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Narrativa

La muta

Pubblicato il 13/06/2019

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La muta o ecdisi consiste in un cambiamento totale o parziale di pelle o rivestimento cutaneo. Nei serpenti avviene più volte all’anno, a seconda della specie e dell’età. Negli esemplari giovani si verifica con maggiore frequenza.


Il tetto metallico della rimessa grondava l’estate calda e densa che non voleva mollare. Riccardo, in terra al centro del piccolo locale ingombro, raccoglieva tra le gambe conserte un mucchio leggero di riccioli di legno. Era bastato staccare l’ultimo segmento della lama per avere tra le mani il taglierino più affilato del mondo, e da quasi un’ora il ragazzo rifilava con ritmo preciso i listelli che Lorenzo aveva procurato.

E’ per la gazza, gli aveva detto, lo sai che annuncia la morte?

Riccardo non sapeva mai nulla di quanto gli raccontava Lorenzo. Lo ascoltava e beveva ogni nuova informazione con la diligente passività di un germoglio.

Era la prima gabbia che costruivano e sembrava un gioco da ragazzi.

E loro erano ragazzi.


La muta è preceduta da una fase preparatoria, detta premuta, durante la quale i rettili secernono un liquido urticante. In questo periodo i mutanti diventano irascibili, non si alimentano e tendono all’immobilità, poiché il suddetto liquido li rende ciechi.


Lorenzo, seduto su un vecchio sgabello di ferro, legava insieme i listelli già pronti con un complicato intreccio di fili da pesca.

Mancava un mese all’inizio della scuola. Quarta ginnasio per Lorenzo, primo ragioneria per Riccardo. Due edifici attigui, giù dalla collina dove inizia la città, per due destini diversi.

“Tu sai dov’è Montreaux?” chiese Lorenzo, continuando ad annodare il filo invisibile.

Riccardo si limitò a scuotere la testa.

“Mia madre ha saputo di un collegio da quelle parti”, proseguì Lorenzo. “E’ un bel posto, in mezzo a un bosco. Ci sono anche i cavalli. Forse ci andrò.”

La lama incespicò sul legno, Riccardo perse il ritmo, ma non alzò lo sguardo.

“Tornerei per le vacanze, o forse anche più spesso. Magari potresti venirmi a trovare, qualche volta.”

Lorenzo continuava a parlare, come per aggiustare una mira presa male, ma Riccardo si comportava come se non lo sentisse affatto.

“Se è per il motorino, non ti preoccupare. Te lo lascio.”

“Non mi serve il tuo motorino.”

“Si può sapere cos’hai?” Lorenzo lo odiava, quando faceva così.

“Niente.” Riccardo sorrise inclinando ancora più in basso la testa bionda.

“Pensavo solo che ha ragione mio padre”, disse. “Che devo lasciarti perdere. Tanto prima o poi non saremo più amici, perché siamo di classi diverse. Ma non nel senso della scuola.”

A Lorenzo sembrò di aver ricevuto uno schiaffo. Il padre di Riccardo era il giardiniere e l'aveva sempre tenuto a distanza, ma Lorenzo non voleva credere che Riccardo la pensasse come lui.

“E secondo te è proprio così?” gli chiese, e la sua voce uscì stonata.

Riccardo alzò finalmente lo sguardo, uno sguardo iridescente che fendeva la penombra.

“Io non lo so”, disse. “Sei tu che te ne vai.”

Poi scattò in piedi. Una pioggia di frammenti di legno precipitò dai suoi jeans al suolo senza sonoro. Porse il taglierino a Lorenzo, puntandolo a una spanna dal suo naso.

“Mi sono stufato, finisci tu”, disse.

Istintivamente Lorenzo colpì la mano di Riccardo facendo volare il taglierino sulla soglia della rimessa. Senza nemmeno capire cosa stesse accadendo i due ragazzi si scagliarono l’uno contro l’altro e caddero a terra, a un palmo dalla lama, ringhiando come cani.

La rabbia tra loro si miscelava alla certezza che questa volta era diverso. Non stavano facendo la lotta come avevano fatto mille altre volte. Era come se la barchetta su cui avevano solcato insieme le acque tiepide della loro infanzia si fosse improvvisamente rovesciata e li avesse precipitati in un’oscurità spaventosa.

Riccardo, schiacciato al suolo dal corpo più pesante di Lorenzo, riuscì a liberarsi mettendosi a scalciare come una bestia e nel tumulto assestò un colpo al telaio della gabbia, che andò in pezzi.

Ora ti ammazzo, pensò Lorenzo. Afferrò Riccardo da dietro cingendogli il braccio intorno al collo e lo sbatté con violenza contro la parete di cemento.

“Lasciami, stronzo!” la voce di Riccardo usciva tremante dal petto schiacciato al muro.

