Concluso lo spettacolo circense, il Roc e il JubJub si diressero verso l’orologio molle a dividersi una vodka o due. Quando arrivarono al posto dove gocciolava di solito, però, non trovarono niente. O si era liquefatto oppure... 

Il JubJub era preoccupato. La matinée era stata stupenda, ma gli aveva lasciato un sapore amaro in bocca. Aveva l’impressione che fosse stato l’estremo tentativo di Picasso di contrastare la marea di banalità che stava travolgendo i cervelli degli ariminensi attraverso un campo di distorsione della realtà che aveva prodotto nelle loro menti quel meraviglioso spettacolo circense.

Una mossa disperata. L’Artista non aveva potuto evitare che anche la rappresentazione avesse in sé i germi dell’entropia montante: ubiquità, impermanenza, contempo. Gli indizi che le cose stavano precipitando erano del resto molteplici. Il tasso di crimini ed efferatezze in tutta la Romagna cresceva in misura esponenziale. La disoccupazione dilagava. Si registrava un aumento allarmante dei disturbi psichici e il record di suicidi. La settimana prima era stata scaraventata in mare la statua di Edward Newgate Sr, sulla cui ricchezza, accumulata attraverso la pirateria, Ariminum un secolo prima aveva posto le basi per diventare una delle prime potenze economiche mondiali; un paio di giorni dopo davanti al Museum of Ariminum era stato abbattuto il monumento di Woody Allen, accusato di maschilismo. Le breaking news segnalavano che la HBO, in seguito alle minacce di ritorsioni di un oscuro gruppo terroristico, era stata obbligata a ritirare dal catalogo dei film disponibili online Via col vento perché considerato al tempo stesso antifemminista e razzista. Quanto dovremmo ancora sacrificare all’ignoranza nel nome del politicamente corretto? si domandava il JubJub. 

Il segnatempo di Dalí adesso era scomparso. E il Roc sembrava incapace di reagire, di ricordare cosa dovesse fare per salvare Ariminum.


I due uccelli dal volto umano si posarono sul bagnasciuga, vicino al tronco rosso arenato fra mucchi di sabbia, che avevano già notato il Capitano e il Maestro il giorno prima dalla terrazza della Publiphono. Lì avevano edificato una cellula-uovo tutta per loro: una struttura ellissoide in termoplastica curvata, a pannelli traslucidi di uno speciale tessuto elastico misto a carta thailandese. Dall’interno di quello spazio confortevole guardavano Cielo e mare fondersi in un’unica, illimitata chiarità. Un quadro che rivelava loro l’immensità del creato, provocando immediate associazioni interiori. Ma se l’idea dell’infinita grandezza li colpiva entrambi nella forma della luce, suscitava in ciascuno emozioni diverse.

Il JubJub si sentiva abbracciato da quella luminosità intensa proveniente dall’alto, accompagnata da una sensazione di calore e dalla consapevolezza dell’esistenza dell’eterno che ci avvolge e ci sovrasta e che ci invade.

Il Roc viveva l’esperienza contraria: abbacinato dallo splendore del Sole, era lui a immergersi nel freddo buco nero dell’eternità – ignoto, minaccioso, pieno di pericoli, pronto a stritolarlo senza pietà: così fa la Natura indifferente con tutti gli esseri viventi. Soprattutto con il suo cervello, che, ancora una volta, avvertì stretto nel cerchio di un dolore lancinante. È dunque troppo greve la corona che porto, questa Corona Ferrea della Lombardia? Le parole del Capitano gli attraversarono d’un tratto la mente prima di svanire nel Vuoto dell’amnesia come uno sciame di polvere di stelle in quello del Cosmo. Corona Ferrea della Lombardia. Era proprio da lui, ebbe appena il tempo di pensare.


Scosso da un brivido, tentò di distrarsi e scacciare la sofferenza rivolgendosi al compagno. «Ieri ti sei interrotto. Come finiva la storia del Simurg?».

Nel cuore del JubJub tornò ad accendersi la speranza. Non tutto era perduto. Era ora di risvegliare i ricordi dell’amico, fargli prendere coscienza della missione che doveva portare a termine.

«Quando gli altri uccelli, stanchi di attenderlo, decisero di cercare il Grande Roc, sapevano due cose. Il suo nome significa “quarantadue uccelli”. La Fortezza Rossa o Albero dove vive si trova nella Roc Island, l’isola dopo la catena di montagne che circonda la Terra, alla fine dell’Antica Strada per La Mecca Club. Non un granché di informazioni, ma in molti affrontarono il viaggio. Attraversarono ventisette pub: il penultimo portava il nome di Rose & Crown, o Smarrimento, l’ultimo era L’Annichilimento, o La Mecca Club. Molti pellegrini disertarono, caduti ubriachi nei pub; il Parkinson riscosse il pedaggio a lui dovuto tra i rimanenti. Quarantadue, resi puri dalle sofferenze, raggiunsero l’isola del Simurg. Lo videro: capirono allora che erano il Grande Roc, e che il Grande Roc era ciascuno di loro e tutti loro e che questa era la risposta alla Vita, all’Universo e a tutto quanto».


