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Narrativa

La metamorfosi del dottor Kusack

Pubblicato il 20/10/2021

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Quella mattina il dottor Hans Kusack non aveva nessuna voglia di affaticarsi o di sentirsi triste.

Cancellò dalla sua agenda mentale gli impegni che lo attendevano - due visite, fare un po’ di spesa, andare a trovare sua madre - e, come incoraggiamento, prese dalla vetrina la bottiglia del whisky e un bicchiere.

Si versò una volta, poi una seconda e poi una terza. Alla quarta era talmente cambiato che non solo guarì da quel suo attacco di pigrizia ma, al contrario, fu assalito da una voglia feroce di fare qualcosa di cattivo, di veramente cattivo, al solo scopo di sfogare il malumore che non gli dava pace.

Decise allora che avrebbe assolto almeno uno degli impegni appena annullati, e cioè la visita settimanale alla vecchia signora Kock, che era ciò che più gli pesava e lo indispettiva.

Ma ci sarebbe andato all’unico scopo di far capire alla vecchia che lui, il dottor Kusack, era mortalmente stanco delle febbriciattole, dei mal di schiena e delle gambe gonfie e dolenti con cui la signora Kock lo affliggeva da anni.

Con l’occasione, le avrebbe anche consigliato di lavarsi un po’ più spesso. E non perché questa misura avesse qualcosa a che vedere con una impossibile guarigione (‘non si guarisce dalla vecchiaia, signora Kock’) ma solo per rendere meno penoso a lui, al dottor Kusack, il compito di accostarsi periodicamente al suo corpo.


Hans Kusack aveva cinquantasette anni e faceva il medico dall’età di ventisei. La sua professione consisteva nell’aiutare gli altri. O meglio: consisteva piuttosto nel guadagnare denaro aiutando gli altri.

Questa contraddizione, che i suoi colleghi non consideravano affatto, lo assillava fin dalla giovinezza. Non era mai riuscito a decidere a quale dei due scopi bisognasse dare la precedenza.

Ciò lo aveva reso un medico superficiale e a buon mercato, che veniva chiamato solo dai vecchi, da chi non aveva soldi da buttare o da coloro i quali, dietro i vestiti sciatti e la sorprendente sbrigatività del suo agire, intravedevano il rovescio di grandi qualità: il disinteresse, l’umiltà, la rassegnazione al destino.

Quando il modo in cui appariva agli altri gli si presentò con sufficiente chiarezza (ciò avvenne intorno ai trentacinque anni) il dottor Kusack cominciò a bere e non smise più.

La sua parte idealista beveva per dimenticare l’insuccesso economico, mentre la parte più invidiosa e avida beveva per odio verso l’ignavia e la relativa povertà cui lo costringeva l’idealismo.

Aveva però l’accortezza di non presentarsi mai davvero ubriaco a casa dei pazienti, ma solo quel tanto che bastava a renderglieli sopportabili.

Molti, forse tutti, se ne accorgevano e molti, se non tutti, gli perdonavano quel difetto: alcuni in base alla considerazione che per i quattro soldi che chiedeva come onorario non si poteva pretendere di più, altri perché intuivano nell’odore dell’alcool una sofferenza sconosciuta che ai loro occhi lo rendeva, se non simpatico e gradevole, senz’altro degno di affetto e di una forma di compassione vicina all’amicizia.


Quando arrivò davanti al portone della signora Kock, il dottor Kusack, per effetto dell’alcool e della lunga camminata, aveva parzialmente dimenticato il suo piano. Ciò gli permise di portarlo a termine con un’agilità e una disinvoltura che altrimenti gli sarebbero state negate.

Trascurò le lamentele della paziente, degnò appena di uno sguardo le gambe percorse da varici e alzò le spalle quando gli fu presentato un termometro che segnava trentasette e due.

Era talmente sbrigativo e sicuro di sé che la signora Kock, pur assuefatta al solito comportamento, ne rimase colpita al punto di sentirsene quasi confortata.

Per quanto riguardava l’obiettivo principale della visita - vale a dire l’invito a lavarsi più spesso- il dottor Kusack si limitò a poche ed esatte parole:

‘Lei puzza, signora Kock, volevo dirglielo da molto tempo. E’ una cosa indecente presentarsi a me in questo stato. E se crede di poterselo permettere in virtù dei miei bassi onorari, le dimostrerò che si sbaglia.’

Si alzò, chiese un compenso che era il triplo dell’usuale e se ne andò bruscamente senza aspettare che la vecchia gli consegnasse il denaro.

La signora Kock non era riuscita a replicare nulla, nemmeno la frase che gli era subito salita alle labbra e con la quale avrebbe voluto rinfacciare al dottore la sua evidente ubriachezza.

