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Non-fiction

La ragione non partorisce feti morti

Pubblicato il 01/12/2021

Nè narrativa nè filosofia, una semplice e modesta riflessione sul potere delle parole. Il brano trae spunto da una frase di Nietzsche: “Non con l’ira si uccide, bensì col riso” ("Così parlò Zarathustra").

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Nel teatro dell’assurdo o nella vita, che dir si voglia, si entra senza biglietto, si sale sul palco dell’apparire e s’improvvisano ruoli e dialoghi davanti a un pubblico che, il più delle volte, mastica inedia e fiocchi di pop corn.

Esposti alla luce degli eventi, i protagonisti si lanciano nella più ardua delle imprese umane: tradurre in parole tutto ciò che gravita attorno al pensiero (idee, concetti, convinzioni, coscienza, critica, giudizio, opinioni, immaginazione e così via).

Un azzardo, un annaspio nell’assoluto. 

Tuttavia, se si è sagaci e abili a manovrarle, le parole rendono credibili la narrazione, ed è come assistere All’arrivo di un treno alla stazione di La Ciorat. In caso contrario, le parole mettono in risalto l'inverosimiglianza dell’opera e la mediocrità dell’autore.

Le parole sono lo staccio della ragione e come i funamboli percorrono il filo dell’interazione.

Il primo livello esprime la capacità relazionale e comunicativa del parlante. 

Ovvio che non si tratta di dissertare sull’assiomatico potere delle parole, ma sulla capacità dell'emittente di abbandonare i soliloqui, oltrepassare i limiti del monologo e giungere, infine, alla forma più complessa dell'esposizione di un pensiero o di un evento: il dialogo.

Il livello superiore rivela la capacità soggettiva di dominare le parole piuttosto che esserne dominati. 

È a questo livello che le parole acquistano il potere di ferire o salvare, quando si muovono verso gli estremi del filo che uccide: l’ira e l’ironia.


L’ira è la resa ai propri istinti e alla pochezza dei propri mezzi, che induce allo sperpero di parole e di quanto di più sublime c’è in esse.

L’iroso muove in senso opposto alla celeberrima formula cartesiana: Cogito ergo sum.

Tre parole, tredici lettere che compendiano il senso della vita, il potere della ragione e delle parole. La prodigiosa sintesi enunciata a supporto della consapevolezza che se “Non basta un bell’ingegno; l’essenziale è farne buon uso” *, a maggior ragione non basta la conoscenza formale delle parole: occorre che reggano il peso dell’intelletto, dell’inventiva e dell’immaginazione.

In breve, le parole sono strumenti per “Dare ad ogni emozione una personalità, ad ogni stato d’animo un’anima”.*


Nell’ascesa ai talenti umani, l’ironia si colloca a uno dei più alti livelli.

È il connubio tra arguzia e ragione tese sul filo del riso che uccide. È il più efficace antidoto contro i deliri di onnipotenza, il rivelatore delle imposture di chi millanta di conoscere l’animo umano, é un tiratore scelto con pochi colpi in canna, ché non ne servono tanti per mettere a tacere chi ha nulla da dire.

L’ironico dissimula il proprio pensiero mentre saggia l’avversario, ma non usa mai la sottile arte della dialettica come esecutrice di una bieca vendetta, o peggio, un atto di farisaica contrizione.

Interrompe il silenzio solo quando accade qualcosa che non si può tacere. Non attinge alla cacofonia di suoni stridenti come gessetti su lavagne d'ardesia, al contrario, intinge le parole nel sangue che scorre da ferite mai rimarginate. 

Consapevole della fallibilità umana, ritiene a ragione che repetita iuvant sia la formula assolutoria per chi non riesce a progredire.

Chi paga a prezzo pieno per le proprie colpe impara a tesaurizzare non solo le esperienze ma anche le parole, a dare un senso a tutto e a comprendere che la ragione non partorisce feti morti.

Dunque, se la parola veicola il pensiero, occorre varcare i confini dell’insipienza. 

E quale modo migliore che pensare e credere che “Le parole sono anche atti”?*


L’ironia è rivelatoria dell’attitudine all’introspezione. Quella rivolta a se stessi - l’autoironia - è la forma più nobile e spietata. 

