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Horror

La Sequenza della Mortalità (Rothko di Sera). Ariminum Circus, Stagione 4, Episodio 4

Pubblicato il 21/01/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus

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Come in un romanzo di Horselover Fat, un occhio apparve nel Cielo e prese a scrutare Jay. Come in un’allucinazione di Charles Dodgson, dopo qualche minuto, un altro occhio fece la sua comparsa. Quindi, una dopo l’altra, le tre stimmate della Tabaccaia aleggiarono su di lui: le gambe colossali, il cappello da SS, il petto maestoso. Jay, ancora seduto sulla spiaggia dopo che i motoscafi della Ciurma si erano dileguati, diretti alla Fortezza Bastiani, aveva alzato lo sguardo affascinato da quello striptease al contrario, spezzando l’immobilità statuaria in cui si era irrigidito. I capelli corvini coprivano il volto di Ava – fissarla negli occhi avrebbe equivalso a essere perduti, innamorati, sposi, devoti, tutto e il contrario di tutto. Ciò che contava era la sua silhouette e l’avvertimento con cui il Piccolo Ed lo aveva messo in guardia da ciò che incarnava. Una disfatta. Un approdo. Un armistizio. O una semplice domanda: chi era veramente lei?


«Ciao Jay». Il saluto piovve dal Cielo con un bizzarro accento slavo.

«Mi conosci?». Il giovane era colpito, più che dalla repentina apparizione, dalla somiglianza del suo modo di parlare con quello di Daisy.

«Certo, anche se non frequenti il mio negozio. Sei il Batterista. Hai qualcosa per me?».

«Cosa vuoi, l’elemosina? Non mi piacciono i tuoi traffici. Penso che il tabagismo sia il più stupido dei vizi e i fumatori i più stupidi degli esseri umani. Odiosi, persino, quando sputano addosso agli altri il loro alito schifoso e cancerogeno senza nessun riguardo, con totale disprezzo per chi non condivide la loro ossessione. Per non parlare dei mozziconi. Le cicche. Tanto minuscole quanto dannose. Credi che il pianeta soffochi solo nelle bottigliette di pvc o che sia tutta una faccenda di discariche o d’ecoballe? I rifiuti più numerosi del mondo, e tra i meno smaltibili, sono quel che resta delle sigarette. Sessanta miliardi al giorno. Capaci di produrre fino a quattromila sostanze chimiche diverse. Di liberare nell’ambiente l’inquinantissimo acetato di cellulosa. E vagare anche dieci anni, senza mai disintegrarsi».

«Ne uccide più l’alcol del tabacco e tu con la vodka ti bevi la vita, o sbaglio?».

«In vodka veritas. E se mi uccido bevendo non invado in alcun modo lo spazio di libertà altrui».

«Non hai paura di morire?».

«Hai paura di ciò che non conosci. C’è qualcosa di misterioso riguardo alla morte? Non credo. Sono secoli che si nasce e si muore».

«Il Capitano crede che sia un viaggio, immaginario, sognato, un viaggio nell’Oceano della memoria, nel rimosso, in un labirinto che ha un’infinità di uscite, ma solo un ingresso».

«E quindi il problema non è uscire, ma entrare…».

« Sì, e una volta entrati, l’aldilà potrebbe rivelarsi un porto dove grandi navi sostano sul mare immoto dell’eternità in una bianca luce lunare, attendendo un attracco più definitivo. O la fermata di una ferrovia sotto la volta fumosa di treni che arrivano e partono verso destinazioni incomprensibili».

«Non c’è bisogno di andare lontano. Basta varcare l’ingresso della stazione di Ariminum».

«Tu scherzi ma, per la paura che incute, nessuno tiene d’occhio la morte. Alcuni, per esorcizzarla, danno disposizioni su cose che vanno oltre la loro vita: sepolcri fastosi, monumenti pubblici con dedica, funerali spettacolari ed esequie in pompa magna».

«Sì, questi sono veramente ridicoli».

«Tuttavia, la miglior prova che la morte è una cosa da temere ce la offre la pena che si danno i filosofi per convincerci che la si deve disprezzare».

«Ho detto che non temo la morte, non che la disprezzo».