Con il borsellino ancora in mano, rimase cinque minuti davanti alla porta chiusa come ad aspettare che Kusack tornasse a riscuotere il dovuto.

Poi avvampò di rabbia e di vergogna, chiamò la domestica e le ordinò di riempire la vasca da bagno.


Quasi saltellando, il dottor Kusack si allontanò dalla casa della signora Kock senza una meta precisa. Gli sembrava di aver imboccato la strada giusta e che ormai non gli rimaneva che andare avanti a saldare altri conti in sospeso.

Scartò subito l’ipotesi di recarsi dalla seconda paziente, dalla quale non avrebbe potuto ricavare un piacere paragonabile a quello di cui aveva appena goduto. Si trattava di una giovane donna, ancora nubile e assillata giorno e notte da una tosse stizzosa e indomabile.

Kusack non capiva cosa la spingesse a consultarlo a intervalli regolari. Nessuno dei rimedi che le aveva proposto si era rivelato efficace e la tosse era sempre lì, precisa e assurda come un temporale senza pioggia. Anzi, il dottor Kusack si era quasi convinto che la donna tossisse solo nel corso delle visite e che guarisse negli intervalli.

In effetti, le rare volte che l’aveva incontrata per la via o al mercato non tossiva per nulla, respirava regolarmente e ordinava le verdure o la carne con una voce argentina e squillante. La malattia compariva esclusivamente alla presenza del medico.

‘Di conseguenza’ pensava Kusack ‘l’unica terapia efficace è evitare di visitarla.’

Inoltre, nel corso delle visite, la giovane lo guardava con due occhi buoni e azzurri e gli parlava con dolcezza e rispetto mentre, incontrandolo in occasioni diverse, non gli prestava alcuna attenzione e nemmeno lo salutava.

Questo modo di fare offendeva profondamente il dottor Kusack e gli appariva come una sfacciata presa in giro.

‘Non verrò mai più da te, signorina Klopstock’ pensò il dottore ‘e non ti darò modo di proseguire in questa commediola. Ma la prossima volta che ti incontro fuori del tuo salottino…’

Non sapeva esattamente cosa avrebbe fatto ma sarebbe stato terribile e ne avrebbe ricavato piena soddisfazione.

In quell’istante, un’idea comparve nella mente del dottor Kusack: l’ospedale. Ma certo, l’ospedale dove i suoi colleghi, molti dei quali aveva avuto come antichi compagni di corso, ricoprivano ruoli prestigiosi di primario o di professore emerito.

Da molto tempo non c’era più andato, vergognandosi in fondo della sua fama di medico di ripiego e di ubriacone e, insieme, per disprezzo verso la vanità e la presunzione di cui trasudava quel luogo.

Eppure, nello stato d’animo in cui si trovava in quel momento, il dottor Kusack non riusciva a immaginare una meta più attraente.

Si sentì nuovamente pieno di cattiveria e di torbido entusiasmo. Fermò una carrozza e si fece portare in cima alla collinetta dove sorgeva il basso edificio grigio.


Il direttore dell’ospedale, professor Scopeck, batté il palmo delle mani sul ripiano della scrivania.

Gli avevano appena annunciato che il dottor Hans Kusack era venuto a fargli visita.

‘E che vuole?’ disse guardando negli occhi il suo assistente ‘E’ ubriaco?’

‘Direi di sì’ rispose l’assistente con un sorrisetto ‘e un po’ più del solito, forse. Ma sembra tranquillo.’

Il professor Scopeck si alzò con un sospiro e si avvicinò alla porta dello studio. La socchiuse per spiare in anticamera. Effettivamente, Hans Kusack era lì, seduto sul divanetto. Aveva poggiato la borsa sul pavimento e guardava proprio in direzione della porta socchiusa.

‘Demonio, mi ha visto ’ pensò il professor Scopeck.

Allora spalancò del tutto la porta e avanzò nel corridoio come se niente fosse, con la mano già tesa e un gran sorriso da uomo di mondo.

‘Hans! Che bella sorpresa.’

‘Ciao Scopeck’ disse il dottor Kusack alzandosi ‘mi auguro vivamente di disturbarti.’

Gli strinse la mano con la sinistra.

‘Sempre il solito monellaccio ’ commentò il professor Scopeck ‘E allora? Cosa ti spinge in questo luogo di dolore?’

‘Venendo qui mi pareva di saperlo’ rispose Kusack ‘ma adesso che ti vedo non lo so più. Ah sì, ecco. Ascolta Scopeck, avete un buon internista in ospedale? Vorrei farmi visitare. Adesso.’