In questa si palesa la capacità di accettare le sconfitte e convertirle in forza reattiva e volontà di riscatto.

In tal senso, il supplizio auto inferto denuncia un proprio limite, ma matura nella conquista più ambita: acquisire la capacità di dare peso, scopo e significato alle parole.

In breve, si ride di sé o degli altri, non per il timore d’essere arruolati nella schiera degli sprovveduti che soffiano contro vento, ma per autopunirsi della colpa d’aver sprecato tempo e parole.

Occorrono decenni per trasformare l’ironia in humus e talvolta non basta una vita per acquisire l’abilità a ironizzare senza rendersi ridicoli.

Ma una cosa è certa: l’ironia attecchisce solo in presenza dei talenti senza i quali degenera in cinismo o sarcasmo.



A mio padre.

Ignorava chi fossero Socrate, Voltaire, Wilde, Bierce, Darrow, ma era un maestro d'ironia.


Le citazioni testuali esprimono il personale apprezzamento per gli autori citati e

supportano quanto affermato nel testo:

“Discorso sul metodo”, Cartesio, edizioni Rba, pag 103.

“Il libro dell’inquietudine” di Ferdinando Pessoa, Universale Economica Feltrinelli, pag 33.

"Ricerche filosofiche”, di Ludwing Wittgenstein, edizioni RBA, pag 321.


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Frato ha votato il racconto

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Bellissimo Adriana. Profondo senza mai essere pedante, ma anzi molto coinvolgente. Difficile dire certe cose in maniera migliore. Un caro saluto, Roberto.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Amid Solo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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La ragione a mio avviso non puo partorire perché non deve neppure concepire ma solo osservare. Pensare o almeno identificare la funzione del pensiero con lo specifico umano per me è profondamente illusorio. Sono i danni di Cartesio. Una volta su Twitter (il social degli intelligentoni) lessi un proverbio siciliano: “chiu lunga a pinsata chiu grossa a minchiata”. Quanto sopra è frutto di una mia personale ed umana riflessione. Metto i sentimenti prima della ragione ma non sentimenti nel senso comune ma nel senso della capacita delle emozioni di essere un tramite della conoscenza. In una visione opposta alla logica francese dei lumi. Penso sia piu utile per l’essere umano imparate a usare la ragione per “osservarsi” e osservare le cose che accadono. Senza classificarle. È difficile. Comunque grazie di avermi fatto fare una riflessione su un tema così alto. Segnala il commento

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giumer1972 ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente

Come sempre testi bellissimi! 🌠🌠🌠Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti per la grandezza di pensiero e di espressività grammaticale e filosofica di altissimo livelloSegnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Una pregevole digressione di quella che si sarebbe detta "filosofia morale", un trattatello sulle passioni, tematiche molto fortunate nel Cinque Seicento, ma come hai rilevato in bibliografia anche nel Novecento. Fin dalla radice stoica c'è questa fiducia nella ragione nel calmare le passioni e nel rendere chiara la verità. È un lungo filo rosso umanisticoSegnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, le parole credo che servano a plasmare le cose create dell'uomo, così come possono anche distruggerle.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

capacità di dare peso … gran bel pezzo ⭐️Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

L autoironia salva dalla presunzione Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor

Grazie sei gentilissima come sempre ❤️il dolore a volte ti fa andare avanti a cercare la felicità Segnala il commento

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Nathan Milesi ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

La cura quasi maniacale che metti nei tuoi testi denota il rispetto assoluto per le parole, che sono duttili, plasmabili, ma possono diventare armi offensive in mano a chi sottovaluta la loro portata. Va da sè che anche l’ironia segua lo stesso schema, e una tua frase “ occorrono decenni per trasformarla in humus “ sostiene perfettamente questa tesi. Apprezzato e, se permetti, per me un pochino indirizzato.Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Come sempre elegante e ironica, con solide basi che metti in campo per far riflettere. L’ironia ci salverà? Non so, potrebbe essere il bello, visto che per nasconderla insieme all’allegria fu fatta una strage in una biblioteca con convento annesso. Nel tuo testo trovo l’ironia e la bellezza delle parole che evidentemente sai usare, e bene, dandoci una lezione su come dovrebbe essere usata la spunta non fiction del programma di pubblicazione della piattaforma. Segnala il commento

