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Narrativa

La primavera degli altri

Pubblicato il 03/07/2019

Una cosa bella. Che succede agli altri.

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Siamo seduti in una stazione di mare. Una panchina di pietra bianca. Il mare non è lontano, oltre i binari. L’aria ne porta l’odore, alziamo le teste, lo respiriamo. Stiamo parlando di noi.

Gli innamorati parlano sempre di se stessi. Non per cattiveria, per necessità. Ma noi siamo innamorati? Perché stiamo parlando di noi nel futuro, di due noi che non esistono e probabilmente non esisteranno, che si materializzano solo ora, in questo momento, nelle nostre parole che li creano. Stiamo creando un futuro per intrattenerci, per divertirci, per ammazzare il tempo, l’attesa. Quando il treno arriverà quei due noi inventati svaniranno per sempre e tanti saluti.

Non è un peccato?

E non è un peccato, con tutte le cose che si possono fare con il tempo, spendere energie per ammazzarlo?

Nella storia che ci raccontiamo, siamo grandi, siamo vecchi. Non ci vediamo da tanto tempo, abbiamo fatto le nostre vite. Quando dico vecchi intendo “con figli”, con una famiglia. Ci piace immaginare quando ci lasciamo. Ci fa sentire intelligenti, credo. Ci fa sentire realisti, pragmatici. Che brutta parola: pragmatico. Suona pure male. “Passami quel pragma.” “Non ci penso neanche, che schifo.” Essere pragmatici non è nemmeno essere pratici, è peggio. C’è una specie di utile da guadagnare, dietro. C’è un vantaggio e c’è uno svantaggio. È la contabilità dei sentimenti. La burocrazia degli istinti. Insomma, nel pragmatismo c’è una buona dose di stronzaggine.

Faccio questo tipo di pensieri, sì, lo sai. Ho queste ossessioni. Come, una delle principali, la necessità di un’etica dello spazio. Te ne ho parlato? Consiste nella domanda: perché, in strada, mi devo sempre spostare io? Perché non si può riconoscere il diritto di ognuno a occupare il proprio spazio? A essere massa? Il primo principio democratico dovrebbe essere: Io riconosco che Tu occupi un volume. Perché non possiamo condividere tutto questo spazio che ci è stato dato, con serenità: una volta mi sposto io, una volta tu, e sorriderci?

Quindi, nella nostra fantasia di attesa, abbarbicati sulla panchina bianca che brilla al sole, ci siamo lasciati e abbiamo fatto le nostre vite. Forse dieci anni? Forse. E allora io inizio a raccontare, perché nel gioco si è stabilito che io racconto e tu giochi di rimessa, fai domande, aggiungi dettagli, correggi, sorridi e ti tocchi i piedi nudi. Piegandoti in avanti e dondolando.

Sei abbronzata, e anch’io sono abbronzato. A te sta meglio, ma sarà il mio punto di vista. Abbiamo ancora sabbia nelle dita dei piedi. Nei peli sulle braccia, sulle gambe, nei capelli. Io ho qualche granello nell’orecchio.

Com’è iniziato questo gioco? Non ricordo bene. Ma credo che sia stata tu. Con una domanda. “Ci rincontreremo, tra dieci anni, qui, al mare?” Qualcosa di questo tipo. “E come sarà?” E ora io devo dirti come sarà, devo raccontare. Non posso rifiutarmi, non è concesso. E conosco il mio pubblico. Bisogna dare al pubblico ciò che vuole.

Racconto che sulla spiaggia non ti riconosco subito. C’è un bambino che costruisce un orribile castello di sabbia, non ne è assolutamente in grado ma si diverte a impiastrarsi di fango. Lì vicino una donna, sua madre, ride.

“E come si chiama il bambino?” chiedi.

“Edoardo.” Rispondo sicuro.

“Edoardo? No…! E-do-ar-do?” E ridi, ti copri la bocca. Mi guardi e ti mordi un’unghia. Dondoli i piedi, poi li raccogli sulla panchina, li intrecci.