«Va bene, lo ammetto. Anche se continuassi a snocciolare definizioni e proverbi, non credo riuscirei a suggerire il senso della morte, che io per prima non so cos’è».

«La morte è la fine e non esisterò più dopo che sarò morto. Tutto qui. Non bisogna essere un saggio presocratico o un docente di Harvard per capirlo. No, sono altre le cose che mi fanno paura».

«Ad esempio?».

«L’invidia. Passeggiando sulla Spiaggia Iperurania con Daisy, li sentivo, quelli della Ciurma:

“Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,

i primi venuti fra un milione, ma convinti

che doveva andare così

– in premio di che? di niente;

la luce giunge da nessun luogo

– perché proprio su questi, e non su altri?”.

Ok, mi rendo conto che la visione di un amore felice solleva questioni. Del genere: offende la giustizia? La risposta è sì, non c’è dubbio. Infrange i princìpi accumulati con cura? Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù. Generando invidia.

“Guardate i due felici:

se almeno dissimulassero un po’,

si fingessero depressi, confortando così gli amici!

Sentite come ridono – è un insulto.

In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.

E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,

quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano

– sembra un complotto alle spalle dell’umanità!”.

È questo che mi fa paura».

«Eppure… che mi dici di Eyelove?».

«Di cosa?».

«Del gioco di parole tra occhio e amore, il simbolo mediterraneo dello sguardo divino che guarda benevolo gli esseri umani: Eyelove o Eyelovemore. Me ne ha parlato il Piccolo Ed. Sta a significare che l’amore ci protegge da tutte le avversità. Anche se lui lo identifica con l’Intelligenza Artificiale che ci protegge dall’alto del Cloud».

«I ragazzi li conosci proprio tutti… anche quelli che non fumano!».

Ava sorrise. «Ed è fissato con la tecnologia, ma tra i musulmani, gli ebrei e i cristiani prende tanti nomi la stessa idea, anche in negativo: il “malocchio” nel vostro Sud».

«Siamo in buona compagnia. Tutti hanno usanze legate a quello sguardo malvagio, portatore di sventura, invidioso. Perché l’amore felice genera interrogativi micidiali come:

“Che se ne fa il mondo di due esseri

che non vedono il mondo?”.

Terribile. Poiché è vero proprio il contrario. L’amore felice non ha niente a che vedere con l’ossessione amorosa: con il desiderio regressivo di possedere l’altro fino a escluderlo dal mondo esterno, di consumarlo nella reclusione di un rapporto limitato a due persone, di annullarlo. Un amore felice è fondato sul dialogo continuo, quotidiano, con il partner, inteso però come base per aprirsi insieme alla ricchezza del mondo, alla sua Bellezza».

«Pensa alla coppia felice che incontriamo in Ovidio, Filemone e Bauci. Incarna la serenità che soltanto il timore della separazione potrebbe turbare: non tanto la paura della morte, bensì il terrore di dover sopravvivere all’essere amato».

«Loro sì che sono stati sotto la protezione di un dio benevolo. Come Sophia e Han, che avevano onorato le leggi dell’ospitalità: Zeus ricompensò la coppia riunendo i due, al momento della morte, a formare il tronco di un albero doppio, rosso, quercia e tiglio insieme». Jay insegnava pro bono mitologia e filosofia greca antica ai Bambini Perduti dell’Asilo, nel tempo libero.

«Se non ricordo male, Zeus, durante l’impresa compiuta sotto sembianze umane, era accompagnato da Hermes, dio degli incroci, degli scambi, dei commerci e dei ladri. Viaggiando insieme, sotto le apparenze di due vagabondi straccioni, mettevano alla prova le qualità umane di coloro che incontravano e rifiutavano di accoglierli. Lezione da imparare, che ricorre in molti racconti popolari: fate attenzione a chi si presenta sotto la copertura della mendicità! Potrebbe essere un dio!».

«Vero, ma una seconda lezione, molto sottile, si può trarre dal poema di Ovidio: quelli che si amano l’un l’altro sanno aprirsi agli altri trovando la felicità. Caso mai è l’amore infelice, perché banale, routinario o non ricambiato, che genera depressione».

«Allora perché sei così giù?».

