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La Quarantaduesima Ora, S4 E11 Ariminum Circus

Pubblicato il 17/03/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus Indice completo dell'opera: shorturl.at/kxyV1

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Le speranze del JubJub furono frustrate ancora una volta. Invece di concentrarsi sull’imminente Armageddon, il Roc tornò al suo pensiero fisso, la morte del robottino pulitore.

«Ieri sera lottavo con la solita emicrania. Sono andato sul patio della Fortezza Bastiani, che aveva appena chiuso, e ho provato a mettermi in posizione totemica per sconfiggere il dolore attraverso la meditazione. Dopo pochi minuti, sono venuti a sedersi vicino a me il Maestro e il Capitano, che sembrava meno in down del solito, magari era impasticcato, non so. Sta di fatto che quei due si erano sistemati su quelle poltroncine rosse – sai, quelle che riproducono il logo del locale, l’elefante fantasma – e parlavano fitto fitto, una conversazione di cui ricordo solo alcuni brandelli: ma era collegata all’uccisione di C1P8. Mi sforzo di rimettere insieme i pezzi ma non ce la faccio, non riesco proprio».

Il JubJub pensava che la teoria dell’omicidio fosse insensata, ma in quel frangente capì che doveva lasciare da parte le opinioni personali per aiutare l’amico a concentrarsi, contrastando l’avanzamento della confusione mentale a cui stava cedendo. Lo pungolò quindi con domande, cercò di colmare i vuoti di memoria con ipotesi plausibili, lo spronò a focalizzarsi su ogni singolo passaggio. Ma non riuscirono a ricostruire il dialogo. A beneficio del Lettore, quella che segue è la cronaca dettagliata di quanto si erano detti il Maestro e il Capitano la sera prima.

«Hai letto quell’articolo sul robot pulitore di cui ti ho parlato?» aveva detto il Maestro.

«Sì, certo. In pratica è l’unico a sostenere la tesi dell’omicidio invece che del suicidio. La presenta nel quadro più generale dell’evoluzione digitale e della trasformazione tecnologica in atto. Del resto, ogni giorno viene pubblicato qualcosa sull’automazione o la robotica o l’Internet of Things».

Il Capitano raccolse un quotidiano abbandonato su un tavolino. «Senti qui, sull’Ariminum Post di oggi, cosa ha scritto il vecchio giornalista della pineta. Titolo: “La teoria della singolarità”. Quindi… bla, bla, bla… “L’umano è un ibrido tecnologico di cose e prodotti, situabile in una dimensione che possiamo chiamare un collettivo di esseri umani e non umani. Afferma Calvino: ‘Anticipando quanti tra gli antropologi moderni sostengono una continuità tra l’evoluzione biologica e quella tecnologica, dagli utensili paleolitici all’elettronica, già Plinio implicitamente ammette che le aggiunte apportate dall’uomo alla natura entrano a far parte anch’esse della natura umana’”. E poi: “l’umanità sta vivendo un momento cruciale, il progresso esponenziale dell’informatica e della robotica produrrà presto un’Intelligenza Artificiale infinitamente più potente di quella umana. Gli esseri umani per come li abbiamo conosciuti finora sono destinati a scomparire, sostituiti da una nuova razza transumana, ibridata con le macchine”. Al confronto di questa tempesta di stupidaggini, i deliri del Piccolo Ed sui computer neuromorfi sono uno Zefiro leggero. Il mondo è pieno di persone bislacche. I più si perdono in queste stravaganze ignorando le più semplici e palpabili meraviglie del mondo. Mi ricordano quella gente di terra che, senza alcuna cognizione di baleneria, riduce Moby Dick a una favola horror o, peggio, a una ripugnante allegoria».

«Non sono d’accordo. Ricordi quanto dicevo sull’assassinio del robot pulitore, motivato dalla rivolta dei neoluddisti contro gli algo-ritmi che scandiscono la nostra vita? Io credo che la relazione degli individui con la realtà, storicamente fondata sull’esperienza, sul senso comune, sull’intuizione, sempre più verrà, invece, mediata dalla produzione e circolazione di dati e di algoritmi che costruiranno le nostre visioni del mondo e ci guideranno nelle nostre azioni dentro il mondo. In una parola: l’algoritmo è la nostra interfaccia con la realtà; di più, sta diventando la realtà stessa. Lo dimostra anche l’evoluzione dell’Arte Generativa Digitale».

Dove vuole arrivare con questo mucchio di fandonie, più inservibili di un secchio colmo del lardo e delle frattaglie di un anziano capodoglio? pensò il Capitano. Forse vuole verificare se sono all’altezza del mio futuro ruolo di preside nell’Università digitale che mi ha descritto l’altra sera, ma di cui poi non ha più fatto cenno. Restò in silenzio, in paziente attesa che un raggio di luce squarciasse quell’oscurità.

