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Horror

La locandiera sadica

Pubblicato il 25/07/2018

Un altezzoso musicista si ferma per la notte alla Locanda della Luna Nera, sui colli piacentini. Dovrà fare i conti con la locandiera: una vecchia sadica, perfida e pericolosa….

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Il musicista Lucio Spaccanoci arrivò alla Locanda della Luna Nera molto oltre l’orario di chiusura.

La locandiera, una vecchia dai capelli grigi e con le mani rovinate dall’artrite, andò ad aprire di pessimo umore: detestava i ritardatari, odiava i musicisti, e non poteva sopportare i clienti che avanzavano troppe pretese.

“Buonasera signora” si presentò lui, senza sorridere.

“E’ notte fonda” replicò lei, gelida.

“Vorrei un limone, e dell’acqua minerale, fresca naturalmente” disse lui con tono arrogante.

La vecchia dal volto flaccido e giallognolo, solcato da profonde rughe, lo guardò con disprezzo, poi disse: “La colazione sarà servita domani alle ore 9:00”

Spaccanoci, un po’ sorpreso dalla rudezza della donna precisò: “Devo fare colazione alle sette"

Lei, senza guardarlo in faccia, con voce irritata, disse: “Può andare al bar, quello apre alle 6:00. Adesso mi segua.”

La locandiera si avviò lentamente lungo una vecchia scala di legno che cigolando al suo passaggio saliva al piano superiore. L’ambiente era illuminato solo da una sgangherata lampadina appesa al muro del pianerottolo. Spaccanoci la seguì contrariato, osservando con disappunto le antiche pareti scrostate e le ragnatele penzolanti dagli angoli del soffitto.

“Questa locanda ha più di quattrocento anni” commentò la vecchia, “di qui sono passati in tanti, gente che va, gente che viene, alcuni rimangono: per sempre”

“In che senso?” domandò lui, iniziando ad avvertire un indefinibile senso di disagio.

“Nel senso che lasciano un ricordo, che rimane nel tempo” spiegò la donna ansimando. Aveva già passato la settantina e la rampa di scale cigolanti cominciava ad essere impegnativa.

Arrivata in cima si infilò nel corridoio che conduceva alle stanze degli ospiti. Erano contraddistinte con nomi di fiori e lei camminò sino a quella che preferiva, dove ci metteva sempre i clienti più esigenti: la camera dei crisantemi.

Era arredata in modo spartano: un letto singolo, un comodino di legno devastato dalle tarme, uno specchio tondo appeso al muro pitturato di viola, una cassettiera malandata messa peggio del comodino. Sul pavimento di rovere scuro, era adagiato un grosso tappeto persiano dai colori sbiaditi e macchiato in più punti.

“E il bagno?” domandò il musicista, ostentando un’espressione sempre più insoddisfatta.

“In fondo al corridoio, proprio qui a fianco” spiegò la vecchia, sfidandolo con uno sguardo torvo e assassino.

“Non ha una stanza con il bagno privato?”

“No! Se vuole può andare a Piacenza, questa è solo una locanda di campagna”

“Non credo di voler restare allora, questa bettola non mi soddisfa”

“Non ha molta importanza ormai” disse la locandiera sadica, tirando fuori una pistola calibro 9 da sotto il grembiule, e puntandola in faccia al musicista.

“Ma.. ma lei è pazza” cercò di protestate Spaccanoci, balbettando.

“Entra in questa camera o ti sparo” ordinò la vecchia, mentre la bocca rugosa le si contorceva in un ghigno terrificante.

Spaccanoci entrò tremando all’interno della stanza, il volto era divenuto cereo.

“Mettiti lì al centro, sopra al tappeto”

Lui eseguì e la diabolica locandiera aprì uno sportellino ubicato vicino alla porta, vi infilò la mano artritica e tirò con forza una leva dall’impugnatura in avorio.

Un orribile stridore di catene fu accompagnato dall’urlo disperato di Spaccanoci, mentre il suo corpo precipitava nel vuoto, risucchiato da una botola azionata dalla perfida vecchia.

Sprofondò come in una foiba infernale sino a schiantarsi sul pavimento in terra battuta della cantina. Si ruppe una caviglia, un braccio e un paio di costole, svenendo sul colpo.

Quando riprese i sensi, era legato ad una sedia con un grosso limone di plastica infilato nella bocca e la locandiera sadica armata di cesoie lo osservava con fare malvagio e pericoloso. I suoi occhi erano truci e gelidi come una tomba profanata.

Un pungente ed insopportabile fetore di morte e carne in putrefazione pervadeva la maleodorante cantina, rischiarata solo da una pallida luna grigia, che filtrava attraverso una grata arrugginita.

Lei gli amputò le dita delle mani, una ad una, sogghignando divertita, mentre il musicista piangeva dimenandosi in preda alla disperazione, dilaniato dall’orribile dolore.

Le falangi saltavano via con un rumore fastidioso come di ossa di pollo spezzate, e lunghi fiotti di sangue piovevano a terra, trasformandosi in fetido fango a contatto con il terriccio.

Lui era ormai esausto e stava nuovamente per svenire, quando lei gli tagliò via l’ultima falange canticchiando felice.

Poi si piegò a raccogliere le dita maciullate, sfoggiando un inquietante sorriso infernale.

“Le userò per il pranzo di domani” disse con voce malvagia.

Fu l’ultima cosa che il musicista riuscì a vedere, prima di addormentarsi per l’ultima volta. Spirò poco prima dell’alba, morto per dissanguamento.

Il giorno dopo, alla Locanda della Luna Nera, lo “Spezzatino della Casa” abbinato con un Gutturnio dei Colli Piacentini fu il piatto più venduto.

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LOU ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore
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Simonetta 63 ha votato il racconto

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Ben articolato, originale la trama.Segnala il commento

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Tutto merito del gutturnio! ;-)Segnala il commento

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Federico Santarini ha votato il racconto

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LoSteNo ha votato il racconto

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