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Narrativa

La mietitura

Pubblicato il 25/07/2018

Giulietta è una ragazza bellissima, ma innamorarsi di lei può essere pericoloso.

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Mio padre l’aveva avvertito di non andare là, ma lui non ha ascoltato. Ecco cosa succede quando non si ascoltano gli adulti: si rischia di rimanere paralizzati.

Quella mattina abbiamo segato il grano. Il nostro terreno non è così grande, ma ci basta per campare. Io e mio padre lavoriamo sodo, e io, anche se son zoppo, lavoro tutto il giorno con impegno.

Quella mattina il sole era così forte che la nostra mula più vecchia si era accasciata a terra e non si era più rialzata. Ne avevamo chiesta in prestito una a Stefano, mio cugino, che ci ha pure dato una mano col lavoro. Quando gli ho chiesto se aveva portato la falce, mi aveva risposto di no.

Allora ho commesso l’errore di mandarlo da Renato, l’arrotino, che affila tutti gli arnesi di mio padre e anche degli altri contadini, e lui ci è andato. Ma quando è tornato era turbato: aveva visto sua figlia.

Successe anche me, posso capirlo, ma sanno tutti che è pericoloso innamorarsi della figlia di Renato.

Sua figlia si chiama Giulietta, ed è bella come una margherita bagnata della rugiada di prima mattina. Lei sta sempre in casa e Renato non le permette di uscire.

“Il primo uomo che metterà le mani su di te, ne sentirà la mancanza, delle sue mani” diceva spesso.

Il giorno dopo Stefano era andato di nuovo da Renato, per farsi prestare sta volta una livella.

“Devo finire il muretto vicino alla stalla, e la mia non la trovo più”, gli disse.

Un’altra volta ancora per l'olio motote del trattore.

“Il trattore non lo uso, ma la manutenzione la faccio comunque”.

E ogni volta che Renato si allontanava per andare a cercare gli arnesi richiesti, Stefano ne approfittava per chiamare Giulietta, che lo attendeva dietro alla finestra della cucina, e quando Renato si era allontanato abbastanza ne approfittavano per baciarsi come forsennati.

So queste cose perché li vedevo, mi mettevo dietro il muretto che separa casa nostra da quella di Renato e li spiavo. Me li ricordo bene quei giorni, perché una volta ero io a baciare la fortuna con quella foga.

Mio padre venne a sapere che Stefano aveva preso una bella scuffia per Giulietta, e lo avvertì che se lui sapeva allora anche Renato poteva sapere.

“Il mio è un avvertimento, figliolo. Tua madre ha già perso un marito, non darle un altro dispiacere morendo o diventando un uomo inutile facendoti del male”.

Ma la cosa andò avanti diverse settimane, finché una sera Stefano mi chiese aiuto per farlo sgattaiolare nella stanza di Giulietta la notte fonda. Io lo accompagnai.

“Sta attento, che quello tiene in mano il machete anche quando dorme”, gli dissi.

Quindi Stefano fece l’amore con Giulietta, tutta la notte, mentre io tornai a casa a dormire.

La mattina dopo sua madre se lo trovò con la schiena spezzata davanti alla porta di casa. Renato l’aveva scoperto prima ancora che potesse levarsi i pantaloni e l’aveva picchiato tutta la notte. Aveva usato il calcio del fucile. Lui non gli ammazzava i ladri o i vigliacchi che si approfittavano di sua figlia, li rendeva paralitici.

Con me non ci era riuscito però, perchè ero veloce una volta, ed ero scappato via in fretta, dopo essermi prontamente goduto sua figlia. Ma mentre scappavo aveva sparato un colpo col fucile e mi aveva preso la gamba. Da quel giorno sono zoppo. Ma ne è valsa la pena, per Giulietta questo e altro.

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