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Romance

La ragazza con i piedi nudi

Di GiaP
Pubblicato il 23/02/2022

Una ragazza in un parco, con l'abitudine di restare a piedi nudi. La osserva il bambino tra gli sguardi distratti della gente. Cosa significa quell'abitudine insolita? Quale storia vuole raccontare?

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La giornata è splendida, il sole luminoso di inizio ottobre fa dimenticare l’arrivo imminente del vento freddo, l’aria scorre tiepida e si insinua sotto le gonne svolazzine. Crocicchi di stranieri attendono accaldati il loro turno per visitare il museo di Villa Borghese e lei è lì, scalza e irriverente, seduta su una panchina a osservare chi passa.

Saranno oramai trascorse due ore da quando si è seduta, con le movenze sciolte di un’habituée, slacciando lo zaino pesante, poi togliendosi le scarpe e rimanendo così, scalza e inamovibile. D’altronde il tempo è tiepido e invita a rallentare, d’altronde lei non ha nessuna fretta e nessun posto dove andare da quando ogni luogo per lei è diventato ugualmente importante.

Le molte memorie, ricordi di un’infanzia felice, flash d’amori rivisitati dal tempo della nostalgia, pesano nello zaino sotto forma di piccoli oggetti che porta sempre con sé in viaggio, per non dimenticarne il significato e talvolta per trovarlo.

Passa un risciò con a bordo una famiglia, un bimbo riccioluto e biondo la guarda sorridente, poi si accorge che è scalza e ride di gusto, indica con il dito “piedi” e sfreccia via. Gli adulti hanno sempre fretta, non guardano intorno, guardano avanti; gli adulti hanno dimenticato quasi 300 gradi di mondo.

A volte si ricordano di gironzolare quando sono in vacanza, e non hanno aderito a qualche frenetico tour, non hanno un serratissimo programma to do; in questi casi allora si concedono di guardare in alto, a destra, a sinistra, a volte rallentano, curiosano dietro a una vetrina, sorridono e pensano che le vacanze sono fantastiche. Si dimenticano che ogni passo nel mondo è un viaggio e siamo noi a determinare la velocità, l’ampiezza del nostro sguardo.

La ragazza lo sa e contempla, si siede senza fretta, aspetta e ascolta il ritmo della gente, della città; nota come l’umore e la rapidità varino con il tempo, la temperatura, e che una musica di sottofondo ti fa rallentare il passo, e forse il battito.

Ogni tanto qualcuno sbircia di sottecchi le sue caviglie, ma lei non se ne preoccupa e anzi sorride. Pensano dipenda dal caldo. Nessuno sa che lo fa per tradizione, e ogni volta che si siede su una panchina di Villa Borghese si toglie le scarpe e i calzini.

Quel gesto semplice e inconsueto rievoca la liturgia di una notte siriaca, in cui la luna era bianca come il latte e sprizzava nel cielo miliardi di piccole lucentissime stelle. Allora era maggio, un camioncino della frutta la stava trasportando da Antakya ad Ratlah attraverso il confine turco quando il motore era morto, così come fanno i cammelli, che subdoli e silenziosi non danno avvisaglia, poi si accasciano per non più rialzarsi. Allo stesso modo nel cuore della notte lei si era ritrovata sola in mezzo alla desolata pianura, in cielo una luna quasi piena, il conducente forse bestemmiando nello sfondo in una lingua a lei sconosciuta.

Il vento teso preannunciava l’arrivo di uno straniero, perfino i pochi alberi lo sapevano e puntavano le fronde nella sua direzione mentre la sabbia si levava a spianarne l’arrivo.

È così che apparve un furgone inglese in lontananza, fumoso e abbagliato da un raggio di luna invadente; a bordo c’era un medico di madre danese e padre italiano, vestito di fiducia e spregiudicatezza sotto a un pantalone di lino e a una maglietta. Taglio francese e vento favorevole indugiavano su una bellezza naturale e vissuta, trasportata per i cinque continenti con consapevole integrità, mai sfruttata, mai abusata, abbellita come una casa in costruzione di piccoli graffi e cicatrici, storie marchiate sugli avambracci e sul collo fin oltre l’orlo dell’osservabile e dentro l’immaginato, più giù dove si può solo chiedere permesso a voce bassa.

