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Narrativa

La scelta dell'elefante

Pubblicato il 16/02/2019

Una strana brezza che non aveva mai sentito, fatta di sentori balsamici e salsedine, cominciò ad alzarsi.

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Faceva caldo anche per lui. Molto più del solito e l'acqua per lavarsi mancava da molti giorni. La paglia era secca, il terreno duro e sotto l'unico albero non c'era che un'ombra scarna per tutti gli animali. Il circo era lì di passaggio, per una sosta non prevista. La tappa dei giorni successivi era saltata e tutta la carovana languiva sotto un sole sconosciuto sull'ultimo lembo di terra possibile, in attesa del via libera per il ritorno. Anche gli insetti erano diversi dal solito, più aggressivi e insistenti, e le grandi orecchie non muovevano aria a sufficienza per tenerli lontani. Ogni giorno sentiva venir meno le forze, soprattutto da quando era rimasto l'ultimo elefante della carovana. Non sarebbe stato rimpiazzato: già da tempo l'età e le malattie gli impedivano di partecipare agli spettacoli ed era stato tenuto solo per popolare lo zoo diurno che faceva da corollario al circo.


Quella sera il custode dimenticò stranamente alzata la sbarra della recinzione. Non era mai successo e non sapeva come comportarsi: per questo rimase immobile fino all'imbrunire, chiudendo gli occhi e facendo finta di dormire. Una strana brezza che non aveva mai sentito, fatta di sentori balsamici e salsedine, cominciò ad alzarsi da un punto indefinito del campo. Gli altri animali dormivano, a parte la giovane pantera, che si muoveva instancabile e nervosa e i cui occhi erano l'unico indizio di luce nel buio delle gabbie. L'elefante aprì un solo occhio, distinse ancora il profilo alzato della sbarra, e lo richiuse. Dopo pochi istanti riaprì entrambi gli occhi e questa volta si diresse verso la parte aperta della recinzione, senza esitazione e con una circospezione insospettabile. Quando si voltò per la prima volta dietro di sé, il profilo scuro del tendone centrale apparve molto più lontano di quanto si aspettasse e gli odori delle gabbie parevano del tutto svaniti. Continuò a camminare, i passi erano sempre misurati, ma più sicuri, nonostante la fatica che da anni umiliava ogni suo gesto. L'elefante attraversò un campo di ulivi, mentre la brezza che lo aveva svegliato si fece sempre più forte. La strada digradò improvvisamente verso il mare, ma l'elefante non si arrestò nemmeno davanti allo sconcertante spettacolo delle onde, che in lontananza emettevano un suono che in vita sua non aveva mai sentito.


L'elefante splendeva notturno, illuminato di trequarti dal riflesso della luna che brillava altissima, oltre le rocce che chiudevano la baia verso sud. Era attirato dall'acqua, non l'aveva mai vista di notte, così grande e così lucente. In lontananza, tra un'onda e l'altra, comparve una barca a vela. Era una piccola imbarcazione da diporto, si avvicinava con fatica alla baia e sembrava sempre sul punto di essere respinta al largo, anche se il mare era solo increspato. Dopo un'attesa che sembrava non finire mai, la barca si avvicinò alla riva fermandosi con la prua sulla battigia fatta di sassi, come se non avesse potuto arrivare oltre, come se il vento fosse finito per sempre in quel punto. La luce della luna non arrivava fino a lì e l'elefante avvertì solamente dei vaghi lamenti e non riuscì a distinguere se non delle ombre muoversi incerte nel buio. Poco dopo sentì il rumore dei sassi che si spostavano, come quando si trascina qualcosa di pesante sulla ghiaia. Dalla linea d'ombra uscirono due figure, camminavano a mala pena e insieme trascinavano qualcosa dietro di sé. L'elefante avanzò lentamente verso la riva senza fare rumore e si fermò a pochi metri dalle due figure che ora erano completamente immobili. Si sentivano delle voci mai udite, nella parte in ombra della baia. Nessuna rispondeva all'altra, si intrecciavano senza un ordine preciso e ognuna sembrava parlare solamente con sé stessa. Le due figure, non più immobili, si piegarono su un ginocchio e rovesciarono la testa all'indietro. Adesso il riflesso della luna arrivava fino a loro: non erano che delle sagome pallide e inerti, con le braccia levate al cielo nel riverbero del mare alle loro spalle.


L'elefante si mosse, avanzò verso quelle ombre disperate portate dal mare. Le due figure si fecero da parte, senza mai smettere di fissarlo con le loro orbite vuote. Nella parte in ombra della baia le voci improvvisamente scomparvero. L'elefante si fermò davanti alla sagoma informe: lo riconobbe dalla scia e ne comprese il dolore. L'uomo non si muoveva, ma qualcosa lì dentro ancora pulsava. L'elefante si abbassò in cerca di un odore intorno a sé che non riusciva a trovare: poi alzò al cielo la proboscide ed emise un lunghissimo e gelido barrito.

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Emanuela ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Bellissimo fino all'arrivo della barcaSegnala il commento

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Viola ha votato il racconto

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Superfrancy ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Racconto strano, con un senso di incompiuto che non mi dispiace. Stile forse un po' lento, quasi troppo narrativo, ma piacevole. Segnala il commento

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

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Elisabetta Condò ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Maurizio Ferriteno ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Vardaman Burden

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