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Narrativa

La Lupa

Pubblicato il 24/04/2019

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Sua madre gli avrebbe lavato via il sangue, perché così fanno le madri.

Delicatamente, all’inizio, e poi con più forza, insistendo sulla ferita fino a fargli male. Non troppo, ma abbastanza da potergli dire Vedi? Devi stare più attento.

Lei aveva fatto così anche con gli scatoloni del trasloco. Cautela e ferocia alternate a sorpresa, secondo una logica misteriosa: fa’ piano con i piatti, gli diceva, ma poi si era messa a spaccare tutte le bottiglie, una per una, un colpo netto sul bordo del lavabo, mentre l’odore dolciastro di alcol riempiva le stanze come un incenso.

Tutta la loro vita era finita in venti scatole chiuse con il nastro bianco e rosso, con la scritta FRAGILE che all’improvviso era dappertutto. A Pietro importava solo dei libri di scuola, quelli li aveva messi via con cura, anche se nella scuola nuova forse ne avrebbe usati altri. Avrebbe voluto portarsi via anche la maestra, che era gentile e sorrideva molto più di sua madre.

E poi voleva saperne di più di Lada, la lupa di cui aveva parlato la maestra in classe. I forestali l’avevano avvistata e la seguivano da mesi con il GPS. Lada era entrata in dispersione: così si dice dei lupi che abbandonano il branco di nascita per cercarne uno nuovo o per vivere in solitudine. Succede raramente, perché in dispersione aumenta molto il rischio di morte, soprattutto per le femmine. I cuccioli, se ne esistono, restano al branco.

Quindi il desiderio di andare via è più forte dell’amore per i cuccioli, aveva chiesto Pietro.

L’istinto non ha nulla a che fare con il desiderio, aveva risposto la maestra.

L’ultima sera che avevano dormito nella loro vecchia casa sua madre non l’aveva voluto nel suo letto ma lui se la sentiva vicina lo stesso, dalla sua camera in fondo al corridoio, l’udito puntato alla porta di lei, uno spacco di ombra nella penombra. L’aveva sentita singhiozzare e aveva pensato di prendere il nastro bianco e rosso e avvolgere tutto, la casa, il palazzo, la città, il grande letto bagnato di lacrime e anche la maestra e la lupa coi suoi piccoli. Invece si era alzato, era entrato nella stanza della madre senza bussare e le si era sdraiato accanto.

Dobbiamo proprio andare via, le aveva chiesto.

Non desidero altro, aveva detto lei, ma lui sapeva che non era vero.

L’aveva abbracciata e aveva sentito il suo respiro calmarsi, appoggiarsi alla notte. In quel corpo fragile, un tempo, era stata la sua casa.

Lasciata la città si erano spostati ai margini di un piccolo paese, in un avvallamento oscuro tra alberi tanto alti da nascondere il tetto. Rincasare la sera era diventato un atto di fede per via di quell’ultimo tratto, uno sterrato irregolare e ripidissimo. Pietro fermava la bici in cima alla discesa e inspirava forte. Dava un ultimo sguardo intorno e poi chiudeva gli occhi e si lasciava andare.

Anche questa volta aveva preso troppa velocità, e così una buca, il volo, l’ebrezza di un istante e poi lo schianto, la bici in scivolata a tre metri sotto di lui: si era scarnificato un bel pezzo di coscia, dal ginocchio in su, ma quello che l’aveva stordito era stata la violenza dell’impatto al suolo. Allora era questa, la forza di gravità. Quando l’aveva studiata sui libri gli era sembrata una forza gentile, si era immaginato la Terra e gli altri pianeti danzare un valzer cosmico, lentissimo, come su una giostra al rallentatore. Ma non c’era stato nulla di gentile nella sua caduta: un tonfo violento, mozzafiato. Aveva sentito il torace schiacciarsi e i sassi dello sterrato conficcarglisi nella carne. La terra l’aveva reclamato a sé come una sua scaglia ribelle: dove credi di andare?

