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La Grande Stranezza

Pubblicato il 02/06/2018

Un personaggio particolare incrocia persone particolari, percorrendo un percorso abituale.

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È insopportabile la sensazione che provo stipato in un mezzo pubblico. Non facilita per niente l’inizio della giornata. Come è possibile spostarsi in queste condizioni, l’uni appiccicati agli altri, con gli odori che si mischiano, l’aria pesante, un sentore nauseabondo.

Ma che ore sono, quando si arriva, quando si ferma? Io voglio scendere…

Non riesco mai a sedermi sulle seggioline di plastica. Sono sempre contese da anziani, invalidi, donne incinta, mendicanti. Resto in piedi, in un precario equilibrio.

L’uomo calvo accanto a me gioca con lo smartphone. Una palla magica scende lungo un tubo verticale. Con il dito bisogna spostare delle assi affinché possa continuare a rimbalzare fino alla fine del percorso. È un gioco molto semplice, ripetitivo, ipnotico. Il signore muove l’indice velocemente sullo schermo. Padroneggia l’applicazione in modo magistrale.

Davanti alla porta d’uscita ci sono tre ragazze in tuta da ginnastica e con i capelli raccolti. Parlano, parlano, parlano. Mentre io vorrei silenzio, silenzio, silenzio. È un discorso contorto, sul fatto che una loro amica è uscita con un certo ragazzo. Per tutto il loro appuntamento non si sono rivolti una parola. Espongono tesi incomprensibili, tutte alternate dall’appellativo “Amo”.

«Si però Amo…»

«Ok, Amo, hai ragione, Amo…»

«Amo ma cosa dici?»

Non fanno altro che ripeterlo. Un totale abuso della parola amore.

Scendo, non resisto più.

I fumi delle auto ferme nel traffico riempiono immediatamente i miei polmoni. Uomini e donne suonano il clacson come unica valvola di sfogo. Facendolo riversano la loro frustrazione su di me. Io non voglio essere arrabbiato, non devo essere arrabbiato. Altrimenti mi viene mal di testa. La mia mente deve rimanere lucida. Non voglio che mi prendano.

Il fruttivendolo pakistano mi sorride. Sorride sempre. Tra gli alti condomini di una grossa strada principale ben illuminata dal sole, sta aperto sedici ore al giorno e ride. Forse dovrei imparare da lui. Non ci riesco.

Prima del semaforo c'è il solito venditore abusivo. Un giorno vende ombrelli, un giorno braccialetti, un altro carica batterie. Lo riconosco perché indossa un cappellino rosso della CGIL. Mi fa un cenno con la mano. Tiro dritto. Mormora qualcosa. Ma cosa vuoi?

Subito dopo un coatto mi chiede «Non è che c’hai n’accendino?».

Dico «Scusa, non fumo.». Non fummo fatti per viver come bruti. Avrei potuto rispondergli in endecasillabi.

Basta, mi è venuta sete. Entro nel primo bar che trovo. Una bottiglietta d’acqua non la strapago, il caffè non posso berlo perché se no mi agito, una spremuta costa troppo.

«Buongiorno bello, che prendi?» mi domanda la minuta barista con i capelli rosa. Sempre che siano rosa, io sono daltonico.

«Un succo alla pesca.» dico.

«Subito!» risponde.

Mentre sorseggio la mia bevanda da uomo di mondo, entra una ragazza corpulenta. Si avvicina alla cassa e domanda: «Che me dai un pacco de gomme?». Io la battezzo nella mia mente con il nome di Giessica.

«Quali?» chiede la barista indicando il dispenser dietro il bancone.

E Giessica risponde «Quelle che fanno scoreggiare i scoiattoli!».

Pago anche io ed esco. Certo che per ricordarsi una pubblicità del 2007 ce ne vuole.

Un barbone prende a spallate l’ombrellone della gelateria accanto ancora chiusa. Un Don Chisciotte moderno oppure un pazzo affamato in cerca di una giustizia onirica.

Quando incrocio la zingara che rovista nel cassonetto del palazzo, capisco che sono praticamente arrivato, come da copione. Riversa a terra della spazzatura per ispezionarla. Non posso dirle niente, mi maledirebbe con qualche anatema gitano. Tra i rifiuti di oggi ci sono delle carte da gioco. Un sei di fiori, un otto di quadri, un nove di picche. Il banco vince sempre.

Dal mucchio di immondizia una busta di plastica inizia a librarsi per aria. Alla faccia del materiale bio degradabile. Svolazza in mezzo a un mucchio di foglie secche.

Si sta come d'autunno

Le bustine

Al vento

Resto a guardarla. Tanto sono in anticipo, come tutti i giorni. Una ragazza non la vede nemmeno e la calpesta.

È quella ballerina o attrice, che passa qua davanti ogni mattina. Entriamo dallo stesso portone accanto al teatro. Non ho mai avuto modo di parlarle.

Mentre la fisso, inciampo sul gradino dell’ingresso. Metto le mani avanti e prendo contro allo sportellino aperto della cassetta della posta. Ci sbatto leggermente la testa. Mi ritrovo a quattro zampe, in stato confusionale, in mezzo a delle lettere e a dei volantini pubblicitari che ho fatto cadere. C’è anche una cartolina. A Pesaro il tempo vola. No, non ci andrò in vacanza. Rimango a terra.

«Serve aiuto? Ti sei fatto male?». Mi giro, è lei. Mi rimetto in piedi. Con una mano copro il vistoso bernoccolo che pulsa al centro della fronte.

«No, no, tutto a posto niente di rotto!» rispondo con un tono per niente sicuro.

«Vuoi che ti vada prendere del ghiaccio? Vieni in portineria che ce l’hanno!»

La seguo.

Quando tre mesi fa, arrivai a Roma, caddi abbastanza presto, senza rendermene conto, nel vortice caotico di questa cara strada.

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