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Autobiografia

La partita di Niria

Pubblicato il 04/11/2018

Ricordo di un amico che ho perso di vista tanti anni fa.

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Fra gli scacchisti della compagnia, Niria era il meno tecnico, ma il più brillante.

Aveva alle spalle una famiglia sfasciata dalla droga che gli aveva instillato una sorta di ribellismo fine a se stesso. Da ragazzino non si divertiva troppo con le compagnie regolari, ma andava spesso alla pesca di quelle borderline; da giovane adulto disprezzava come individuo intruppato chi si impegnava nel lavoro. All’interno della compagnia sapevamo che non aveva molte persone su cui contare, ma lui ha preferito cambiare aria. Noi gli offrivamo opportunità professionali e un modello di vita borghese che a lui stava proprio sul gozzo. Preferì frequentare una compagnia di fattoni, che oggi continuano a fare gli alternativi con i soldini di papà, mentre lui dorme su un materasso, in un appartamento occupato, con la serratura scassata.

I rapporti si sono incrinati in maniera decisiva quando la coppia per eccellenza della nostra compagnia, formatasi ai tempi dell’asilo, ha convolato a nozze e lui, che era stato scelto dallo sposo come testimone, ha preferito unirsi ai Black Block in Piazza Alimonda, paccando la cerimonia. Ormai abbiamo sue notizie solo tramite gli sporadici post che compaiono su facebook, di norma rancorosi.

Come scacchista, comunque, era bravo. All'epoca ci trovavamo tutti i pomeriggi al parco di Villa Litta e giocavamo un paio di partite sulle panchine, nel lembo di terra che separava il campo di basket da quello di calcetto, una zona che ci apparteneva per diritto di usufrutto. Una domenica mattina la biblioteca rionale organizzò un torneo di scacchi e decidemmo di partecipare. Io non avevo alcuna velleità: sono un dilettante. Ma mi piaceva l'idea delle partite a tempo, con il timer per ciascun giocatore e la vittoria a punti se nessuno riusciva a mettere in scacco l’avversario.

Non la presi troppo seriamente anche perché la sera precedente tirammo l'alba. A casa di un'amica, sorseggiando il limoncello artigianale prodotto da suo nonno, passammo ore a parlare di grandi temi, con la sicurezza patinata di assolutismo che solo i giovani e gli sprovveduti conferiscono alle cose della vita. E la cosa divertente, a pensarci oggi, è che non ci sentivamo retorici.

Il giorno dopo, di conseguenza, mi sentivo ben poco propenso a calcoli e ragionamenti, visto che avevo bevuto e non avevo dormito.

Per Niria, invece, fu un trionfo. Credo che per lui quella giornata ebbe un valore speciale, una sorta di riscatto personale. Per una volta si sentì valorizzato, cosa che gli accadeva troppo poco spesso. Non vinse, arrivò secondo. Ma giocò la partita finale contro un professionista e la perse solo ai punti, senza subire lo scacco matto. Ricevette complimenti e strette di mano, che accettò con dignitoso riserbo.

Si trattò di un solo giorno. Si trovava già sul crinale dell'emarginazione, confine che avrebbe varcato nel volgere di pochi anni, e non bastava una piccola soddisfazione come quella a imprimere una nuova direzione alla sua vita.

Lo rividi qualche anno dopo, per caso, in Piazzale Maciachini. Mi invitò a giocare a casa sua. Viveva, abusivamente, nella portineria del palazzo in cui era cresciuto, con un cane malandato. Prima di recarci da lui mi chiese di accompagnarlo all'Esselunga. Prese una bottiglia di Vodka da quattro soldi, la infilò nel congelatore dei surgelati e attese che diventasse fredda. Durante il pomeriggio se la scolò quasi tutta, eccetto un paio di bicchierini che mi bevvi io.

Non l'ho più rivisto.

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