Pietro aveva percorso gli ultimi metri della discesa a piedi, portando la bici con il manubrio sbilenco, e ad ogni passo il suo corpo chiedeva perdono alla terra, per averne ignorato la forza.

Entrò in casa sperando di barattare le sue ferite con una carezza, ma sua madre non c’era.

La casa nuova sembrava quasi grande: era il silenzio.

Fece scorrere l’acqua, si sarebbe lavato via il sangue da solo.

Sei grande ormai, gli diceva sempre lei, eppure la sera si sedeva sul bordo della vasca e stava lì, a sfregargli la schiena. Le poche parole tra loro salivano doppiate dallo specchio d’acqua e Pietro sperava che l’eco delle voci coprisse la sua nudità che cambiava. Sua madre faceva finta di non guardarlo ma poi lo spiava, e sorrideva. Rideva di lui. O della sua vergogna? Era questo che faceva con gli altri uomini?

L’acqua era bollente e la ferita bruciava forte, ma Pietro sapeva abituarsi in fretta al dolore. Bastava non reagire. Sentì la gravità allentarsi e svanire come un volume che si abbassa. Finalmente poteva fluttuare.

Lada veniva dagli Appennini e sembrava puntare all’Austria, aveva già percorso più di trecento chilometri. Pietro immaginava il suo segnale satellitare pulsare rosso sulle mappe come il battito di un cuore. I suoi cuccioli probabilmente pensavano fosse morta o se l’erano semplicemente dimenticata, come lui a volte si dimenticava di suo padre, che quando c’era era ovunque ma poi di colpo non c’era più stato. E’ andato nel regno dei cieli, aveva detto il prete, lo stesso posto dove erano andati i nonni, il vicino e forse anche la gatta rossa che veniva sulla terrazza al mare.

Ma in cielo c’erano solo i pianeti, Pietro ne era certo, anche se il prete diceva di no.

Chiuse gli occhi e inspirò forte, di nuovo, come in cima a un’altra discesa, sentendosi all’improvviso risucchiato da una forza sotterranea, una gravità di anime, né buona né cattiva, ma cieca ed eterna, che da sotto reggeva il bosco, la casa, l’acqua, il suo corpo e ogni cosa del mondo. Si sentì sfiorato da tutti i suoi morti, dai morti di ogni tempo, eppure vivo come non si era mai sentito. I suoi dodici anni gli pulsavano nelle vene, erano resistenza al magnete profondo della terra. Si sciacquò la faccia e uscì dalla vasca vacillando.

La ferita era bianca, vuota di sangue, sua madre non si sarebbe accorta di niente.

Sentì un rumore da fuori, un ramo spezzarsi, uno scarto.

Mamma, sei tu?

Andò alla finestra e vide qualcosa brillare nel buio. Erano gli occhi di un animale, acquattato a pochi metri dalla casa. La lupa lo guardava immobile, ventre a terra, le orecchie puntate all'universo. Si guardarono ed erano uguali: nudi, soli e inchiodati al suolo. I loro cuori battevano insieme, e così la Terra, cieca, sentiva un figlio solo.


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Claudio Bandelli ha votato il racconto

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Vardaman Burden ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Giuseppe Cecere ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Potente e poetico.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

.....hai fatto bene a ripubblicarlo. Rileggerlo è sempre bello. La qualità migliora col tempo, Specialmente nella scrittura.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Briga ha votato il racconto

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Claudia Girardi ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente

Mi hai tenuta incollata alle tue parole sino alla fine. Applausi...Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bentornata Anna! La storia sgorga piano, tra perfetti equilibri. Nel finale tutto si riannoda. Bellissimo, raccontato con il tuo stileSegnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Caucasica ha votato il racconto

Esordiente

Potente senza bisogno di alzare mai la voce. Bellissimo.Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

Esordiente

Il finale è stato molto bello. Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

Esordiente

Meraviglioso. Ero lì in ogni istanteSegnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di anna siccardi

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