«Perché l’amore felice non solo è raro, è anche precario. La fedeltà che lega Filemone e Bauci è purtroppo molto mitologica e poco reale. Come il mito del primo grande amore. Lo ricordi ancora? Ha lasciato su di te qualche traccia?».

«Devo avere da qualche parte le lettere che ci siamo scambiati legate con un pezzo di spago».

«Almeno fosse un nastrino… giusto?».

Lei restò impassibile. La Tabaccaia ne sapeva di più di quanto volesse ammettere.

«Hai presente Il sogno di una notte di mezza estate?».

«Più o meno».

«Ci sono questi ragazzi, Lisandro e Demetrio, che non sono mai attratti a lungo da una ragazza, ma di volta in volta entrambi si innamorano sempre della stessa. Demetrio desidera Ermia finché Lisandro mostra di amarla; non appena si volge verso Elena, lo segue. La medesima logica vale per tutti gli altri. Nella prima scena si spiega che all’inizio Elena amava Demetrio e ne era riamata. Ma poi la sua amica del cuore Ermia fece innamorare di sé Demetrio. Perché Ermia ha rubato Demetrio all’amica del cuore? Perché fra Ermia ed Elena sussiste lo stesso rapporto mimetico esistente fra Lisandro e Demetrio: ciò che è posseduto dall’una viene subito voluto dall’altra.

Malgrado le fate e gli elfi Shakespeare ci sta parlando di un fenomeno molto concreto: il desiderio mimetico, in parole semplici l’invidia, che nutre di sé le relazioni personali, erodendole dall’interno, provocando, come il verme solitario, un desiderio illusorio, destinato a restare insoddisfatto.

E c’è solo un modo, tragico e paradossale, per chiudere il circolo vizioso, la guerra di tutti contro tutti, che il desiderio mimetico avvia: la distruzione dell’individuo preso a modello e quindi la morte di ogni legame umano. Tanto che Szymborska... La conosci?».

La Tabaccaia sembrava essersi appisolata durante il pistolotto di Jay, ma, interpellata, sussultò e disse: «Sicuro, mi piace molto. Specie quella al limone».

Fa la furba, ma non mi frega, pensò lui. La discussione se non altro gli stava facendo per un momento dimenticare il mal d’amore. Ma al suo posto era subentrata la sindrome dell’Insegnante, che Jay aveva contratto dal Maestro. Chi va con lo zoppo…

«Ah, ah, ah che risate. Sai benissimo che non è una vodka, è una poetessa. E che erano suoi i versi che citavo prima. Be’, intitola Sogno d’una notte di mezza estate un’allucinata visione della distruzione portata dal conflitto mondiale che si conclude con la descrizione di un bosco non nelle vicinanze di Atene, ma nelle Ardenne:

“Non la Luna, ma il bosco splende

e il soffio strappa, o Piramo,

un manto radioattivo alla tua dama”».

«Pensi quindi che l’amore per Daisy ti possa distruggere?».

«No, credo piuttosto alla possibilità che il nostro amore finisca: questo mi distruggerà».

«Dunque hai paura di morire».

L’enorme seno della Tabaccaia restò ancora per qualche minuto sospeso nel Vuoto. La conversazione con Jay andava affievolendosi insieme alla consistenza del cappello e delle gambe.

«Non ho paura di morire, in qualsiasi momento succederà, non mi dispiacerà. Perché dovrei aver paura di morire? Non c’è ragione di dolersene, prima o poi dovrò andare. Siamo solo corpi, fantastiche macchine che possono fare fantastiche cose – innamorarsi, scrivere poesie, studiare le origini dell’Universo, giocare a Tetris, creare musica. La morte è più o meno come una macchina che si rompe. Quello che volevo dire è che potrei avere un unico rammarico: se non morirò per amore. Sai, anche nel mio caso

“Nessuno in famiglia è morto per amore.

Nulla di quel passato potrebbe farsi mito.

Romei tisici? Giuliette malate di cuore?

C’è chi anzi è diventato un vecchio raggrinzito.

Nessuna vittima d’una risposta non giunta

a una lettera bagnata di pianto!”.

L’ultimo dono di Daisy sarà una morte felice?». Espresse ques'ultimo dubbio in un soffio, più rivolto a se stesso che alla sua interlocutrice.