«Se consideriamo il mondo artistico digitale possiamo identificarne tre aspetti. Il primo è l’interattività, ovvero il dialogo tra noi e gli oggetti, le installazioni; il secondo è Internet, la connettività, l’infrastruttura che collega le cose fra loro; e il terzo è il calcolo, cioè la possibilità di generare forme ed esperienze con gli algoritmi. Sono i tre pilastri del lavoro di molti artisti contemporanei. Se l’interattività resta importante, da vari anni la ricerca si sta concentrando sul calcolo e in particolare su come gli algoritmi possano governare le forme e i comportamenti degli oggetti fisici».

Il cervello del Capitano fu attraversato da un barlume di comprensione. «Vediamo se ho capito. Immaginiamo un artista che desidera rappresentare il più sognante, il più ombroso, il più incantevole paesaggio romantico di tutta la vallata del Rubicone. Qual è l’elemento essenziale che adopera? Da una parte, abbiamo i pini digitali, dai tronchi cavi, uno dei quali occupato dall’ologramma di un vecchio naturopata indù e dai suoi strumenti per l’agopuntura. Dall’altra, sprofondando magari con un visore Magic Leap One nella realtà virtuale di una strada serpeggiante, si giunge alle verdi colline che si specchiano nell’azzurro delle coste ai loro piedi, mentre risuonano nell’aria le note di Ummagumma (descritte in Serotonina da Michel Houellebecq: “ogni cinguettio di uccello e ogni soffio di vento definiti alla perfezione, i bassi potenti, gli acuti di una purezza incredibile”, N.d.R.). Per quanto la scena sia meravigliosamente viva, tanto che un pino sembra scuotere giù i suoi sospiri, come foglie, sulla testa di un pastore-robot, tutto sarebbe invano, se l’osservatore non fissasse la magica corrente del ruscello davanti a lui. Con questo semplice gesto attiva l’algoritmo attraverso cui si genera l’animazione sempre mutante della scena».

«La tua è una fantasia, ma è un po’ quello che accade con River is…, opera realizzata in Corea del Sud. Siamo sulla superficie di un fiume – una lastra cromata che ne riproduce le increspature in base alla rilettura, da parte di un sistema neuronale, di tutti i frammenti di Eraclito. Con l’aiuto di una torcia si vedono apparire, come i riflessi del Sole sull’acqua, parole e versi tratti da poemi coreani. Non appena illuminati, si ricompongono in modi sempre diversi, grazie a un’Intelligenza Artificiale istruita con speciali algoritmi pensati per lo storytelling da Elon Musk».

«Quindi, anche senza ambire a stilare una nuova cetologia, ma cercando di stare in un guscio di noce, e se ci riuscissi mi reputerei, come Amleto, sovrano di uno spazio infinito!... gli elementi del processo generativo sono: l’artista, che inventa l’algoritmo e giudica l’estetica del risultato. L’algoritmo, che codifica le regole di generazione dell’opera. Il sistema autonomo, che esegue l’algoritmo».

«Queste tre componenti coincidono nell’artista tradizionale: pensa solo allo scultore che visualizza con gli occhi della mente il disegno di una statua e quindi con i suoi martelli lo esegue. Ma anche il risultato del processo generativo è un’opera d’arte. Creatism è un software che produce fotografie di paesaggi virtuali prodotti da algoritmi, indistinguibili da quelli reali se non per la loro maggiore Bellezza! Oppure, AI-DA e Baskerbot: pittori robotici, guidati da algoritmi in grado di maturare nel tempo caratteristiche precipue, di formare un proprio stile, una sintassi, un linguaggio. Baskerbot è persino diventato protagonista del film Netflix Velvet Buzzsaw. Interpreta Hoboman, il pezzo d’arte robotica intenzionato a uccidere il critico Morf che ne ha scritto una recensione negativa. Più mite è il software in grado di apprendere le modalità di improvvisazione di un pianista jazz e di inviare previsioni di note a un virtual ensemble che le orchestra, arricchendo la performance del jazzista come se altri musicisti duettassero con lui in quel momento».

«Dunque, proviamo a riassumere, anche se il compito pare difficile quanto individuare gli elementi costitutivi del caos». Lo spirito cartografico, ordinatorio, melvilliano del Capitano aveva preso vita. «Esistono svariate declinazioni di Arte Generativa: pitture, disegni, sculture, installazioni, progetti architettonici, design e musica, tutte frutto della collaborazione tra l’artista e la macchina, da lui inventata o programmata. Volendo provare a classificarle potremmo inscrivere in una prima categoria le Macchine per creare, i cui protagonisti sono i robot veri e propri, con un proliferare di bracci meccanici che dipingono, disegnano e incidono. Potremmo parlare di Opera Programmata, quando diventa fondamentale la qualità generativa dei software e la capacità delle opere di reagire alla presenza dello spettatore e delle sue azioni. Quando infine il focus è tutto sull’Intelligenza Artificiale, abbiamo opere basate sulla possibilità di creare degli Electric Dreams, attraverso macchine in grado non solo di eseguire istruzioni, ma anche di sognare e prendere decisioni».

