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Narrativa

La giostra

Pubblicato il 02/05/2020

"...Proseguì spiegando come funzionava: le persone venivano tirate su e fatte girare perché i problemi restassero a terra e non riuscissero ad afferrarle. Per quello là sopra la gente era felice."

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- Fìccaglielo nell’occhio!

Liberato si girava tra le dita la cannetta gialla tirata poco prima dalla fanga screpolata, dove la strada faceva gomito e c’era l’abbeveratoio. Guardava il ramarro acquattato nell’ombra della cunetta: era un maschio, si vedeva l’azzurro alla gola.

- Se è vivo?

- E su!

La voce di Cateno s’era alzata a simulare un’urgenza: ma là intorno c’erano solo sterpaglie secche e ulivi che pazientavano sotto il sole di inizio Agosto. Cristiani non ce n’erano, cani nemmeno: solo Giannetto andava forse in giro nella canicola del primo mezzogiorno, giù al paese. Ma era scemo.

Liberato si tenne a distanza e fece strusciare la punta della canna sul cemento, verso l’animale; ma quella si impicciò in una pietra, si piegò e liberandosi schioccò sulla pancia dell’animale.

- S’è mosso! Gridò Cateno.

Liberato saltò indietro e gli arrivarono addosso le risate dell’amico. Il ramarro invece stava ancora lì, con la pancia ora un po’ aperta. Sarebbero arrivate presto le mosche nere a infilarsi tra i lembi della pelle, attirate dal sangue.

Cateno imitò il salto fin quasi alla prima casa sulla strada, quella con l’insegna che diceva Pietra Soprana a chi si fosse perso; ma in piazza già parlavano d’altro. Cateno salì con Liberato per la via che si stringeva tra le ultime case del paese e lo lasciò davanti alla porta.

Liberato entrò veloce, per muovere l’aria e godere sugli avambracci e sulla nuca il fresco della casa, fatta della stessa pietra del costone a cui era addossata. Dalla cucina veniva rumore di piatti e l’attesa silenziosa della madre, e si godette anche quella.

- Mamă, sunt acasă!

Guardò la madre, in piedi al lavabo: Tăcere, silenzio, pregavano le sue labbra. Una figura al tavolo mangiava china sul piatto, e a Liberato scese una fucilata lungo la schiena. Si fece un conto veloce di giorni sulle dita per arrivare a quel pomeriggio, ne aggiunse un paio e guardò sul calendario il risultato della somma: la domenica sarebbe stato San Geminato, i pastori avrebbero portato le greggi a benedire e al mercato; anche il padre era sceso dal pascolo e ora stava lì a tirar su dal piatto il sugo.

- Quante volte ti ho detto che in casa mia si parla da cristiani, disse il padre. Si alzò che ancora masticava e si arrotolò le maniche. Liberato si irrigidì quando gli passò vicino, ma andò dalla madre e le afferrò la vita.

Liberato pensò a quando seguiva su al pascolo il padre, che saliva muto, e sempre con l’occhio sulla pietra davanti al passo, e a quando le notti erano fredde e non riusciva a dormire all’aperto nemmeno accucciato a una pecora, e allora doveva dormire nella baracca con il padre; e ora sentiva lo schifo e la vergogna perché aveva pensato che quella volta sarebbe toccato alla madre e non a lui.

Scappò fuori prima che iniziasse.



- Sai dove è la fiera?

Liberato si fece schermo con la mano a guardare in su, dal marciapiede dove stava seduto. Tra le macchie blu degli occhi accecati vide un ragazzo bruno che pareva bruciato, uno biondo piegato sotto una valigia portata a spalla, e un bambino indifferente.

- Come?

- Dove stanno montando le giostre? chiese il bruno.

Liberato si alzò e spiegò con pazienza la strada: destra, destra, alla piazza prendete a scendere e arrivate giù al ponte. Li sentì parlare tra di loro in una lingua che pensava esistere solo nei sussurri di sua madre: ed era nuovo e strano che si potesse ascoltarla senza che qualcuno avesse da ridire. Si leccò le labbra e provò a spingere la pancia a far uscire gli stessi suoni:

- Ești român? chiese.