Terminata la storia, il JubJub guardò l’amico, sperando di cogliere in lui qualche cenno di riavvio delle funzioni intellettuali. Ma Muninn era ancora caduto in trance. Il JubJub, abbattuto, nel tentativo di riscuotere l’amico, intonò la sua canzone:

«Whenever I hear your name


A mist comes down over my eyes…».

Il Roc non era del tutto fuori gioco. Guardando in trasparenza la bottiglia vuota di vodka alla fragola che teneva fra le zampe alla maniera del Cristo benedicente di un dipinto leonardesco (il vetro, nella luce apollinea del mezzogiorno, riluceva come un quarzo rosa), meditava sulla Bellezza del Cristallo: sulla capacità di rimanere sempre identico a se stesso, mantenendo inalterabile l’ordine interiore.

Il Cristallo conosce l’arte segreta di crescere perseguendo una visione unica e originale, uno schema che si rivela al mondo via via che il Cristallo lo sviluppa dandogli una vita rigorosa e inflessibile.

Il Cristallo è metodico, ordinato, esatto, geometrico, indifferente, perfetto: si alimenta di se stesso, procede nel suo cammino inesorabile di concretissima astrattezza.

Il Cristallo è nell’incanto di chi è sempre uguale a se stesso e in pace con se stesso. Si spezza, ma non si piega. Per fermarlo, devi infrangerlo o lanciarlo in mare da altezze inaccessibili.


Jay non aveva tratto nessun conforto dall’assenzio del Mocambo: quando gli amici ordinarono un secondo giro e qualcosa da mangiare di più sostanzioso delle effimere madeleine, preferì andarsene a fare una lunga passeggiata nella pineta. Aveva chiesto consiglio su come gestire le pene d’amore al vecchio omeopata che teneva in quel luogo anche sessioni di scrittura creativa e yoga neorinascimentale. Ma neppure la sua prosa sapienziale, infarcita di precetti derivati dalla profonda conoscenza delle regole morali, era riuscita a risollevarne lo spirito. Così si era scandito il dialogo:

Jay: «È lontana; non è più mia. E l’assenza dell’amore è una sofferenza che non posso sopportare».

Il vecchio omeopata: «Non è niente di straordinario. Anche la mia carne, come tutte le carni, conosce questo spasmo epilettico, l’amore, che sorge improvviso da un fondo buio, fra una pausa e l’altra di una vita monotona, e l’arresta; le gambe inchiodate alla terra, e tutto l’essere contratto da un moto d’ansia, che tende a una a una le fibre».

Jay: «Finché la tensione diventa sospiro; lenta onda che cresce dal petto oppresso e gonfia la gola salendo su su per tutte le vene; irresistibile onda dell’amore, della Vita, di tutto quanto quello che non si può fermare. Se n’era andata, e ritorna. Tanto più calda e più piena, quanto da più lontano».

Il vecchio omeopata: «Sì, è vero. A volte ritornano».

Jay: «Che fare dunque se quell’onda vitale si allontana e non torna più?».

Il vecchio omeopata: «Segui quell’onda con il pensiero. È follia in tutti gli uomini lasciare che l’amore divampi dentro di loro, perché esso, se non corrisposto o ignoto, finirà per divorare la vita che lo nutre… Il pensiero invece ha forza, il pensiero ha potenza. Solleva tutto, trasporta tutto con sé. Anche l’angustia, anche l’angoscia».

Jay: «E anche il sospiro del mio essere aprico che sfugge dalle labbra stanche, e che io non voglio più trattenere: meglio sprofondare nell’oscurità senza respiro».

Il vecchio omeopata: «L’oscuro è un inganno non più dell’aprico. Cancellali entrambi e ti solleverai fino alle Regioni superiori dell’Essere, dove troverai l’angelo che è in te e in tutti gli uomini».

Jay lo aveva ringraziato, lo aveva salutato con un rispettoso inchino e si era diretto verso il mare.


Si sedette a gambe incrociate sulla sabbia, la schiena dritta, le mani appoggiate sulle ginocchia. Stava per chiudere gli occhi quando avvertì qualcosa risalire su per le caviglie. Si era sistemato proprio vicino a un formicaio, che il passo sbadato dei turisti aveva scompaginato. Mentre fissava una fila di minuscoli insetti rossi risalire per la gamba destra, pensò che era difficile spiegare quale motivo abbiano di affrettarsi tanto le formiche di un nido devastato, le une allontanandosi e trascinando pagliuzze, uova e cadaveri, le altre facendovi ritorno, e perché si scontrino, si inseguano, si azzuffino; così come è difficile spiegare le cause che inducono gli ariminensi, e i russi, i francesi, gli americani, i tedeschi, tutti insomma, ad affollarsi in quel luogo prima chiamato Da Gradisca e ora Koinonía Gynaikôn: il bordello di Earnest. Il richiamo della carne era una causa necessaria di quell’affannarsi: ma era anche sufficiente a spiegarlo?