Il professor Scopeck incrociò le braccia atteggiando il volto a un’espressione collaudata di meraviglia e preoccupazione.

‘Ah sì? E come mai? C’è qualcosa che non va?’

‘Niente affatto, Scopeck. A dire la verità io mi sento benissimo. Ma vorrei avere una conferma… ecco, una conferma autorevole. Insomma, avete qualcuno all’altezza o no?’

‘Bè, se non fossi tu a chiedermelo, ora mi offenderei’ replicò Scopeck ‘Che domande fai, Hans? Qui siamo tutti all’altezza. A quanto ho capito, desideri una visita di controllo, il conforto di un collega. Va bene. La visita posso fartela io stesso. Andiamo nello studio.’

E fece per avviarsi.

‘No’ lo fermò Kusack ‘tu no. Ho parlato di un internista, Scopeck, di un medico. Tu non sei più un medico. Sei un direttore. Firmi carte. Lavori dietro una scrivania. Magari ti passano per le mani un sacco di soldi, ma niente malati. Da quanto tempo non visiti più nessuno, Scopeck? No, tu non vai bene.’

Il professor Scopeck annuì mordendosi il labbro.

‘Ho capito, Hans. Ho capito. E’ come l’ultima volta. Sei ubriaco e non sai con chi prendertela. Bè, hai sbagliato indirizzo. Qui non c’è più nessuno disposto a perdere tempo con te. Tornatene a casa e fatti un buon sonno. Segui il mio consiglio, Hans, e statti bene.’

Scopeck tornò nel suo studio e chiuse la porta. L’assistente gettò ancora un’occhiata ironica e commiserativa al dottor Kusack.

‘Non è modo’ disse scuotendo la testa ‘non è questo il modo’ e sparì anche lui nella stanza.


Hans Kusack girellò ancora una mezz’ora nell’ospedale.

Nessuno badava a lui. Incontrò almeno una dozzina di colleghi vecchi e giovani che lo conoscevano benissimo e che fecero finta di non vederlo.

Entrò in un reparto dove l’odore di cibo, disinfettante, panni sporchi e malattia si mescolavano a formare il respiro dell’ospedale. Si fermò a guardare i letti allineati contro le pareti, i finestroni che rivelavano il cielo e le immagini sacre sui muri delle corsie: al centro, su un piedistallo, una madonna bianca e azzurra alzava una mano di gesso benedicente.

Kusack si avvicinò ai piedi di un letto, sollevò la cartella appesa al nastro di cotone e la sfogliò.

Un infermiere lo teneva discretamente d’occhio dal fondo della corsia.

In quel letto un malato stava dormendo, ma si svegliò di colpo e lo guardò con perplessità.

‘Non si preoccupi’ disse il dottor Kusack ‘sono un medico. Sono il dottor Kusack. Allora, tanti auguri.’

E si allontanò.

Sarebbe potuto rimanere lì fino a notte senza che nessuno gli dicesse nulla. Queste erano le consegne, a quanto pareva: lasciarlo perdere, “Ignorare Hans Kusack!”.

Il dottor Kusack pensò che forse era vero che lui era il peggiore di tutti, il più presuntuoso e ridicolo, e che la sua indignazione era dettata solo dall’invidia. Eppure, se avesse lavorato anch’egli nell’ospedale, una cosa senz’altro non l’avrebbe fatta: ignorare un vecchio collega come lui, trattarlo come se fosse invisibile.

Se si fosse visto com’era in quel momento, e come sapeva di apparire, sarebbe andato incontro a se stesso per abbracciarsi e parlare di tante cose, di com’era andata la vita e del perché era andata proprio in quel modo.

Ma mentre pensava queste cose e ricominciava a sentire il bisogno degli altri, capì di colpo che l’ubriachezza era finita e che quelli erano di nuovo pensieri da sobrio, metà giusti e metà sbagliati, e scappò via.


Scese in città a piedi e arrivò che faceva sera.

Come ultima conseguenza della sbornia gli era rimasta solo una gran sete. Entrò in un locale e chiese una birra. La bevve lentamente mentre pensava che, in fin dei conti, i danni e le conseguenze di quella giornata così strana non erano poi gran cosa.

La signora Kock, la signorina Klopstock, Scopeck, l’ospedale: poco più che ombre, cose del passato, occasioni perdute e meschine soddisfazioni.

Invece, faceva ancora in tempo a passare da sua madre. Poteva fermarsi a cena da lei, anzi doveva, perché non aveva fatto nemmeno un po’ di spesa e in casa non c’era nulla a parte il whisky.

E di colpo, al solo pensiero del liquore, sentì una gran nausea. Lasciò la birra a metà e uscì per la strada.

Gli girava la testa. Barcollò e finì addosso a un passante, che lo spinse via di malo modo.