“Sei tu lo stronzo! Tu e tuo padre.”

Nelle loro bocche vicine si affastellavano gli insulti e i respiri affannati e stupidamente sincroni.

Lorenzo mollò la presa, senza indietreggiare. Riccardo si voltò e si ritrovarono faccia a faccia.

Si scambiarono uno sguardo feroce. Vaffanculo. Forse lo pensarono entrambi, ma non lo dissero. Rimasero fermi, corpo a corpo.

Poi la rabbia iniziò a scivolare via, lasciandoli soli in quell’abbraccio fragile e nuovo. Per un attimo fu annientata ogni distanza, il collegio, i padri, il tempo che li avrebbe perduti e la storia che li aveva precipitati in due vite così diverse. Senza volerlo, Lorenzo sollevò una mano fino alla nuca di Riccardo. Sentì il suo sangue tiepido pompare sottopelle e pulsargli tra le dita e sentì anche una debolezza strana spandersi tra le braccia. Un sorriso affiorò tra di loro e li chiuse dentro a un incanto senza nome.

Poi lo sguardo di Riccardo scartò dietro le spalle di Lorenzo, verso la porta spalancata della rimessa, e tutto andò in frantumi. Chiara era lì, sulla soglia. Lorenzo si voltò in tempo solo per vedere la gonna di sua sorella scivolare via. 


 

L’esordio della muta avviene con il distacco della vecchia epidermide dalla bocca. Il serpente inizia istintivamente a strofinarsi a rami, pietre e altre superfici solide, finché ha liberato la testa. Poi, attraverso movimenti e pressioni del corpo, si sfila dal vecchio rivestimento corneo, che in assenza di arti rimane intero e intatto.


“Scendi, ti ho detto! Ridammi il mio ciondolo!”

Le urla di sua sorella lo scossero da un cerchio ossessivo di pensieri. Lorenzo si era abbarbicato, ormai solo, nella casa sull’albero, che si faceva sempre più piccola con il passare del tempo.

Chiara faceva la ronda sotto al grande olmo su un fragore di foglie cadute. E tentava, scagliando manciate di ghiaia, di rendere più funesta la sua minaccia.

Lorenzo pensava a Riccardo. Cosa abbiamo fatto per rovinare tutto così. Non si erano più visti e a lui sembrava di soffocare. Forse anche Riccardo ci pensava, e forse almeno lui riusciva a spiegarsi cos’era successo quel giorno. E chissà se anche lui riusciva a pensarci solo fino a un certo punto, quel punto di rottura in cui Lorenzo inciampava su qualcosa di troppo simile alla vergogna e si ritrovava a scuotere la testa come per svuotarla di tutto. Per poi ricominciare da capo.

“Quando scenderai, perché scenderai, ti spacco la testa.”

A Lorenzo sembrava una reazione del tutto esagerata per uno stupido ciondolo di latta. E comunque non lo aveva tecnicamente rubato, quel ciondolo, l’aveva solo preso a prestito a scopo scientifico. Era l’esca per la gazza. Lorenzo aveva raccolto ogni pezzo del telaio in frantumi e ci aveva lavorato per ore, nella rimessa, scoprendo per la prima volta quanto può essere ingombrante un’assenza.

A qualcosa doveva pur servire, quella gabbia.


Alcuni studi hanno rilevato una corrispondenza tra l’esordio della muta e le fasi lunari. Osservando una vasta popolazione di rettili si è notato come in fase di luna piena gli esordi di muta si incrementino sensibilmente, così come avviene, in proporzione diversa, per il parto umano.


Facciata est, terzo piano, seconda finestra da sinistra. Riccardo studiava la grande casa in fondo al prato e cercava d’immaginare dove fosse Lorenzo. Certamente, a quell’ora, la sua stanza era vuota e lui era sull’albero, dove avevano passato mezza vita insieme.

Non ci era nemmeno andato, in collegio, quello stronzo. Tutto quel casino per niente. Avrebbero potuto continuare a vedersi per un po’, e aspettare che quel legame strano e profondo si allentasse da solo, senza strappi. Sarebbe comunque successo, prima o poi, si sarebbero persi davvero, come diceva suo padre, per il corso naturale delle cose. O forse no? Comunque non adesso, non così.

Forse bastava andare alla casa sull’albero, sedersi vicini di nuovo e non parlarne più. Avevano milioni di altre cose di cui parlare e c'era da catturare la gazza.

Vedendolo sfrecciare giù dalle scale e oltre, fuori dalla guardiola, suo padre gli urlò dietro: “Dove vai?”

Riccardo accelerò il passo e non rispose. Attraversò gli arbusti di more, le spine sulle caviglie come esili artigli, e si piegò per raccoglierne. Le avrebbero mangiate insieme, lui e Lorenzo, ridendo poi delle dita viola. Aveva già raccolto un discreto bottino quando, spostando un po’ le fronde, vide qualcosa che lo paralizzò.

