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Narrativa

La primavera di Fedor

Pubblicato il 09/03/2021

Quando tutto sembra perduto e si è a un passo dal baratro più accadere qualcosa di imponderabile che riaccende la speranza

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Mi chiamo Fedor, ho quasi diciassette anni ma, guardandomi allo specchio, sembro un vecchietto per il volto emaciato. 

Da quando è morta la mamma non ho resistito; sono uscito a respirare aria buona risalendo dalle fogne in cui ci eravamo cacciati. Sto cercando di alimentare il fuoco della stufa con i libri della biblioteca di papà. È davvero bella la nostra casa qui al terzo piano, una delle più antiche abitazioni di Leningrado.

Sono il solo sopravvissuto della famiglia, ma senza più energie riesco a mala pena a muovermi. So che è una follia restare al freddo però rivedere il luogo dove io e mia sorella Katiuscia giocavamo mi riempie il cuore di impagabile conforto. Ho tra le mani la sua bambolina di pezza imbottita di paglia che pizzica in più punti e profuma ancora di lavanda e fiori di campo. Quanti ricordi evocano questi odori! Mi appare il suo visino tondo e luminoso ignara del futuro che la attendeva, sento ancora la sua vocina acuta quando recitava L'Albatro di Baudelaire in russo e francese, le sue irresistibili risate mentre la mamma le intrecciava i capelli ramati o i suoi buffi sospiri di approvazione quando dal pianoforte di papà provenivano le prime note della Sonata al chiaro di luna.

Forse sarà la mia ultima notte. Non riesco più a pestare i piedi sul pavimento né a battere le braccia intorno al corpo per vincere il freddo. Alimento la stufa per avere la compagnia del fuoco e brucio libri che non dovrei toccare. Se papà sapesse! Povero papà, colpito a morte perché aveva cercato di difendere Katiuscia dall'assalto di lupi affamati. Uomini diventati bestie feroci.

Maledetta fame, maledetto freddo!

Il tic tac accelerato del metronomo trasmesso dalla radio mi avverte dell'arrivo dei bombardieri tedeschi. In questa grande e pacifica città non esistono sirene di allarme.

Mi trascino alla finestra, non tarderanno ad arrivare. Ascolterò il sibilo e le esplosioni delle bombe ancora una volta. Mi godrò lo spettacolo perché non ho più nulla da perdere. Eccone una, tozza e scura, arrivare silenziosissima con la sua elica rotante che manda baluginii di luce lunare. Giunge come una benedizione. Magari avrò la fortuna di morire subito in questa casa ormai gelida senza più voci né musica. Lingue di fuoco mi avvolgono calde senza lambire né bruciare il mio corpo. È una sensazione di leggerezza e di pace che non riesco ad apprezzare fino in fondo. Ora sono nel sotterraneo, semibuio e affollato. Ci sono con me la mamma e papà che si tengono per mano. E Katiuscia? Dov'è Katiuscia? La vedo ghermita e portata via da uno, due, tre uomini. Corriamo verso di lei che urla e piange già dilaniata da morsi voraci. Tremo, tremo a quell'orrore che nessuno dovrebbe mai vedere mentre la mamma mi trattiene e stringe a sé coprendomi gli occhi con la sua mano amorevole.

Mi risveglio di soprassalto come sempre. Il pavimento a mattoni è caldo per le fiamme del rogo. L'ordigno ha colpito la base del palazzo mandandolo in fiamme senza riuscire a buttarlo giù.

Dopo essere svenuto, ho dormito un'intera notte fra caldi vapori.

Sono ancora vivo.

Dalla finestra con i vetri infranti entra aria tiepida, la fresca e delicata mano che sentivo sulla fronte. Il cielo del mattino è incredibilmente terso. Tasto intorno trovando il libro con cui stavo alimentando il fuoco della stufa; Resurrezione di Lev Tolstoj.

Leggo: 'Per quanto gli uomini, raccogliendosi su un breve spazio in parecchie centinaia di migliaia, si sforzassero di snaturare quel tratto di terra, affinché nulla ci crescesse sopra, e rinettassero qualsiasi erba ne spuntasse fuori, e affumicassero tutto di carbone e di petrolio, e mozzassero gli alberi, e allontanassero tutte le bestie e gli uccelli, la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l'erba, tornata a vita, saliva e verdeggiava dovunque non fosse stata sarchiata, non solo nelle aiuole dei viali, ma perfino tra le lastre delle strade; e le acacie, i platani, i viscioli dilatavano le gommose, profumate foglioline, e i tigli gonfiavano le gemme, che scoppiavano; e le gracchie, i passeri, i piccioni, con quel brio che hanno a primavera, avevano già preparato i nidi, mentre le mosche ronzavano lungo i muri, riscaldandosi al sole.'

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M.D.P. ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Molto bello Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Gran salto Mauro, complimenti. Ottime le descrizioni, il ritmo del racconto e persino i nomi: Fedor (Dostoevskij) e Lev Tolstoj. Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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uno dei migliori racconti che abbia letto su Typee di recente.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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stefano querti ha votato il racconto

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Ernest ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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emmebelloc ha votato il racconto

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di Mauro Serra

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