri commensali, satolli e riconoscenti. La schiena le fa sempre più male, ma né lei né loro vorrebbero rinunciare a questi momenti di tenerezza. Riserba una carezza in più a Morbilla. Potrebbe salire con uno scatolone nei prossimi giorni, e provare a portarsela a casa, almeno per qualche settimana. Si chiede se Milo e Mila, i suoi gatti coinquilini, sarebbero disposti ad accettare un’ospite, una nidiata di ospiti, per qualche tempo. Raccoglie le due borse, ben più leggere, ora. La piazzetta comincia ad animarsi, Delia ricambia il saluto del barista che apre la saracinesca. Rifiuta con un sorriso il suo invito per un caffè: preferisce andarlo a bere a casa, ha bisogno di riposare. E deve cominciare a cercare uno scatolone per Morbilla.

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Claudio Bandelli ha votato il racconto

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Delia la gattara, bel personaggio, mi piacerebbe che si prendesse cura dei gatti del mio paeseSegnala il commento

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Viola ha votato il racconto

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Sara Albertin ha votato il racconto

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Caucasica ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Le gattare saranno anche streghe ma, se un paradiso c'è, è anche per loro Segnala il commento

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Hans Asperger ha votato il racconto

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Non sopporto i gatti, ma il racconto è scritto bene. Il personaggio è ben delineato.Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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...eh.....i gatti.....!!Segnala il commento

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Befana Profana

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