La jeep accosta, lui si affaccia al finestrino e le chiede dove sta andando. “Ratlah”. Vuole un passaggio? “Sì grazie”. Sale, uno sguardo di sfuggita, getta il sacco nel sedile posteriore, un accennato sorriso. Proseguono la notte e la strada nel silenzio perché il cielo è troppo denso per aggiungervi parole. Così lei decide, tra i pensieri rarefatti, di offrire alla luna e all’immensità di paillettes luccicose la costruzione di un altro ricordo, un’altra vita. Mentre con la mano destra gli indica in alto la magnifica volta celeste, la sinistra è già a oltre il cambio e indugia sul jeans, con provocante noncuranza.

“Ti mostro una cosa”. Deviazione a destra, strada sterrata, trepidazione senza fretta, polvere che si alza tra le colline costeggiando uno specchio d’acqua color argento, un albero, piccole dune. La jeep si ferma, si aprono gli sportelli e loro corrono verso quell’acqua immobile unendosi all’orizzonte. Sono nudi con i vestiti addosso, sono due rincorse che dopo anni di girovagare si intersecano e formano un nodo prima di slacciarsi nuovamente e ritrovare ognuno la propria strada, soli e già diretti verso altri deserti e continenti.

Nuove vite già li aspettano mentre restano, un attimo ancora, con i piedi nudi incrociati.

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Nyogen ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Leggere non è per tutti, tanto meno scrivere, ma lo sforzo deve essere comune, su entrambi i fronti. Chi scrive non deve porsi tanto il problema di essere "chiaro" nè troppo comprensibile, bensì offrire un punto di vista personale, che stimoli il lettore ad approfondire la propria capacità di "interagire" con quello che sta leggendo, interpretandone gli esiti o le mancanze che la lettura di un testo gli suscita. Esistono le regole, le eccezioni e la capacità - o l'incapacità - di (pro)porre dei modi e delle regole diverse e personali, che possono essere anche sbagliate, confuse o poco intelligibili, ma la libertà di scrittura e di espressione dovrebbe sempre essere rispettata, analizzata e confutata, eventualmente, ma senza la pretesa di essere il "deus ex machina" della situazione. E quando dico che leggere e scrivere non è per tutti, non faccio un'affermazione categorica talebana, ma pongo la questione dell'impegno e della capacità che ognuno di noi dovrebbe assumere, quando legge il testo di altri, compiendo lo stesso sforzo, in direzione del testo, che l'autore dello stesso mette in atto durante la scrittura, nei confronti del lettore. Detto questo, concordo con le parole di Silvia, che ha sempre una grazia e una leggerezza tutta sua, quando esprime delle opinioni, e riesce ad essere chiara senza diventare invadente o aggressiva, Segnala il commento

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Bianconiglio ha votato il racconto

Esordiente

Molto, bello e delicato. Piaciuto dall'inizio alla fine. La tua voce è solo tua, per me è giusto che si senta, questo è quello che ci rende unici e ci fa distinguere.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
Editor

L'incipit meteorologico fa molto Manzoni §:-) (ma magari per qualcuno questo è un complimento). Altra cosa. Fai conto che io non sia mai stato a Roma. E leggo: "... per visitare il museo di Villa Borghese". E quindi? Cosa devo immaginare? Che cosa è Villa Borghese? Come è fatta? Il "senso di luogo", in narrativa, NON si crea semplicemente nominando il luogo (sarebbe banale, non trovi? Così saremmo capaci tutti...). Così, giusto per dirti alcune cose piuttosto ovvie...Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Mi è piaciuta tantissimo la seconda parte, la rievocazione del viaggio. Penso che potresti addirittura approfondirla a scapito della prima parte, dove forse la tua voce tende a farsi sentire eccessivamente - lascerei solo la ragazza, il suo sguardo e i suoi ricordi, senza intervenire. Scusa se mi sono permessa. Segnala il commento

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di GiaP

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