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Narrativa

La senti la musica Brunilde?

Pubblicato il 24/02/2018

Il ritmo in ogni cosa.

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Brunilde mi chiede cos’è l’amore ed io le porgo una caramella al miele.

Brunilde mi chiede se al termine della tempesta ci sia sempre un lieto cielo in cui affondare le unghie ancora arrabbiate.

Io, guardandomi distrattamente la manica scucita del maglione, le rispondo «No Brunilde!»

«No, non esiste quel tipo di ribellione compensativa alla vita, esiste un equo ragguaglio di esperienza. Esiste un monito di pensiero ed esistono altri esseri che, non così spesso, ti restituiscono quello che hai perso per strada quando correvi disordinata e veloce, con il petto in avanti quasi a buttare lo sterno oltre il campo di girasoli per esercitarti all’idea che qualcosa - oltre l’orizzonte - può essere che questa volta non esista».

Trattiamo di queste masserizie mentre aspettiamo il nostro turno alle poste.

Solitamente, Brunilde ed io, non parliamo di queste cose. Succede solo quando siamo in posti meccanicamente vuoti di senso. È come una droga. Tipo hashish o robe così.

In quelle sacche di vita in cui la realtà ha serbato il palcoscenico alla finzione sociale, Sì che la creatività del nonsense può davvero levare le coperte, prendere coraggio scrocchiando un chicco di caffè amaro sotto i denti e arrischiare qualche battuta.

«Oramai in posta non c’è più il rotolo elimina-code di carta, sai, quello con il numerino?! Quello che, in situazioni d’illogica, doverosa e scapigliata collettività, ci riordina artificialmente tenendo a bada la nostra presunzione di sopravvivenza. Ecco, ora alle poste lo Straap! è stato digitalizzato, Brunilde mia».

C’è uno schermo simpatico di grandezza media, seduto su se stesso come un piccolo Buddha.

In lui ci sono delle faccine (o forse una, Sì una!) che sorridono. Tu la clicchi come faresti con un citofono e Puff! Sei diventato un numero. Pardon, una lettera seguita da un numero. Il che rende il tutto più interessante.

La tecnologia ci sta aiutando, neanche molto educatamente, ad eliminare il conflitto. O il confronto, che dir si voglia. 

«Così non ci si può nemmeno sfogare stracciando un coriandolo di foglio! Capisci? Lo vedi Brunilde che non ci vogliono mai far ribellare?! Pazzesco. La modernità è la peggiore schiavitù mia cara».

A257, lampeggia sul tabellone perentorio. No, non siamo noi. A258, ancora no. A259, eccoci!

È arrivato il nostro momento. Siamo in fermento.

Attenti, attentissimi guardiamo il nostro sportello n. 3 e, come corridori all’ultimo scatto, ci avviamo verso la meta. 

Il nostro amico della burocrazia si chiama Gennaro M., capelli brizzolati, faccia stanca ma non troppo sciapita. Mento composto e camicia di un azzurro-giallo che ricorda i tramonti di Key West.

Gennaro M. è un orsacchiotto, ma ancora non lo sa.

Gennaro M. sa cucinare.

Brunilde ed io, come impavidi stalker, sappiamo con certezza che quelle mani - che per convenzione battono cifre al computer e sigillano missive con semplice solennità - presseranno pomodori, impasteranno pasta e inforneranno accoglienti pietanze con un’arte familiare.

Non ci sbagliamo. Brunilde ed io sentiamo già l’odore del suo rassicurante del caos alimentare.

Sono le 18.53 di un insolito venerdì di marzo. L’aria non è ancora rilassata, ma la luce si affretta a ritirare le sue cose.

Tutti noi svergognati teniamo testa agli ultimi adempimenti della settimana e, con pensiero e corpo, ci siamo già consegnati alla libertà.

Accanto a Gennaro M. c’è una ragazza giovane, Francesca S.: capelli lunghi, lavati il giorno prima (che senso ha lavarli il venerdì se poi c’è il sabato! Non fa una piega!) e divisi da orecchie oneste e sincere, colorite da orecchini latineggianti.

Francesca S. sembra molto precisa. Seccatamente affabile. Brunilde ed io la immaginiamo mentre nei primi giorni di agosto prepara un’ordinata valigia per una destinazione calda, non troppo lontana dall'immaginario comune. Spagna, Grecia o forse Puglia. 

Shorts di jeans, magliette tinta-unita che scendono sotto le spalle e tanti, tantissimi foulard.

Francesca S. è veloce nel suo lavoro e non dà troppa attenzione a noi clienti che, come felini impazienti, scrutiamo con noia ogni movimento oltre al desk.

Gennaro M. e Francesca S. dovranno sentirsi molto osservati durante lo svolgimento delle loro mansioni, penso.

Perciò, con un impercettibile ma buffo movimento di gomito, solletico a Brunilde l’idea (o forse l’intenzione) di sforzarci nel pensare ad altro.

«Quindi, stasera cosa cucineremo?» le chiedo.

Brunilde mi guarda come se fossi pazzo.

Mi guarda con occhi parlanti: «fino a qualche attimo fa parlavamo di entità ultraterrene e ora, così come un farabutto, mi chiedi cosa si mangia?!».

Sì, hai ragione Brunilde. Penso tralasciando ulteriori commenti a me stesso.

In qualche modo si dovrà pur facilitare la vita degli altri, non credi? Brunilde non risponde perché non ho domandato ad alta voce, ma sa – dal mio dimesso atteggiamento – che ho provveduto alla ritirata dell’Io e di questo ne è lieta. Enormemente lieta.

Stiamo zitti in armonia di stampante e chiacchiericcio inutile.

Non importa ciò che stiamo facendo, se pagando bollettini, multe, raccomandate o utilizzando qualsivoglia strumento anti-Socrate così lontano dal fascino del mondo.

Importa invece danzare. Danzare insieme a ritmo di quotidianità.

«La senti la musica Brunilde? Ecco, balla con me».

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