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Narrativa

La misura.

Pubblicato il 22/11/2018

1933, Philadelphia. Richard ha un sogno: permettere a sua madre di vedere una pellicola sul grande schermo, togliendola dalla frustrazione di sentirsi rifiutata dai cinema tradizionali, a causa del suo peso. Da un forte sentimento di famiglia e dalla caparbietà, nasce il primo cinema drive-in.

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Il 6 giugno del 1933 in un posto chiamato Pennsauken, al di là del fiume Delaware e a pochi chilometri da Philadelphia, un rivenditore di ricambi per auto, Richard Hollingshead, aprì il primo cinema drive-in. 

Era mio cugino.

Con poco più di trent’anni alle spalle, tutti spesi a lavorare, una sera inoltrata del settembre del 32 si sorprese a fantasticare. Era la prima volta che legammo stretti i quattro angoli di un lenzuolo ai due alberi che segnavano il confine con gli Smith. Gli Smith eravamo io, mio padre e mia madre.

Fu così che demmo vita al nostro sogno americano.


“400 acri”, disse alzando lo sguardo dal bicchiere, “come 250 volte un campo da football”. Poi tirò su col naso come a far entrare i pensieri e mi fece cenno di seguirlo. Uscimmo di lena dal pub, senza salutare gli altri, salimmo in auto e percorremmo verso nord tutta la Burlington Pike senza parlare.

Rich rimase con gli occhi incollati all’angolo sinistro del parabrezza, con lo sguardo obliquo puntato verso la sua visione. Arrivammo nel campo, parcheggiammo all’inizio della radura: da lì si poteva scorgere quasi tutta l’ampiezza del fondo, i boschi di pini che lo chiudevano, la vegetazione bassa alternata a macchie scure di terriccio arso.

“Qui andrà il gabbiotto” diceva a gran voce, “le persone pagheranno venticinque centesimi di dollaro, e le auto pure”. Poi correva fino in fondo, dove non potevo più sentirlo, si girava, sorrideva e iniziava a disegnare in aria forse una bandiera gigante, o un grosso aquilone, oppure un enorme cartello. Dandomi le spalle, indietreggiava di qualche decina di metri e giù a simulare qualcos’altro. La sua idea, per me ancora sconosciuta, era già energia vibrante e io la inspiravo.


Negli anni trenta a Philadelphia c’era solo un cinema, il Troc.

Per dirla tutta, il Trocadero era un vero e proprio teatro, con le sue poltrone di velluto carminio e i suoi loggioni, ma il mercoledì sera calavano un telo sul fondale e sopra il palcoscenico, e sostituivano i musical con pellicole in bianco e nero. Io e Rich andavamo a vedere Dracula, Il mostro di Düsseldorf, Frankenstein. I polpettoni sentimentali non facevano per noi. Trasudavano amore e romanticismo e noi volevamo suspense e, se possibile, sangue. Ma zia Jane, da quando aveva visto attaccare la locandina de L’angelo Azzurro, non si era data più pace.

Una sera come le altre, che lo andai a chiamare per scendere al pub, ci avvicinammo al tinello e scorgemmo la zia, con in capo il cappello nero dello zio, far le prove come Lola Lola tra la piattaia e la stufa, nel riflesso della credenza. Rich, l’indomani, prese tre biglietti, posti centrali, per lo spettacolo delle diciannove del giorno a seguire e nascose quello per sua madre sotto il piatto.

Quando lo trovò, pianse. E poi pianse lui.


Arrivammo al teatro con mezz’ora di anticipo, nei nostri abiti buoni. La zia Jane indossava un vestito leggero e ampio a fiori, mentre noi uomini eravamo in beige. Quando la coda iniziò a muoversi, sentii il respiro della zia farsi affannoso. Nessuno, in quel momento, immaginava che da lì a poco avremmo dovuto rinunciare alla proiezione a causa della mobilia. Jane provò e riprovò a sedersi, ma non ci fu verso di incastrare entrambi i fianchi nella poltroncina rossa. Quando alzò lo sguardo e vide di essere osservata da metà teatro capì di averci provato troppo e che, per orgoglio, non avrebbe chiesto di vederlo neppure in piedi. Fu quel settembre del 32, seduti nella nostra auto, parcheggiata di fronte ad un telo bianco, attaccato tra due alberi, aspettando il buio con i finestrini abbassati, che Richard vendicò la dignità di sua madre e cambiò le nostre vite.


La sera del 6 giugno arrivò. Il giorno passò elettrico come un esperimento di Tesla. E quando scese il buio, il botteghino aprì: si alzò la sbarra, il serpente di macchine cominciò a scomporsi su varie file, il rumore cupo delle auto lasciò spazio al vociare delle famiglie.

Quando tutti i 400 acri furono coperti, salimmo anche noi nelle nostre auto. Le voci si fecero sempre più meste, intervallate da attimi di quasi silenzio. Poi di nuovo qualche schiamazzo, voci di bambini e di cani, cori di incitamento a iniziare la proiezione, e poi di nuovo, da capo, rumore, silenzio, cori. La gente non aspettava altro, e noi demmo il segnale. Un colpo di clacson esplose nell’aria e si promanò lungo le diagonali del drive-in.

Io e i miei eravamo nell’auto a sinistra di quella di Richard e sua madre. Io dal lato passeggero e lui al volante, potevamo, volendolo, stringerci la mano dai finestrini. Appena lo schermo si illuminò di una luce bianca e immateriale mi girai verso di lui, forse per la millesima volta quella sera, e lo vidi: il mento sollevarsi, la bocca incurvarsi, le mandibole tendersi.

Fu solo in quell’attimo che l’emozione lo tradì.

Giurerei che gli venne in mente la frustrazione di sua madre al Trocadero Theatre e il suo sederone che sfregava dentro il velluto, facendo scintille. Per la lacrima prima, e il sogghigno sommesso poi.

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rheya ha votato il racconto

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Corrado ha votato il racconto

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Chiara Filippi ha votato il racconto

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Bello!Segnala il commento

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Francesco Manciola ha votato il racconto

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Elisabetta.di Maria ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Mi e’ piciuto. Una buona scrittura e una bella storia. Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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La magia del cinemaSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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Non mi piace il titolo. Il resto è una meraviglia!Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bella la storia americana. E la capacità di narrare si senteSegnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Bella storia e scritta bene...brava....Segnala il commento

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Luxandro ha votato il racconto

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di Barbara Volpini

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