“E com’è Edoardo?”

“È biondo. È nato moro ma ora è biondo. È nato ciccione ma ora è magro.”

“Edoardo…” ripeti tu.

Io nel futuro porto un costume largo, rosso, che contiene i miei testicoli cadenti.

“Non è vero.”

“Certo che è vero. Bastano pochi anni. Vanno giù come incudini. È la forza di gravità.”

“Scemo.”

E ho la pancia, un mezzo pallone che sporge sopra l’elastico. E non ho smesso di fumare, fumo di più.

“E tuo figlio? O tua figlia?”

“Entrambi. Mi rompono i coglioni per farmi smettere di fumare. Sono ossessionati.”

“Hai un maschio e una femmina?”

“Caio Cesare, e Ludovica.”

Scoppi a ridere. Ridiamo insieme e non voglio fermarmi. Aggiungo dettagli sui miei bambini snob che leggono i classici russi a otto anni, mangiano vegano e coltivano pomodori biologici.

“Anch’io voglio una femmina” dici.

E io dico che si può fare, come vogliamo chiamarla?

“Ludovica non è male, ma l’hai già preso tu. Forse India, o Asia. O Verde, potrei chiamarla Verde!”

“E che dirà il padre?”

Mi informo sui particolari di una fantasia stupida, e sono geloso. Non possiamo tornare al mare, ancora un po’? Buttarci in acqua, nuotare, spingerci, spruzzarci. Urlare, ridere, scaracchiare. Darci un bacio. Asciugarci, tornare in albergo. Appoggiare gli scuri, scopare nella penombra. Solo per un po’.

“Il padre non dice niente. Non c’è.”

“Non c’è?” Ti guardo. Mi rollo una sigaretta. Mi chiedi di fartene una. Ti do quella che ho appena fatto. Ti strappo un sorriso deliziato. Fumi a piccoli sbuffi, soffiando il fumo di lato. Ti guardo ancora, aspetto la risposta. Tu alzi gli occhi al cielo del mare. Hai le labbra rosse.

“Il padre non c’è, non serve più. E tua moglie? Dov’è?”

“Non sono sposato” dico. Lo sai che non mi sarei mai sposato. La mamma di Caio Cesare e Ludovica se n’è andata con un giovane istruttore di nuoto. In Nepal.

“E che ci fa un giovane istruttore di nuoto in Nepal?” chiedi.

“Aspetta che si sciolga la neve.”

Annuisci come se l’avessi già saputo. Sono prevedibile. Ma nella fantasia si può esagerare, a questo serve. Per questo si chiama fantasia.

“E quindi c’incontriamo” continuo.

“Ma non mi riconosci.”

“Non subito. E tu?”

“Io sto aiutando Edoardo a distruggere il castello.”

“E Verde?”

“Lei sta in acqua. Ha conosciuto Caio Cesare e Ludovica. Sono diventati amici.”

“Subito?”

“Subito” confermi. E mi guardi come volessi dire qualcosa, qualcosa di più. Cerco di capirlo guardandoti, cerco di scoprire tutto, di sciogliere tutti i misteri. Mi viene in mente, ora, non allora, che non ci siamo mai chiesti cose serie come: Credi in Dio? Ci siamo parlati troppo poco della nostra infanzia. Bisognerebbe parlarne continuamente. Io da bambino avevo il terrore dell’eternità. Non riuscivo ad addormentarmi. Al buio pensavo all’incubo di vivere per sempre, paradiso e inferno erano uguali.

“Ma poi ti riconosco” dico all’improvviso.

Tu scuoti la testa. Dici che potrebbe essere triste incontrarsi così, con tutti quei bambini, dopo tanti anni. E perché? faccio io, non ti piacerebbe?

“Mi si è spenta la sigaretta” dici.