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caio bongiorno ha votato il racconto

Esordiente

Bellissima riflessione. “Cogito ergo sum” è solitamente tradotto con “penso, dunque sono”. Ma cogitare non è (solo) pensare. Cogitare viene da cum agitare (agitare insieme) e si riferisce al groviglio di pensieri, passioni, sensazioni che ci attraversa e scompagina. Un tumulto vorticoso e instabile di elementi diversi, da elaborare e "regolare" per acquisire padronanza di sé. L’uso corretto della parola (e dei significati) è parte essenziale di questo “regolare”. E l’autoironia, io credo, è relativizzare, discernere, disvelare, avere cura, modo per disattivare questo disordine che ci espone al potere affabulante delle parole. E’ autodifesa, mirata ad acquisire coscienza. E’ roba seria.Segnala il commento

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Profonda esposizione ed erudizione. Dal pensiero le parole, poi dalle parole ci vogliono i fatti. l'immaginazione creativa può rendere le parole "fatto".Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente

Eleganti, profonde, bellissime e toccanti riflessioni che vanno al cuore del tempo e dell'esistenza, nel suo più vero dispiegamento. Una lectio magistralis che lascia incantati e senza fiato per l'assoluta perfezione e completezza dell'analisi o esegesi della produzione linguistica/espressiva e nel contempo per la sua meravigliosa e superlativa cesellatura formale e raffinatezza costruttiva e lessicale. Una meraviglia e un testo da salvare e rileggere nel corso del tempo. Merita la pubblicazione in una raccolta di saggi psicologici o di filosofia del linguaggio, che spero avrai la possibilità di pubblicare presso una delle migliori case editrici, come meriti. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Bello Adriana , anche se personalmente sono un tifoso dell' umorismo pirandelliano, che non può non prescindere dalla comprensione e dall'empatiaSegnala il commento

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Antonietta Cocco ha votato il racconto

Esordiente

Come sempre testo molto ben scritto. Concordo in particolare su " Occorrono decenni per trasformare l’ironia in humus ". Complimenti Adriana.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Anche oggi, leggendoti, ho imparato qualcosa di nuovo. È il bello di questa piattaforma e del legame che si instaura fra gli utenti. Il rispetto è un sentimento che va al di là della amicizia corporea o in presenza. Ti dedico il migliore dei miei sorrisi. Complimenti Adriana! :-)Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

e invece molta filosofia e una riflessione- anzi, varie riflessioni - e tutt'altro che modeste. Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Eh si, una risata vi (ci) seppellirà. Il dizionario del diavolo, del Bierce da te citato, è stata una delle mie prime letture: ricordo ancora il sempre e più che mai attuale" i giovani delinquenti non hanno un avvenire sicuro, possono sempre diventare persone per bene!". Ma persona per bene, questa volta sul serio, è anche chi, come te, sa coltivare ironia ed auto-ironia senza farsene dominare, all'occorrenza consapevolmente rassegnato a che, il più delle volte, tali qualità finiscano con l'essere sprecate.Segnala il commento

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FilippoDiLella ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

(avevo un'amica molto ironica e anche autoironica ed era (è!) una persona di talento e determinata.) Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Una dissertazione elegante e approfondita. La conoscenza non è sbandierata, ma tesse la trama dei pensieri rimanendo, per così dire, sul rovescio del lavoro (del resto si sa, i saggi e i sapienti non sono sbandieratori, quello è dominio dei quaraquaquà). Davvero un ottimo brano. Condivido i tuoi pensieri, in toto. L’ironia è necessaria, l’autoironia è preziosa, come tutte le rarità. Dell’ironia mi fa paura solo il suo scivolare nel sarcasmo, cosa che capita alle menti non nobili. Il sarcasmo mi è odioso.Segnala il commento

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Bruno Magnolfi ha votato il racconto

Esordiente

Ben detto, serio, senza ironia.Segnala il commento

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Novalis ha votato il racconto

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di Adriana Giotti

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