Si spostò di qualche metro e riprese a meditare. Il vecchio omeopata della pineta diceva che ogni uomo aspira a essere un angelo. Un angelo caduto, forse. E lui, che tipo di uomo, o angelo in potenza, era? Jay cercava una risposta specchiandosi nell’immobile superficie marina che, nel primo pomeriggio, aveva un colore simile a quello della vodka al lampone invecchiata ventisette anni, vale a dire cangiante, continuamente sul punto di sprofondare ora nel verde, ora nel viola, ora persino nel rosa.

Un dolorante sempliciotto, come il giovane Werther?

Un romantico idealista, come Lancillotto?

Un pazzo, come Orlando o Amleto?

Un fallito, forse, come Leopold Bloom.

Soprattutto, lui, che tipo di uomo avrebbe voluto essere?

Un problematico supereroe, come Peter Parker?

Un’astrazione senza corpo, come il Cavaliere Inesistente?

Uno, nessuno e centomila, come un personaggio pirandelliano?

O questo: un arrogante e superbo Ulisse, pronto anche a varcare le colonne d’Ercole pur di urlare al mondo il proprio amore per Daisy?

Ma…

«Avrò il coraggio di disturbare l’Universo?» mormorò.

«Chi cazzo rompe le balle adesso?» tuonò una voce dal Vuoto, per tutta risposta.

«Svegliati, sei in coma da dieci ore» disse qualcuno avvolto nel Nulla.

«Ah, ok. Dove diavolo è la mia vodka? Bisogna concedere una sbornia agli eroi!».

«Niente vodka qui. E la Fortezza Bastiani non è ancora aperta».

«Lasciami dormire ancora un po’, allora, dannazione!».


Passò un’ora circa. Jay era sprofondato nella meditazione, quando, fulmineo, apparve un motoscafo adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo: una saetta emersa fra le collisioni di fasci luminosi liberatasi dalla materia oscura – pesante, lenta, priva di carica elettrica – di cui è fatto l’Universo. Un’imbarcazione ruggente, che sembrava correre sulla mitraglia, più bella della Vittoria di Samotracia. Al suo fianco, con un boato assordante, un fuoribordo partorito dalla luce abbacinante diffusa nelle vaste solitudini del Cielo – fatto di cristalli fiammeggianti color smeraldo, rubino, topazio e oro vecchio – si sdoppiava, triplicava, moltiplicava: per trasfigurarsi in un fantasmagorico bengala che si espandeva nell’Universo come l’uovo primordiale dopo il Big Bang.

«La Fortezza Bastiani sta per aprire!».

«Chi arriva ultimo paga il primo giro di vodka!».

«Vai, vai, vai! Accendiamo i motori!».

«Ehi, ma quello è Jay! Che ci fa lì sulla spiaggia? Vieni con noi amico!».

«Niente, sembra già ubriaco. O forse è morto».

«Lascialo perdere TonyTony, starà ancora pensando a Daisy».

«Come dicono a Drum: se la renna non ama il cacciatore, il cacciatore non sarà in grado di ucciderla».

«I Pirati del Capitano. Casinisti…» sibilò fra i denti il Giacometti Roadrunner scrollando la testa. Il brusco risveglio lo aveva messo di cattivo umore. Ma la barca del Sole stava affondando in mare. Era tempo di uscire dalla cassaforte-sarcofago nascosta sotto la grande fontana. Lì dormiva durante il giorno, sdraiato sui frutti delle cacce notturne sulla Spiaggia Iperurania con i potenti metal detector:

sacchetti di monetine svizzere;

piccoli gioielli di bigiotteria;

gabbie metalliche per donne-cucchiaio e uccelli preistorici;

poemetti in bronzo sottili e altissimi;

ri-creazioni spazio-temporali dalle coordinate non umane;

Vuoti pieni di materiali onirici;

oggetti invisibili;

frammenti mnestici scalzati dal subconscio, vivificati da energie primordiali, sospesi nell’imponderabile logica dell’illogico.


Il JubJub ci aveva impiegato molto, molto, molto tempo per giungere al termine della sua triste canzone:

«… It’s just a sweet word and onto the next thing».

Il Roc, nella dionisiaca luce del Crepuscolo, contemplava i barbagli rossocupi del cuore declinante del Sole riflettersi sulla bottiglia vuota di vodka al limone come quelli del fuoco in un forno leonardesco.

Meditava sulla Bellezza della Fiamma – sulla sua capacità di rimanere identica a se stessa pur mutando di continuo.

La Fiamma conosce l’arte segreta di restare viva concedendosi alle diverse correnti d’aria, adeguandosi alle forme degli oggetti, cambiando d’intensità e di calore al variare delle circostanze.

La Fiamma è flessibile, curiosa, fantasiosa, onnivora, imprevedibile, pericolosa: si alimenta di aria e di terra, consuma ciò che la circonda, lo vampirizza e lo fa rinascere dalle proprie ceneri.

La Fiamma è sempre in divenire, sempre in guerra con se stessa e con il resto del mondo. Si piega ma non si spezza. Per spegnerla puoi solo soffocarla.

Magari affogandola in una fontana, come qualcuno aveva fatto con C1P8.