Una lunga vipera si contorceva avvinghiata a un sasso e sembrava avere due teste. Guardando meglio si poteva distinguere la testa nuova, di un verde scuro e brillante, da quella vecchia, ancora attaccata al corpo, più chiara e opaca. L’involucro morto era intatto persino nelle palpebre, trasparenti e svuotate. La vipera dava brevi scosse silenziose e regolari, e Riccardo si ritrovò a pensare al giorno in cui suo padre, per prepararlo all’arrivo del nuovo fratellino, gli aveva spiegato in modo grossolano e un po’ cruento come nascono i bambini.

Nessuno però gli aveva mai parlato di questo parto mostruoso, senza sangue e senza figli.

Riccardo lasciò cadere le more e prese a correre più forte che poteva. Il sentiero si snodava in salita tra grandi mucchi di rami potati, che suo padre accumulava qua e là nel parco come enormi briciole di un pollicino gigante.


Il processo di muta innesca un netto innalzamento della temperatura corporea e può durare diversi giorni. Una volta completata la muta, l’animale presenta colori più vivaci e una spiccata mobilità. Tende a cambiare zona, allontanandosi dal vecchio strato di pelle.


Lorenzo lasciava strillare sua sorella senza nemmeno degnarsi di risponderle. Chiara cominciò a pensare a una vendetta adeguata, ma il suo coltellino, i libri illustrati, i barattoli di insetti, tutto ciò a cui Lorenzo teneva di più era lassù, al sicuro. A pensarci bene, però, una cosa c’era. Ripensò all’immagine di quel pomeriggio in cui li aveva sorpresi nella rimessa. Aveva riconosciuto la paura negli occhi di Riccardo e l’imbarazzo nel mutismo in cui si era asserragliato Lorenzo nei giorni successivi. Non li aveva più visti insieme né sentiti scorrazzare per il parco.

“E Riccardino? E’ lì con te?”

Il cuore di Lorenzo tremò e per un attimo sembrò staccarsi come una foglia.

Sbirciò tra due assi discoste del pavimento della casetta e vide la sorella, che da quei cinque metri di altezza sembrava non avere nessun corpo, solo una testa stupida e cattiva e dei piedi piccoli, in fondo.

"Mi hai sentita? Dov'è finito il tuo amichetto?"

Lorenzo non trovò nulla da dire. La paura l’aveva assalito con un formicolio improvviso alle mani e agli zigomi e il sangue aveva iniziato a pulsargli in testa così forte da impedirgli di pensare.

“Allora? Scendi subito! Conto fino a tre, poi vado da mamma a raccontare tutto.”

Non ti crederà, pensò Lorenzo.

Uno…

Non abbiamo fatto niente di male.

Due…

La mamma ti riderà in faccia, è una sciocchezza…

Tre.

Lorenzo vide Chiara voltarsi di scatto e correre verso la casa. Si precipitò urlando verso l’uscita della casetta.

“No! Chiara!”

Riccardo arrivava di corsa, chiamava Lorenzo e diceva non sai cosa c’è, giù al fosso.

Chiara si fermò e si voltò con sguardo trionfante.

Lorenzo uscì a ritroso dalla stretta soglia, cercando con il piede il primo ramo della discesa.

Riccardo, a pochi metri dall’albero, lo vide annaspare nel vuoto e si fermò di colpo, come chiuso fuori da un cancello invisibile.

Il ciondolo di Chiara scintillò in alto, tra le foglie, per un istante.

Lorenzo mancò la presa. Avrebbe potuto aggrapparsi al ramo portante, o alla soglia della casa, ma sentì la terra che lo tirava giù e si lasciò andare.

L’ultima cosa che vide fu Riccardo.

Cercò un appiglio nei suoi occhi iridescenti e, per un attimo, sperò di caderci dentro.


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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello.Segnala il commento

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Fiorenzo ha votato il racconto

Scrittore

Sono tornato a rileggere un bel racconto. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

uno dei tuoi racconti più belli: strutturato, intenso, prepotentemente elegante; una lezione di stile e di narrazione. Segnala il commento

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albertomineo ha votato il racconto

Esordiente

Bella scrittura, delicato e violento come è quell'etàSegnala il commento

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Caucasica ha votato il racconto

Scrittore
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Claudio Bandelli ha votato il racconto

Esordiente

IpnoticoSegnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

Scrittore
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Karl Krasnyy ha votato il racconto

Esordiente
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eli ha votato il racconto

Esordiente

Che bello, mi ha catturato fino all'ultima parolaSegnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Molto bello. Anche l'immagine della vipera. Lo avevi già pubblicato una volta? :)Segnala il commento

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di anna siccardi

Scrittore