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Fantastico

La Piazza dell'Incanto

Di Cap
Pubblicato il 23/11/2022

Un lavoro come un altro in un giorno come un altro, ma in un luogo che è tutt'altro.

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Al “Pascucci” non c’era quasi nessuno.

Un cliente ammusato, nell’angolo, aspettava il barista, che ciondolava assonnato a cercar di capire dove fosse il bricco del latte per fargli il suo cappuccino.

Videoclip colorate riempivano l’aria di musica, un’aria dall’intenso aroma di caffè.

“Tutte le cose più belle sono nate davanti a un caffè” pensò Maia tenendo la tazzina calda fra le mani “perché nei caffè proposti e negli inviti ricevuti troviamo sorrisi, confidenze, calore, serenità; perché il caffè è condivisione e racconto, e il suo profumo nell'aria è come un raggio di sole: ha la leggerezza di saper dire ti voglio bene o mi sei mancato".

Sospirò, bevve l’ultimo sorso e guardò l’ora.

“E’ l’ora” si disse e si alzò lanciando un cenno della mano al barista col cappuccino in mano. Poi attraversò Piazzale Fellini, varcò l’imponente cancello in ferro battuto e lui le apparve.

Il Grand Hotel era lì, oltre il giardino.

Sospeso tra le nuvole e il mare, ritagliato nel cielo acquoso, oltre i pini piegati dal tempo. Aveva la facciata pennellata dall’aurora e, lassù sulla cima, le bandiere imbizzarrite nel vento.

Lei amava arrivarci da qui e, prima di entrare e iniziare il suo turno, fermarsi su una panchina di quel luogo d’incontro tra il mondo e un universo magico. Lì erano racchiuse quasi tutte le istantanee vive dei suoi ultimi anni: un cliente che dopo averle parlato la guardava negli occhi e le sorrideva, stringendole la mano senza dire altro; la terrazza imbandita a festa e il suo viso alzato ai fuochi d'artificio in una notte di agosto; una foto scattata con l’ospite che voleva portare con sé un suo ricordo; un abbraccio prima di una partenza che avrebbe creato l’alchimia dell’attesa per l’incontro nell’anno a venire.

Si sedette e rimase lì, in silenzio, ma dopo poco le sembrò di sentire qualcosa. 

Dapprima come un sibilo poi, progressivamente più nitida, la melodia calma e profonda di un pianoforte che lei riconobbe immediatamente. Si incamminò dietro il giro di accordi fa, re, la, mi che si ripeteva ammaliante e si lasciò guidare dalla loro leggerezza a galleggiare su “Nuvole bianche”.

Maia non capiva, ma non le importava, ci era ormai abituata alle suggestioni di quel posto.

Così riprese il passo e percorse veloce il vialetto. Fece il giro dei satiri che danzavano sull’orlo della fontana e ne elencò i nomi che aveva dato loro quando studiava greco al liceo: Sileno, Marsia, Silvano, … non li ricordava più tutti.

Raggiunse la scalinata e salì sulla terrazza.

Era spoglia, senza ombrelloni, con pochi tavolini sparsi, dalle tovagliette ondeggianti nell’aria.

Una folata l’avvolse e fu presa, come in un vortice, che le sembrò di essere nella scena di Amarcord in cui i ragazzi ballavano con finte dame nel vento. 

Così le venne in mente quella sera estiva, in cui la terrazza era allestita di tutto punto, con i tavoli che ne riempivano ogni spazio mentre un quartetto sul rondò suonava una musica coinvolgente.

C’erano tante coppie in abiti lussuosi e scintillanti a danzare e lei, come spesso accadeva, era sulla porta d’ingresso a guardare quello spettacolo d’altri tempi. Seguiva la musica ad occhi socchiusi quando il cavalier De Blasi le apparve ad un passo. Era un sorprendente ed elegantissimo settantenne, amante dell’archeologia, della filosofia e delle belle donne, che corteggiava con antica e impeccabile cortesia.

“Mi concede questo ballo?”

Lei rimase interdetta e provò a balbettare parole del tipo “ma io non so ballare” o qualcosa del genere, ma il cavaliere le prese la mano e, traversando la folla la condusse sul rondò, le cinse i fianchi e le disse:

“Ora si lasci andare”.

Lei si fece portare e cullare con gli occhi chiusi e l’odore del mare che l’inebriava.

“Il fascino di questo luogo è nelle sue imperfezioni” sussurrò lui ad un tratto “esso vive dell’energia di tutte le storie impresse sulle sue ammaccature”. Poi, continuando a volteggiare, “non lo si può cambiare, né chiudere in una teca, occorre solo viverlo, perché è come un corallo che, lontano dal mare, perderebbe la sua lucentezza”.

La musica si fermò e il cavaliere fissò la sua dama con un accenno di sorriso.

“Così è per la vita, mia cara, finché c’è respiro bisogna aprirsi al mondo e alle sue esperienze, guai avere paura” poi, chinandosi a sfiorarle delicatamente la punta delle dita sottili “e lei è un corallo che necessita del mare” fece, con un baciamano; infine le porse il braccio e la riaccompagnò là dove si erano incontrati.

Un brivido fece tornare Maia alla realtà.

Si era fatto davvero tardi, quindi aprì la porta a vetri e si catapultò nella hall, dove trovò il direttore in attesa, in piedi, con le mani dietro la schiena.

“Le sembra questa l’ora di arrivare?"

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Commenti degli utenti

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bistrot ha votato il racconto

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ma che lavoro fa Maia?Segnala il commento

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Rubrus ha votato il racconto

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A costo di apparire un emulo di Hiroo Onoda, continuo a sostenere la maggiore duttilità del passato remoto rispetto al presente sotto molti aspetti, per esempio nei racconti, come questo, in cui hanno un ruolo i livelli di lettura /piani temporali / di coscienza; un racconto così, se scritto al presente, mi sembrerebbe pressato dentro uno schiacciapatate. Non so che cosa direbbe un accademico della Crusca su quell' "ammusato", ma non si deve essere talebani e trovo che renda bene l'idea. Piaciuto.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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di Cap

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