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Umoristico

La malattia

Di elis@baroni - Editato da elis@baroni
Pubblicato il 15/06/2019

La convinzione di essere affetta da una malattia terminale, rende una donna entusiasta e soddisfatta del suo cammino che lei pensa giunto alla conclusione. Ma sarà vero?

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La malattia

Due anni fa mi ero convinta di avere un tumore al colon.

Ero sicura, avevo perdite ematiche, dolori addominali, una debolezza cronica ormai che non mi lasciavano dubbi. Ero ammalata.

Avevo subito deciso di lasciarmi morire, di non provare neanche a fermare un processo ai miei occhi del tutto naturale e giusto. Che la natura facesse pure il suo corso, io non mi opponevo sicuramente. Anzi, pensavo che fosse assai migliore il mio destino di quello di un impiegato qualsiasi, destinato a svolgere lo stesso lavoro per anni, vedendo le stesse facce, sfogliando le stesse carte, sedendo alla stessa sedia. Quella sì che era una malattia terminale letale. La monotonia della routine senza speranza.

Per senso civico, avevo iniziato a preparare mia figlia a quello che sapevo essere un futuro ineluttabile. Le dicevo che lei ormai era grande (nove anni in agosto, un’adulta praticamente), che era pronta per il mondo grazie ai miei saggi insegnamenti. Le avevo raccontato infatti molto della vita, anche con un certo ottimismo perché non volevo condividere con lei il peso della consapevolezza scevra da ogni speranza. Era pur sempre una minore. Le avevo quindi condito il piattino triste dell’esistenza con una buona dose di leggerezza, che le avrebbe consentito, almeno, di non suicidarsi già in adolescenza. Siccome le volevo un gran bene però, non ero sicura di aver fatto la scelta giusta con questa falsa patina di allegria.

Il sanguinamento perdurava, mio marito insisteva che io mi facessi una colonscopia. Io prendevo tempo, sperando, con la mia indolenza, di compromettere definitivamente la mia salute rendendo irreversibile la gravità del male. 

Fu quello un periodo felice per me. Avevo compreso in modo chiaro il mio ruolo nel mondo. Né moglie né madre, ma la donna che moriva per un tumore a quarant’anni. Mi sembrava un’occupazione ben delineata. Precisa, senza possibilità di manovra. Un percorso illuminato e netto, senza ostacoli, con un premio finale di pace eterna che si intravedeva, non molto lontano.

Purtroppo alla fine mio marito ebbe la meglio, mi convinse, facendo leva sui soliti sensi di colpa materni che non riuscivo ad estirpare del tutto, e dovetti acconsentire a farmi trascinare in una clinica privata per sottopormi all'odioso esame. 

Arrivammo nella lussuosa clinica, con parco mediceo privato, dove un' avvenente segretaria fasciata in un tailleur professionale ma seducente ci fece accomodare infondendo intorno a noi un'aura di spontanea amorevolezza. Mi guardai intorno. Vidi un fiume di persone anziane o decrepite ma ben lucide, tutte accomunate dalla felicità palese di essere approdati in un luogo in cui le loro petulanti lamentele dovevano essere obbligatoriamente ascoltate, perché a pagamento. Erano tutti ben vestiti, niente a che vedere con gli spettacoli nelle sale di attesa dell'azienda sanitaria locale. Nessuna blusa fiorita in poliestere, né scarpe ortopediche sformate, ma polo griffate e camicette sartoriali.

Mi ingozzarono di un beverone nauseante e mi lasciarono delle ore a languire, perchè la sostanza ingerita fosse efficace nei meandri del mio intestino e nell’attesa del chirurgo che mi doveva infilare il tubo su per l’ano. Avevo richiesto naturalmente la sedazione totale (come perdere la possibilità di drogarmi legalmente) e sorridevo beffarda al fato che si avvicinava. Che venisse pure, la fatidica falce. Io ero pronta ad accoglierla, vittoriosa. Poi mi assopii, con, in sottofondo, leggere leggere, le classiche lamentele sindacali delle infermiere, tutte piene di botulino perchè, di solito, ottime amiche dei medici.

Quando mi risvegliai, intontita ma sempre felice, trovai mio marito che mi diceva, con un sorriso sollevato, che avevano trovato solo delle semplici emorroidi. Né tumori, né altre masse sospette. Certo, le emorroidi erano di livello alto, ad uno stadio così avanzato che ci si sarebbe potuti aspettare solo in una persona ottuagenaria. Ma pazienza, erano pur sempre un male leggero, di facile risoluzione. Mio marito era contento, io basita.

Le emorroidi andavano rimosse chirurgicamente e il medico che mi aveva ispezionato il fondo schiena si candidava entusiasta per occuparsene lui, per modici 8.000 euro. Mentre mio marito prendeva subito accordi con la segretaria in tailleur, diventata ancor più amorevole con noi, pensai che non mi restava a quel punto che sperare di restarci secca durante l'intervento, magari per un infarto, o che so, per un'ischemia celebrale. Almeno un bel coma profondo e irreversibile me lo dovevano in quella clinica. Pagavamo un sacco di soldi!

Non ero però più tanto ottimista, come fino a quel mattino. 

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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elig ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Yumiko ha votato il racconto

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Ma che ne sanno, gli altri, di noi ipocondriaci? :) Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Complimenti per come l'hai scritto, rendendo godibile un argomento non facile da trattare Segnala il commento

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sf ha votato il racconto

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Ipocondria e ossessioni mediche :) poter dire "ve l'avevo detto!" Segnala il commento

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di elis@baroni

Esordiente