Aspetto con ansia che la riaccenda, voglio sapere se ti piacerebbe rincontrarmi. Eppure siamo lì, abbronzati e caldi, con ancora il sale sulla pelle, e siamo insieme, e la notte prima abbiamo dormito insieme e i nostri corpi hanno continuato a toccarsi. E la tua mano mi cercava. Io la prendevo e ti abbracciavo. Ma faceva caldo. Mi scacciavi e ti giravi, poi tornavi a cercare il mio corpo.

Che poi il mio corpo sono io. Quando sono con te, non dormo mai molto.

“Raccontami ancora, di come sarò, di come sarai. Cosa penserai di me? Sarò grassa e brutta.”

“No.”

“Oh sì, e allora sì che scapperai.”

“Preferirei salutarti. Dirti: ti ricordi di me?”

“E io mi ricorderò?”

“Non lo so. Forse dovrò raccontarti una storia, per farti ricordare.”

“A me e a Edoardo?”

“Certo. Anche a Verde.”

Alzi la testa, lo sguardo storto, furbo. “E che titolo avrà questa storia?”

Ti piace inventare titoli per le storie che non scriverò. Ti piaceva. Ora ne ricordo solo uno. Era un bel titolo: La primavera degli altri. Quando l’hai inventato non ci siamo spiegati niente. Era perfetto così. Una cosa bella, che accadeva agli altri. Una di quelle storie tristi, che piacciono a noi.

“Il titolo devo ancora trovarlo.”

“Va bene” dici tu, piano. Vorrei che ti alzassi a chiamare Verde, Caio Cesare e Ludovica, sbracciandoti. Venite qui, c’è anche Edoardo! E c’è questo signore con la pancia e il costume rosso, e i testicoli bassi. Sediamoci tutti insieme. Ci racconterà una storia.

Ma forse ci siamo fatti tristi. Sappiamo troppo bene che l’altro ha la sua massa, occupa uno spazio che va oltre il suo corpo. Che quando ci tocchiamo in realtà non ci tocchiamo. C’è sempre qualche atomo che ci separa. Per non parlare della materia oscura. Ecco, non parliamone.

Sappiamo entrambi che il pragmatismo è necessario, altrimenti si rischia di ammazzare il tempo, e il tempo queste cose non le prende bene.

È così che finiscono le storie, le fantasie. Per mancanza di un titolo. Se una cosa non sai come chiamarla, non può esistere davvero.


Prima viene il fischio, poi l’annuncio.

Sta arrivando il treno.

La panchina bianca è calda e accogliente. Nessuno di noi due si vuole alzare. Dopotutto potremmo stare qui. Ancora un po’.

Ti prendo la mano e tu ti alzi. Sollevi il braccio come se stessi fermando il treno. Ti metti sulle punte. Mi fai alzare tirandomi il braccio, mi tiri su dal mare e dal sole. Di peso. Con un Uff, mostri i denti, sorridi.

Dici solo una cosa. Poi non lo so cosa succede.

Ma questa cosa la dici.

“Sai, credo che mi ricorderò di te.”

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SARAMAZOV ha votato il racconto

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L'idea non è male, ma ci sono alcuni punti che mi lasciano perplesso. Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Sceneggiatura di un cortometraggio, forse già visto, ma che racconta bene "una di quelle storie tristi che piacciono a noi"Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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sei bravo. Segnala il commento

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Vincenzo Grasso ha votato il racconto

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Debora Pezzetta ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Gianna Manfré Veronesi ha votato il racconto

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Costanza L. ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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Silvia Fuochi ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Riesci a cullare con le paroleSegnala il commento

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Bello l’andamento, a onde ora lunghe ora leggere, brezza malinconica. BravoSegnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente

È così che finiscono gli amori estivi, anche se tu hai cercato di dargli un futuro. Mi piace la tua scritturaSegnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Paul Olden ha votato il racconto

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La partenza non mi ha convinto, ma poi fila via alla grande. Bello. Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Màh...tante chiacchiere per...non tantissimo...Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Esordiente
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Lorenzo V ha votato il racconto

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di Luca Franzoni

Scrittore