Venne uno scroscio di risate sorprese e pacche sulle spalle e un sorriso dal bambino, e la risposta:

- Suntem țigani, siamo zingari disse sempre il bruno. Ma aggiunse, vedendo forse la faccia dispiaciuta di Liberato, era un po’ lo stesso perché erano zingari rumeni. Ringraziarono e ciascuno di loro si baciò la mano e la porse a turno a salutare. Liberato però li volle seguire e parlare con loro una lingua rapida all’orecchio ma che gli scivolava sulla lingua, e poi li aiutò a stringere i bulloni dei tubolari e ad alzare i pannelli colorati delle giostre. Il biondo accennò al calcinculo e chiese a Liberato se volesse provare. Proseguì spiegando come funzionava: le persone venivano tirate su e fatte girare perché i problemi restassero a terra e non riuscissero ad afferrarle. Per quello là sopra la gente era felice. Liberato si fece assicurare alla sediolina e quando finì il giro ne chiese un secondo e poi un terzo, perché era bello non essere più una cosa con la terra e sentire invece una dolcezza emozionata alla bocca dello stomaco, come quando si toccava ma che durava di più.

Tornò il giorno dopo, e quello dopo ancora. Si alzava presto la mattina e tornava a casa quando veniva spenta l’ultima lampadina della fiera. Quando Mircea, il capo della carovana, capì che Liberato lavorava e si faceva pagare in giri di giostra si allarmò. Lo chiamò nella sua roulotte, lo fece sedere e gli offrì vino e ciorba: ché un conto era truffare i gagé, un altro sfruttarli, e non voleva che i morti se la pigliassero a male e gli buttassero la malasorte tra capo e collo.

Liberato stava lassù a girare quando Cateno e Don Giosué, il parroco del paese, lo vennero a prendere la sera della festa.



Vieni Liberato, gli disse Don Giosué. Tuo padre si è sentito male giù al bar, all’improvviso s’è alzato dal tavolino e ha aperto le braccia, che le persone là intorno hanno riso e pensato ora si mette a cantare. E invece è andato giù come una pietra di fiume, l’hanno portato dal medico. Capisci? Chiedeva Don Giosuè, chino a guardare dritto negli occhi Liberato; che stava muto, e pensava che tanto aveva girato sulla giostra che i suoi problemi si erano stancati di rincorrerlo. Liberato fece sì con la testa, che aveva capito. Andò dritto da Mircea a dirgli che non sarebbe venuto per un paio di giorni, ma che sarebbe tornato per andare via con loro, perché suo padre era morto.



Liberato si dondolava sulla sedia, un dondolìo leggero e senza requie, a sentire sua madre mugolare. Il lamento di tanto in tanto si alzava e si arricciava quasi a formare parole, allora Liberato si agitava, e non era la pietà ma la rabbia che lo scuoteva, ogni lamento una coltellata di gelosia e ingiustizia. Quando la madre si quietava lo faceva anche Leandro, che pregava che smettesse, che il padre non meritava rimorso. Così avrebbe fatto lui: avrebbe dato silenzio al morto e alle persone venute a salutare, e appena fosse passato un giorno intero sulla tomba chiusa sarebbe andato via.

Era venuto lo sciame nero delle donne, attirate dal morto; erano intorno alla madre, a litaniare perchè il suo dolore avesse le loro preghiere per reggersi, e il nero che aveva preso si accompagnasse al loro.

Liberato non guardava il padre morto steso sul letto: quella forma che non gli riconosceva gli faceva ancora più paura, e lui avrebbe voluto essere fuori da casa, sulla via verso la carovana; e invece era seduto là.