‘Ubriacone!’ gli gridò.

‘Ma no’ mormorò il dottor Kusack ‘non si tratta di questo. Adesso è diverso.’

Si appoggiò a un muro e chiuse gli occhi, ma era peggio. Si sentiva come in una di quelle attrazioni da giostra che ti fanno ruotare all’impazzata con tutta la gente che ride di paura e si diverte.

‘Ora passa’ pensò ‘ora passa.’

La nausea tornò a salire, questa volta più forte, raggiunse la gola e uscì dalla bocca con un fiotto acido che sapeva di birra.

Subito dopo, il dottor Kusack si sentì meglio. Aveva la giacca e i pantaloni bagnati e sporchi ma era sicuro di potersi reggere in piedi.

‘Ora vado da mia madre a ripulirmi ’ pensò. Si staccò dal muro e fece qualche passo sul marciapiede.

‘Va meglio’ pensò.

Dopo pochi metri cadde al suolo come se gli avessero portato via le gambe. Si formò un capannello di gente.

‘Chiamate il professor Scopeck’ disse Kusack ‘anzi no, lui no, chiamate un altro’ e nonostante tutto gli venne da ridere.

Ma nessuno di quelli che gli stavano attorno capì una parola, perché la lingua era ferma ed egli non sentiva più le labbra né la metà destra del corpo.

Così fu proprio Scopeck a precipitarsi, chiamato da chissà chi, e quando arrivò il dottor Hans Kusack era già morto.



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Impeccabile :)))Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Un personaggio pieno di umanità e contraddizioni sfumature fredde che suggeriscono più riflessioni. Uno stile impeccabile e un’atmosfera a metà tra una fiaba e un noir Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Molto bello. Concentrato, efficace.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Antonella Avolio ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Antonio M. ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello, ma già si sa della tua scrittura così disincantata ed efficace. Probabilmente renderesti interessante anche un bugiardino, o un qualsiasi decreto legge Solo una cosa non capisco per mio limite sia chiaro: l'accostamento di disinteresse e rassegnazione al destino, alla qualità dell'umiltà. Segnala il commento

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Bruno Gais ha votato il racconto

Esordiente

Uno dei tuoi racconti più belli, e gli altri mi erano piaciuti tutti. E' una lunga passeggiata insieme agli stati d'animo del dottore, racchiusi in un giorno, ma che in realtà sembrano contenere tutta la sua vita. Ogni frase non è mai scontata e contiene un messaggio al suo interno. Per me non è un semplice racconto, ma un codice pieno di insegnamenti. Azzeccati i ritmi, e i dialoghi così umani. Scorre che è una meraviglia, come l'alcol. Ciao Doktor!Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Rebecca91 ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo racconto. Davvero un punto a favore della scrittura.Segnala il commento

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palu ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo. Un racconto che suona un po' come una fiaba, con una morale da fiaba, per così dire, che può riguardare ognuno di noi. Il finale penso che sia meraviglioso, con quella miscela perfetta di ironia e tragedia a coronare un epilogo che sorprende, come i casi della vita. Grazie molte per la lettura, PaoloSegnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Che dire? Anche questo me lo sono bevuto. Narrato così bene che non ti fermi un attimo a pensare. Mi hai fatto immaginare Praga - non so perché - e quest'uomo che la percorre in cerca di una rivalsa qualunque durante una giornata a tratti alcolica. Bravo, c'è poco da da aggiungere. Ps: bentornato.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Bruno Magnolfi ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

il raccontare fondato su un principio semplice. -- far sembrare che, in una storia, quello che viene dopo, dipenda casualmente da ciò che viene prima --. l'aspettativa è la forza trainante, espressa qui con perizia comunicativa e virgolette inglesi.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Duro e bello Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

a ogni frase m'aspettavo che succedesse qualcosa ma a ogni frase sapevo che sarebbe successa a quella successiva e così leggevo veloce e aspettavo. è come se l'incipit contenesse un presagio subliminale di metamorfosi; o forse è la tua prosa così ben costruita. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto bellissimo narrato alla perfezione. I tuoi racconti hanno questa caratteristica: sono racconti. Sono storie che si sviluppano e ci conducono da qualche parte. E nelle tue storie accade spesso, come in questo caso, che il protagonista cambi, si evolva; o forse no, era già così, ma cambia via via l'idea che ci facciamo di lui. Perché questo straordinario fenomeno si verifichi bisogna essere parecchio ma parecchio bravi.Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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GAP ha votato il racconto

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Si sentiva la mancanza dei tuoi racconti. Bello, molto.Segnala il commento

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omALE ha votato il racconto

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EpilogoSegnala il commento

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di doktor

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