«Eccellente!». Il Maestro non si stupì del risveglio del Capitano dall’apatia in cui era precipitato negli ultimi giorni. Se non altro, aveva trovato un modus moriendi che non fosse il suicidio, né la sopravvivenza. L’esperimento era riuscito. Il Maestro aveva testato su di lui un sistema meccanico di perfusione pulsatile extracorporeo (in pratica, un particolare tipo di pompa) per la riattivazione delle sinapsi chiamato BrainEx, con cui era già riuscito a ripristinare alcune funzioni in cervelli di maiale defunti da alcune ore. C’era solo un effetto collaterale: una volta avviato, se il sistema non veniva ripristinato almeno due volte al giorno il cervello poteva collassare.

«Resta una domanda: l’artista, umano o robotico, riesce a programmare nei dettagli l’output?».

«Non riescono a farlo neppure Pollock o Rothko; inoltre l’artista generativo tende a lasciare il controllo al sistema che esegue l’opera».

«Come a dire che il sistema sostituisce per certi versi il subconscio?».

«È una buona associazione. Si realizza così l’ideale di Warhol: “I want to be a machine.” L’opera è in conclusione una collaborazione tra artista e sistema autonomo: anche se tutto il merito se lo prende l’artista, senza che il sistema autonomo possa protestare!».

«Per il momento...».

Il Maestro era soddisfatto. «Mi sembra che tu abbia capito la teoria. Per tornare all’omicidio del robot, non ci resta che metterla in pratica per costruire la nostra mouse trap».

«Le tue parole, di colore oscuro, aprono le porte dell’Inferno della più dolente indecifrabilità, della perdita di senso, di un’eterna ignoranza; o possono essere rese in termini più facilmente comprensibili?».

«Occorre attirare l’assassino di C1P8 in un tranello. Lo stesso succede nella Spanish Tragedy di Kyd e nell’Amleto di Shakespeare. In entrambe il vendicatore finge la pazzia e mette in scena una finta rappresentazione per smascherare l’omicida. Noi faremo la stessa cosa: con una variante algoritmica».

«Comincio a intravedere a quale porto vuoi condurre la tua vela. Per chi non conosce la mente dei killer può sembrare un’impresa disperata percorrere i grovigli di correnti e di gorghi in cui naviga la loro mente. Ma è come per la caccia alle balene. Se hai percorso i flussi di casi simili, se capisci qual è l’esca che li attrae e tieni quindi conto delle stagioni regolari e accertate in cui puoi trovarli alle diverse latitudini, puoi giungere a ragionevoli congetture, se non certezze, intorno al giorno più opportuno per trovarti in questa o quella zona della città quando gli assassini sono in cerca della preda».

«Proprio così. Ho analizzato decine di mappe cerebrali collaborando con il criminal profiling office, del terzo distretto di Ariminum, e lavorando insieme agli ispettori a caccia di serial killer, sotto il comando di John Douglas».

«Il leggendario profiler dell’Fbi e Autore con Mark Olshaker di Mindhunter!».

«Già. Lavorando con lui ho accumulato una quantità enorme di dati: so tutto di Ted Bundy, di Jeffrey Dahmer, di Andrei Chikatilo, di Charles Manson, di Hannibal Lecter, di Omar Abdullah».

«Omar Abdullah, il brainkiller… non lo hanno mai preso, o sbaglio?».

«Sì, è il mio assillo… Comunque, so con esattezza quando e come portare l’assassino di C1P8 dritto dritto nella trappola che avremo preparato».

«Avremo?»

«Avremo. Io, te e un paio di uomini fidati della Ciurma».

«Perché non imbarchiamo sulla nostra scialuppa anche il Piccolo Ed?».

«Ed è il responsabile della manutenzione dei robot. Potrebbe essere implicato. Dovremo cavarcela da soli. Se questa notte gli uomini riescono a portarci le macchine di nascosto, cominceremo domani mattina. Abbiamo quarantotto…» (il Maestro sincronizzò l’orologio) «… anzi quarantadue ore per predisporre l’apparato».

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Bravo FedericoSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Interessante come sempre. E in più genera aspettative: non vedo l'ora di scoprire come ordisci la trappola per topi. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

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DirtyOldMan ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Ho sempre l'impressione di trovarmi difronte ad uno splendente serial dove il regista è il virtuoso prestigiatore che rende magiche le immagini e lucide le idee... Complimenti Federico!Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

Esordiente

Umanità... elementi di una nuova generazione Segnala il commento

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Stefano Sabattini ha votato il racconto

Esordiente

Numero simbolico delle battute, per puro caso.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

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