«Se riesci a sentire questo sussurro, stai morendo» mormorò la Tabaccaia, prima di sparire in una sera fatta solo di tre colori.

«Ti ho detto che non ho paura di morire» rispose Jay, rivolto al Nulla di tre colori.

«Allora Che l’Oscurità Sia» proclamò lei dal Nulla, spegnendo il mondo in un buio nero e assoluto.


Per Jay era giunto il momento di andare alla Fortezza Bastiani. Anche il dialogo con Ava non lo aveva portato a nessuna conclusione, non aveva prodotto alcuna evoluzione nel suo pensiero, non aveva minimamente lenito la sofferenza, se non per un attimo: ma come tutte le conversazioni avute quel giorno, alla prova del finale era stato un confronto artificioso, statico, senza sbocchi. Doveva farla finita con l’ossessione per Daisy. E poi lo aspettavano per le prove del concertone di San Silvestro. Era in ritardo. Si alzò e corse via.

Così non poté scorgere l’espressione dura, determinata, dell’Essere che sbucò da una duna qualche metro più avanti. Un coltello in mano. Avanzò trascinando una gamba eppure con la velocità di un mamba nero. Giunse alle spalle di un bambino biondo vestito di bianco, sorpreso dall’improvviso calare delle tenebre sulla spiaggia, mentre rincorreva una palla rossa. Lo afferrò, lo spinse a terra e lo uccise, senza dargli tempo di proferire una parola, di emettere un lamento, di capire cosa stesse succedendo. Con brutalità, ne spiccò la testa dal collo, ne tagliò le orecchie, le infilò in una busta e si dissolse nell’aria; non prima di accanirsi sul resto del corpo fino a smembrarlo, amputando gli arti superiori e inferiori. I pezzi del cadaverino continuarono a sanguinare sulla sabbia per molto tempo prima che il flusso viscoso si arrestasse, disegnando un’ombra invisibile attorno al patchwork di frattaglie umane sparpagliate qua e là.

Più tardi la marea salì a risucchiare tutto nelle viscere di qualche divinità marina. Le onde della risacca aumentarono di volume. Il loro ritmo si fece spasmodico e contratto, come quello di una peristalsi disturbata da una forma di occlusione intestinale. Il suono del mare aveva assunto il carattere di un borborigmo sordo e doloroso. Era diventato un gemito lancinante quando una caritatevole raffica di vento invertì il movimento ondoso. Sul litorale si riversò una massa semisolida fecaloide, diarreotica. Ci fu una pausa: una voce erigmofonica proveniente da abissali profondità si levò rimbombando per qualche terribile istante. Un odore nauseabondo pervase l’atmosfera.

Poi svanì e tornò la calma.

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Imago ha votato il racconto

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MargheMesi ha votato il racconto

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"L’aldilà potrebbe rivelarsi un porto dove grandi navi sostano sul mare immoto dell’eternità in una bianca luce lunare". C'è una potente matrice dantesca in questa sequenza: "Ne l'ordine che io dico sono accline/ tutte nature, per diverse sorti/, più al principio loro e men vicine;/ onde si muovono a diversi porti/ per lo gran mar de l'essere, e ciascuna/ con istinto a lei dato che la porti". Il "Paradiso" all'inizio, il "Purgatorio" (soprattutto il canto XXVI) nella sequenza dedicata alla teoria dell'amore e al parlar d'amore; l'"Inferno" alla fine, il XXXIV, con Lucifero e il suo dilaniare corpi. Davvero suggestiva l'interazione con il palinsesto, che essa sia effettiva o evocativa.Segnala il commento

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

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Grande titolo, che ha sempre la sua importanza, grandissimo Rothko e I suoi colori.per il resto un gran bel leggere Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il tuo è il più affascinante metodo di narrazione. Attraversi filosofia, poesia ed attualità con un virtuosismo che mi fa ricordare le vertigini cinematografiche degli anni ruggenti. Complimenti!Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

L’amore e la morte non cambiano mai (per fare anch’io la mia umile citazione). Bello e tenebroso questo episodio, con l’inquietante immagine dell’enorme eterea Gradisca colta, l’Essere assassino di bambini e il fetore di morte. E la nave va.Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Editor
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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Horror romantico ...Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Bellissima indagine sul tema amore - morte.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

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