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Narrativa

La pronuncia di Boston

Pubblicato il 03/06/2022

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Non c'è molto da dire, solo non ne avevo più voglia. Lo dicevo a tutti, anche se non aveva nulla a che vedere con ciò di cui si stava parlando; non ne avevo più voglia e basta. Quanto sarei riuscito ad andare avanti? Da poco a pochissimo.

L’ultimo stipendio decente me l’avevano accreditato due mesi prima: ero durato solo gennaio e febbraio nel nuovo posto, e per cambiare lavoro due volte in tre mesi ci vuole molta voglia, oppure nessuna. Io non ne avevo più di voglia di lavorare alla macchinetta del caffè o di farcire toast con la senape, o dire ai lavapiatti quando andare in pausa e rispondere alle lamentele di qualche mio coetaneo tirato a lucido che scende dai piani alti solo per comprare il pranzo. Idiota, se non hai qualcuno che compra il pranzo per te non vali nulla, puoi solo fare il bullo con me che sto a 8 Sterline l’ora.

Ma non ne ho più voglia. Non ne ho più della mia stanza singola, per cui non mi importa se mi posso di nuovo permettere solo di dividere una doppia; non ho più voglia della partitella a calcetto del venerdì sera, tanto da quando mi sono rotto il ginocchio in prima superiore non mi riesce più il doppio passo; non ho più voglia delle serate al pub, delle scommesse, dei voli low cost per Amsterdam, dei libri, delle Moleskine iniziate e mai finite di storie che, appunto, non ne ho più voglia.

Ora sto di nuovo al minimo, 6 Sterline l’ora e cerco di fare il meno possibile.

_Passo l’estate e poi si vede.

Flors succhia rumorosamente il fondo del suo Tom Collins poi scrolla il ghiaccio nel bicchiere e si mette a fischiettare Over my shoulder che esce a palla dalle casse.

_Allora sarà meglio che paghi io; vado a ordinare un altro giro. _Mi dice alzandosi. I capelli nerissimi e lunghissimi le scendono fino al culo e sembra che la avvolgano.

Non mi stava nemmeno a sentire, di tutto quello sfogo non ha capito nulla, penso. Il mio gin tonic è solo acqua.

_Piuttosto, _Flors mi risveglia dai miei pensieri sbattendo sul tavolo due Pride e due shot di Jameson, com’era quella storia di Boston?

_Baaast’n, _ preciso io, _ ma te l’ho già spiegata.

_ Non del tutto, dai. Quando ti ricapita di poterla raccontare a una che a Boston sta per andarci?

_ Non ne ho voglia, Flors. _ L’ho detto di nuovo, senza rendermene conto, ma riempiendo per un volta di significato quella frase di cui da settimane abusavo. Non ne avevo voglia da un po’, da un certo po’, più o meno da quando avevo raccontato a Flors della pronuncia di Boston, la sera in cui mi aveva rivelato emozionata che le avevano offerto un posto da insegnante di ballo negli Stati Uniti. Eravamo a Camden, nell’unico locale che non ci aveva rimbalzato e dove il deejay si ostinava a mettere pezzi di Avril Lavigne.

Flors rovescia il suo Jameson nella birra, io il mio direttamente in gola, poi mi scappa un colpo di tosse che smorzo con un sorso di Pride.

Anche l’altra volta bevevamo birra e whiskey e io per deviare da tutto mi ero messo a raccontarle della pronuncia di Boston e de 'La donna della domenica', ma poi lei si era messa a ridere fino alle convulsioni quando ha scoperto che l’architetto Garrone era stato ucciso con un cazzo di pietra e allora di tutta quella roba a proposito di vocali aperte e vocali chiuse nella pronuncia non le era importato più.

Alla fine cedo e le racconto di nuovo per filo e per segno tutta la storia, aggiungendo che probabilmente esiste una edizione spagnola del romanzo; prendo lo smartphone per vedere se ho ragione, ma per fortuna nel locale non c’è campo e così evito anche di manifestare imbarazzo per avere finito il credito.

Dopo mezzanotte usciamo e camminiamo chiacchierando come sempre verso la stazione della Tube. Abbiamo fatto tardi per l’ultimo treno, ma meglio così, mi va di tornare in bus.

Prendiamo il 98 e io per tutto il tragitto attorciglio le dita fra i suoi capelli.

A Marble Arch devo scendere e cambiare per Willesden. A Flors invece basta fare altre quattro fermate per essere a casa.

_Allora ciao, stammi bene.

Diciamo insieme la stessa cosa e come altre mille volte quella sera ci abbracciamo e raccomandiamo l’un l’altra di rimanere in contatto. È già stato un lungo addio e non vale la pena di prolungarlo al piano superiore di un double deck, e anche avendo voglia di dire e fare certe cose, ormai non c’è più tempo. Fra sei ore apre il check in.

Ho finito i soldi sulla carta dei mezzi, così fino a casa devo farmela a piedi; inizio a risalire Edgware Road che a quell'ora è ancora rumorosa e affollata di islamici; poi decido di fermarmi a un bancomat e di prelevare 20 Sterline; me ne restano 43 sul conto.

Trovo un shisha bar con un tavolino libero e mi siedo per un the e un narghilé. Penso a Flors ancora un po’, l’unica cosa che ho voglia di fare.

Domani dovrò chiamare mio padre per farmi mandare un po’ di soldi.

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di matteo giordano

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