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Soggetti per il cinema/teatro

la lingua degli affetti

Pubblicato il 28/12/2019

un emigrante "di ritorno" rivive la sua esperienza

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Tutto sommato, a Venanzio era andata bene. Certo, non era diventato miliardario, lì in Argentina, ma era riuscito a risparmiare a sufficienza per costruirsi una casetta con la taverna e un bel giardino. Aveva anche messo su famiglia, e ci voleva restare per sempre, lì a Buenos Aires. Aveva imparato bene lo spagnolo, perchè sua moglie era di Rosario e Miguel e Alfredo erano nati e cresciuti lì.

Ma dopo che i ragazzi erano morti, anzi desaparecidos, Venanzio voleva solamente scappare e mettere un oceano tra sè e il proprio dolore. I suoi figli non erano teste calde, avevano avuto il torto di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Una sera erano stati portati via senza un motivo valido, poi incarcerati, torturati e fatti precipitare da un elicottero nell'Atlantico. Quando Venanzio capì che non avrebbe mai potuto portare un fiore e pregare sulla tomba dei suoi ragazzi, decise di fare ritorno al paese non appena gli fosse stato possibile.

Era stato soprannominato l' "argentino", anche se lui, dal giorno in cui era tornato dall'America Latina, non aveva più voluto parlare lo spagnolo. Per lui quella era la lingua degli affetti, quella con cui aveva chiesto la mano di quella ragazza dagli occhi di velluto, quella con cui aveva fatto divertire i figli, la lingua della nuova vita "alla Merica".

D'altra parte, non aveva grandi occasioni per parlare: solitario e silenzioso lo era sempre stato, e ancora di più dopo che anche Helena se ne era andata, consumata dal dolore per il modo assurdo in cui le erano stati tolti i ragazzi.

A Venanzio piaceva fare ancora qualche lavoretto di carpenteria, non tanto per necessità, quanto per tenere vivo il suo mestiere e avere la mente sempre occupata. Tanti anni prima, sul piroscafo che lo portava nelle Americhe, qualcuno gli aveva insegnato la sua prima frase di spagnolo: "Soy carpintero, busco trabajo", sono falegname, cerco lavoro. Aveva ripetuto quella frase all’infinito, fino a farla diventare una litanìa, poi entrò come garzone di bottega in una grande falegnameria e da lì era iniziato tutto.

Adesso, non riusciva a capire perché i giovani del paese se ne andassero tutti sulla costa a fare lavori dai nomi incomprensibili e che ai suoi tempi non esistevano, tipo il broker, o il "pi ar": Venanzio non riusciva a concepire un lavoro che non fosse manuale. Le occupazioni che conosceva perché avevano un nome semplice, muratore, imbianchino, falegname, contadino, venivano lasciate agli extra-comunitari e questa cosa lo rendeva triste. Guardava con diffidenza quelle persone dalla pelle olivastra, o troppo nera, o troppo chiara che si erano stabilite alla periferia del paese, che cercavano di sbarcare il lunario, sia pure onestamente. Venanzio era uno di quelli che diceva "io non sono razzista, però…." e giù la solita litania sugli stranieri che vengono in Italia eccetera eccetera eccetera.

Sebbene fosse un toccasana per la sua mente, il lavoro manuale diventava sempre più pesante per il suo fisico. Ma non voleva aiuto, si ostinava, da solo, a piallare, a segare, a modulare il legno, quella materia viva ed elastica che sotto le sue mani si lasciava addomesticare docilmente e diventava quello che lui voleva, un tavolo, un armadio, una cornice, una sedia.

Una mattina, molto presto, indaffarato come sempre nel suo garage-laboratorio, non si accorse che davanti a lui si era fermato un giovane uomo che, in un italiano incerto misto a spagnolo, gli si rivolse: "Escusi, segnore, soy carpintero, busco trabajo….".

Venanzio si fermò per un momento, colto da un senso di vertigine: quelle poche parole lo colpirono con la violenza di un maglio e nello spazio di un lampo, rivide se stesso, giovane apprendista a Baires tanti anni prima. Durante quell'attimo che sembrò durare una vita intera, gli caddero addosso come macigni i ricordi amari delle ingiurie subite, i sacrifici sopportati, gli scherni, le umiliazioni e la fatica di essere accettato in un paese nuovo.

Ma gli piovvero addosso, leggeri come petali di rose, anche i dolci ricordi delle speranze, della voglia di lavorare, dei sogni da realizzare, dell'aiuto ricevuto proprio da coloro dai quali non se lo aspettava, della spensieratezza di quegli anni in cui non aveva niente da perdere perché possedeva solo gli abiti che aveva addosso.

Senza alzare la testa, Venanzio, con tono cordialmente burbero, rispose:

"Muy bien, che, aquì hay trabajo para tì."

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Anch'io concordo con Franco.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Barbara ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto e sto con Franco. Hai un soggetto che può dare ancora di più. Segnala il commento

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Bernard ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

CommoventeSegnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello, ma meriterebbe una riscrittura, per diventare molto bello, forse bellissimo....Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

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Editor

La frase finale la farei "acá hay trabajo para vos", noi parliamo così 😊 bello! Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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di lonza

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