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Narrativa

La giacca nera

Di Barbara - Editato da Barbara
Pubblicato il 13/06/2019

I ricordi la portarono indietro in quel campo, in posa per essere fotografata immersa in quella distesa di margherite accanto al suo splendore ...

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"Signorina Rossi, suo padre è  deceduto tre giorni fa, un malore improvviso non gli ha lasciato scampo, i medici del pronto soccorso hanno verbalizzato che si è trattato di un infarto, abbiamo fatto fatica a rintracciarla, le disposizioni  che avevamo ricevuto ci hanno imposto di far celebrare il funerale prima di avvisarla.

Il nostro studio legale ha comunque il compito di consegnarle i suoi effetti personali,

come credo sappia infatti, lei é l'unica familiare in vita, vorrei sapere quando possiamo passare a casa sua, ci sarebbero anche dei documenti che deve firmare."

"Va benissimo venerdì, nel secondo pomeriggio, io insegno in una scuola elementare e sono libera solo dopo le sedici."

"Bene, ci vediamo venerdì, buona serata signorina."

"Grazie, buona serata anche a lei."

La telefonata dell'impiegato dello studio legale l'aveva gelata, aveva eliminato, nel vero senso del termine, suo padre dalla sua vita almeno da quindici anni.

Le consegnarono una scatola di cartone, firmò la ricevuta e chiuse la porta, una pratica di routine, anonima, dentro quella scatola era chiusa "una vita".

La pose sulla scrivania del suo studio accanto ai temi dei bambini da correggere.

Si diresse alla finestra che dava sulla strada e guardò fuori, stava già facendo buio, non se ne stupì, era il tredici di dicembre, il giorno di S.Lucia, al mattino aveva detto ai suoi piccoli alunni, "il giorno più corto che ci sia".

Si volse verso la scrivania e puntò la scatola, rimase a fissarla per un lasso di tempo indefinito, almeno così le parve, i ricordi la portarono indietro nel tempo in quel campo di margherite, facendola ripiombare in un incubo.

Voleva gettarla nel bidone dell'immondizia, sarebbe stata la cosa saggia da fare, ma una forza invisibile la trattenne, le voleva fare ancora del male, pensò, non le bastava il coraggio per aprirla, la mise nello sgabuzzino nell'ultimo ripiano dell'armadio a muro.

Se ne andò a letto e tenne la luce accesa come allora, l'orecchio teso verso i rumori del buio corridoio, la porta chiusa a chiave.

Non chiuse occhio, nel macabro dormiveglia rivisse ogni istante di quella notte lontana.

Tutto era iniziato il pomeriggio precedente, il sabato successivo i suoi genitori avrebbero dato una festa per i suoi diciotto anni nella loro casa di campagna.

Aveva raggiunto la casa due giorni prima, in compagnia del padre per i preparativi, sua madre era rimasta in città a lavorare, non stava più  nella pelle aspettava quel giorno da mesi e per l'occasione il fotografo del paese l'avrebbe immortalata in tutto il suo splendore in mezzo al campo di margherite.

Aveva indossato un abitino giallo canarino con un'innocente scollatura che metteva in risalto i suoi seni acerbi, la vita era quella di una vespa :sottilissima. 

La lunghezza del vestito appena sopra il ginocchio, le dava un'aria da donna, ma ancora donna non era, accanto a lei, elegantissimo nella sua giacca nera doppiopetto dai bottoni dorati, il suo papà sorrideva compiaciuto della sua bellezza.

Lei lo chiamava così, ma quello naturale era morto in un brutto incidente lasciandola orfana a soli dieci anni, l'anno dopo era diventato il suo patrigno.

Non faceva mancare nulla alla famiglia però, da quando era diventata adolescente diverse volte aveva notato che la guardava in un certo modo, insistentemente si imbambolava a fissarla, distoglieva lo sguardo solo se sua moglie se ne accorgeva.

Quella sera si presentò  nella sua stanza con latte e biscotti, lei si rifiutò di riceverlo.

Nessuno la poteva sentire mentre gli urlava di smetterla, singhiozzando lo pregava di toglierle le mani sudate di dosso che la frugavano dappertutto .

L'improvvisa entrata in scena di sua madre lo fermò in tempo, si sentiva sporca e in colpa pur essendo la vittima, la genitrice non ebbe dubbi, ascoltò le giustificazioni del consorte, guardandola con un misto di "schifo e delusione".

La sua vita cambiò radicalmente in quel collegio svizzero dove avrebbe dovuto pentirsi.

Rivide sua madre poche volte prima che passasse a miglior vita, nessun accenno all'episodio, un segreto di famiglia da custodire, una vergogna inconfessabile.

Ed ora si sentiva ancora una volta colpevole delle molestie subite.

La luce la sorprese intenta a strofinarsi ogni centimetro del corpo con foga, armata di una spugna sotto il getto dell'acqua scrosciante, un rito di purificazione.

Si avvolse in un asciugamano striminzito, lasciandosi i capelli grondanti, larghe gocce bagnavano il pavimento, udì il furgone dell'immondizia sostare davanti a casa sua, corse allo sgabuzzino prese la scatola e uscì a piedi nudi.

 In un lampo il passato venne scaraventato nel tritatutto del camion.

I netturbini la presero per pazza quando le cadde l'asciugamano e la videro danzare nuda nel vialetto della villetta.

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Candy ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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