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Narrativa

La macchia

Di Ilariaor - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 19/01/2019

Una casa svuotata. A tenerla in vita, le macchie di ciò che prima la abitava. E un uomo che cerca di reagire all'assenza.

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La casa aveva una camera da letto, una cucina, un bagno. Due persone ci abitavano dentro. In camera da letto c’era un mobile, una cassettiera di legno scuro e pesante lasciata lì dai padroni di casa precedenti. Le due persone che vivevano nella casa si dissero: portarla via sarebbe un problema. In fondo, poi, ha dei cassetti capienti.

All’inizio la cassettiera si rivelò utile. Ma rendeva la stanza molto più piccola di quanto non fosse. Ostacolava gli spostamenti dei due abitanti della casa, che si dicevano: per adesso va bene, ma un giorno la porteremo via. Intanto sopra la cassettiera, lontano dagli sguardi, si formava la polvere.  

Quando lei se ne andò, per qualche motivo portò via anche la cassettiera che aveva sempre detto di odiare. La stanza da letto sembrava immensa. Ogni giorno lui tornava da lavoro, si sfilava le scarpe seduto sopra il suo letto. Nel muro si vedeva ancora il segno lasciato dal vecchio mobile. Sembrava una porta che si affacciava su un mondo freddo e sconosciuto, un mondo popolato da squali, fantasmi, ombre. Lui chiudeva gli occhi per un secondo, e per un secondo smetteva di respirare. Poi permetteva all’aria di rientrare nel suo corpo. Apriva gli occhi. Davanti a sé vedeva solo un muro. Sporco, certo, ma a questo avrebbe provveduto presto. 

La macchia sul muro si rivelò tenace. Non voleva andarsene. Voleva restare con lui, voleva fargli compagnia. Lui strofinava, a volte le parlava, le diceva: perché non te ne vai? La macchia taceva, ma sembrava dirgli: se davvero non mi vuoi più vedere, perché non mi copri con qualcos’altro? Oppure, perché non ridipingi il muro?

Ma lui non vedeva queste alternative. Passava le ore a cercare su Internet qualsiasi rimedio per cancellarla definitivamente. Scriveva: “macchie su muro rimedi”; “come togliere segno mobile muro”; “macchia indelebile muro”. Leggeva i consigli che trovava senza selezionarli, armeggiava con i detersivi e con i rimedi naturali come un piccolo chimico. Ammoniaca, succo di limone, detersivo per piatti. Solventi, carta abrasiva, molliche di pane. Mischiava, sperimentava, strofinava. La macchia si dissolveva, ma non spariva. Lui pensava: lei comunque non avrebbe saputo cosa fare. E si sedeva sul letto, ricominciando a cercare la risposta sul suo cellulare.

L’ossessione per la macchia durò un mese. A un certo punto, semplicemente, sparì. Lui non ci pensava più, si sentiva calmo. Ma quando ci passava davanti e improvvisamente la notava di nuovo, tratteneva il respiro. Non respirava fino a quando pensava: sto soffocando. E allora inspirava forte, sentendo un dolore lontano allo stomaco. Dormiva tranquillo, iniziò di nuovo a notare le altre ragazze per strada. 

Un giorno fece un sogno. Sognò un se stesso deforme, con la faccia allungata e la bocca aperta, con il labbro inferiore che pendeva arrivandogli quasi fino al petto. Questo se stesso viveva sotto la terra. Ma la terra aveva un soffitto di cristallo, trasparente, e lui poteva osservare tutto. Osservava il se stesso che viveva al piano di sopra, nel mondo reale. Si osservava mentre andava a lavoro, chiacchierava con gli amici, mentre tornava a casa. E dentro ci trovava lei. Ma non la cassettiera. Lei era nella camera da letto, ma la macchia c’era ancora. Il se stesso del mondo di sotto scuoteva la testa, facendo ondeggiare il labbro pendulo da una parte all’altra. Cercava di gridare, ma usciva solo un fil di voce. Dentro di sé pensava: sei fortunato, perché non te ne accorgi? 

Dopo due mesi si rivolse a un medico. Dormo poco e credo di essere depresso, gli disse. I depressi dormono tanto, gli rispose il medico. Ma gli diede delle pasticche per dare un aiuto al suo umore, che si era inceppato alla voce: triste. Iniziò a prendere le pasticche, e per tre giorni si sentì ancora più triste. Poi parlò con una collega, e fece qualche risata. Sentì un teporino in fondo al cuore. Per essere sicuro di aver sentito bene, chiamò un amico e andò a prendersi una birra con lui. La musica e l’alcol quasi lo massaggiarono. Si sentiva bene. L’amico gli sorrideva. Quando tornò a casa, erano le tre del mattino. Per la prima volta dopo settimane notò di nuovo la macchia sul muro. Trovò la sua stanza ancora più vuota di come la ricordasse, ma si infilò sotto le coperte e si addormentò nel giro di poco. Solo, per qualche minuto, trattenne ancora una volta il respiro.

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albertomineo ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Mi è piaciuto il sogno con il labbro allungato :)Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Ilariaor

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