Accolse con sollievo l’arrivo di Don Giosuè in paramenti. Si alzò per uscire e mettersi in un angolo della via ad aspettare la bara, ma la gente lo sospinse verso la madre, che gli si aggrappò: le donne l’avevano accompagnata fino a quel punto, ora toccava al figlio. Si avviarono a piedi, scesero lenti la strada dietro la bara per raggiungere il camposanto, seguiti dalle donne in nero, dagli uomini, dagli sfaccendati e dai bambini, nella gerarchia del dolore mostrato. Le donne offrivano il loro controcanto alla madre, che a tratti ci si accordava. Mamă non piangere, siamo liberi le sussurrava liberato all’orecchio, perché fai così; ma lei guardava la bara e si lasciava portare, e sussurrava soțul meu, marito mio. Mamă se proprio devi piangere, fallo ora e poi saremo felici, diceva Liberato, ma lei non rispondeva. Domani me ne andrò, le diceva all’orecchio, e se vuoi potrai vendere la casa e tornare dai tuoi vecchi a Brașov. Sono sola diceva lei, sei libera rispondeva il figlio; ma lei non ascoltava e continuava a piangere. Povera me, diceva lei, povera me, chi mi aiuterà. Ti aiuterò io rispondeva Liberato, se sarà necessario mi tratterrò qualche giorno in più e poi andrò. I debiti, si lamentava la madre; lavorerò per i debiti, mamă, pazienterò qualche settimana e poi me ne andrò rispondeva lui. Le pecore, le pecore diceva la madre, e a ogni cosa che la madre diceva Liberato si sentiva più pesante. Ci sono io, disse Liberato con il cuore pesante, ci sono io qui, aggrappati a me. Porterò io le pecore su al pascolo, e le riporterò giù al mercato l’anno prossimo. A sentire così la madre guardò negli occhi il figlio e si calmò. Passarono i cancelli del cimitero, e Liberato vide appoggiate al muro tre figure. Mentre le sorpassava le guardò e fece lento no con la testa, perché lo vedessero bene. Le figure annuirono e si tirarono su, aspettarono che il corteo fosse passato e andarono via.

Dopo che la fossa fu coperta, Liberato aspettò che tutti si fossero fatti un segno di croce e se ne fossero andati e rimase lì, ad accarezzare il braccio che si teneva al suo e a sussurrare ci sono io, figlio del dolore di sua madre e della paura per suo padre.

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Graograman ha votato il racconto

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Mi ero perso gli ultimi racconti! Un gioiello scritto benissimo come un lungo requiem alla libertà ed all'infanzia.Segnala il commento

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Viola ha votato il racconto

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Tanit ha votato il racconto

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L'intensità della scrittura è perfetta per l'intensità della storia. Uno dei pezzi più belli che mi siano mai capitati sotto gli occhi.Segnala il commento

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Frederick Peron ha votato il racconto

Esordiente

Hai uno stile di scrittura molto interessante e pieno d'impatto. Quest'opera lo dimostraSegnala il commento

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Mayy ha votato il racconto

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Isa.M ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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ipa ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Forse il migliore dei tuoi racconti, senza togliere nulla agli altri. La rinuncia del ragazzo, maturata poco a poco durante il funerale, stringe il cuore. Piaciuta l’impronta popolare rafforzata dal linguaggio, e l’idea di libertà che le giostre regalano. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Ondina ha votato il racconto

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Molto belloSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bellissimo davvero. Una delle cose più belle che abbia letto qui sopra. Il cambiamento nel ragazzo - la rinuncia al progetto, l'accettazione del suo status di figlio di madre vedova - è fantastico. E anche la figura della madre è perfetta. Complimenti.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bella scrittura, fluida, ma articolata e "densa" di rimandi popolari, neorealista, a tratti, ricca di sensazioni e di umanità...Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Elena Nappi ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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BauSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Gabry1978 ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Bellissimo, potente e di grande sensibilità. Magistrale il ritratto di Liberato, diviso tra un padre autoritario e le giostre che tengono a terra i problemi Segnala il commento

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di Fiorenzo

Scrittore
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