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Non-fiction

LA SOCIETÀ TI VUOLE FELICE E TI DICE COME FARE ma alcuni non sono convinti

Pubblicato il 21/07/2019

Su come la società ci dice che dobbiamo essere, per essere felici e realizzati. Su come alcuni non siano convinti e non si vogliano far incastrare. Su come sia complicato far convivere le due posizioni.

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“È indietro”, “ha bisogno di tempo”, “è rimasto adolescente”, “non vuole rassegnarsi a crescere”.

Che alcune persone abbiano una difficoltà cronica a crescere presuppone che ci sia un modo principale di crescere. 

O un insieme di facoltà, di abitudini, di decisioni, che portano a crescere. All’incirca queste:

- Concludere un percorso di studi.

- Trovare un lavoro e portarlo avanti.

- Cambiare il lavoro che si ha, nella speranza di migliorare la propria condizione -questa operazione può essere ripetuta una quantità indefinita di volte, spesso in maniera sconnessa rispetto alla volontà del soggetto, che procede bene o male alla cieca.

- Innamorarsi.

- Portare avanti la relazione.

- Accasarsi, nelle modalità prescelte: matrimonio, convivenza, unione civile… l’importante è che si viva insieme.

- Figliare.


Dopo aver figliato non ci sono altri step attesi. Forse solo la sopravvivenza e il tentativo sfrenato di non perdere tutto quel che si è conquistato prima dell’arrivo dei pargoli: il lavoro, l’amore, una vita sociale dignitosa, un corpo dignitoso. Insieme, ovviamente, al garantire una crescita sana, equilibrata e creativa dei pargoli. Che non è poco, non è poco per niente.

L’adesione al percorso presuppone la capacità di smettere di sognare, la famosa rassegnazione, la rinuncia alle convinzioni adolescenziali. Per fare questo occorre convincersi che ci si era sbagliati. Che non sognare è il vero sognare. Che la rinuncia e la rassegnazione sono la vera libertà. Consultare un prete o una religione aiuta.

Una gran parte delle persone riesce a seguire questo percorso in maniera più o meno lineare. Magari con adattamenti, tempi accelerati o dilatati, purché entro certi limiti predefiniti come okay. Con intorcinamenti, svolte e inversioni a U. Sono ammesse piccole variazioni, tollerate secondo il principio che rispettare la propria personalità è uno dei requisiti per arrivare alla felicità.


Ma a grandi linee la strada che ci si aspetta uno e una segua è questa: studia, lavora, accàsati, figlia, sopravvivi, sorridi, ciao.


Il percorso descritto costituisce un’aspettativa sociale che però diventa individuale, interiorizzata. Il soggetto, pur con i suoi tempi e i suoi adattamenti, si aspetta che la sua vita si svilupperà in quel modo. In giovinezza può rifiutarlo, negarlo, gridare al mondo che non lo avrà. Ma ad un certo punto “l’esigenza del percorso” lo raggiungerà e comincerà a camminargli a fianco. Dopo un po’, lui o lei guarderà a quei compagni delle superiori che stanno insieme dai 16 anni, sposati, con figli, con la casa a massimo 200 metri dai suoceri, e penserà: “si sono arresi presto, ma si sono evitati tutta la fatica di scappare a un destino che ad un certo punto desideri”.

E perché lo desideriamo? 

Perché siamo convinti che attraverso il lavoro e le relazioni sociali, in particolare quelle familiari, passi la realizzazione personale. E tutti vogliamo essere realizzati. Che è un modo per dire “felici in maniera socialmente accettabile”.

Socialmente accettabile significa che:

Devi produrre (avere un lavoro), “per far progredire la società”;
Devi essere in coppia, perché se no fai casino e disturbi l’ordine altrui;
Devi generare nuovi esseri umani, perché se no sfogherai la tua creatività in altri modi, e disturberai l’ordine altrui;
Devi essere sano, magretto, e se non sei sano o magretto devi curarti e cercare comunque di essere di buon umore e positivo. Altrimenti disturberai l’ordine altrui e graverai sul bilancio dello stato;
Devi andare in giro vestito da grande, pochi colori e comunque abbinati bene;
Devi avere una casa, pulita.

Per mettere una spunta a questa lista di doveri -ogni giorno della tua vita, anche se sono ammesse sporadiche cadute di stile e qualche saltuario periodo di perdizione, purché breve- l’uomo e la donna svolgono quel che Luca Rastello chiamava “il lavoro grigio”. Il lavoro grigio è il lavoro interiore necessario a conformarsi a quel che la società si aspetta da noi. E che magari non fa per noi, ma non siamo nella posizione di rifiutare perché abbiamo bisogno di appartenere a quella società (maggioritaria, di successo, funzionante, normotipica, bella e instagrammabile).

C’è qualcuno che non ci sta, che non si adegua, che non “cresce”. Si ritrova con gli amici in qualche circolo Arci dove fa tardi la sera; beve parecchio e mangia di gusto; magari si fuma una canna al giorno; russa al rientro, perché dorme male, appesantito dall’alcool e dagli orari sballati, quindi ha le occhiaia e tossisce; si ostina a non procreare; viaggia come un matto, una matta, come può; lavora come riesce; è fidanzato se innamorato, poi basta.


Qui a casa mia c’è una (“io”) che sarebbe contenta di omologarsi e figliare. E uno (“lui”) che dorme di là, russando, dopo aver fatto le quattro e mezza del mattino.

Io si chiede se si troverà un compromesso con lui, e dove, e quando, e come, e se sì perché.  Nel frattempo, vivono entrambi.

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Testo pieno di consapevolezza (ed è già tanto...!)Segnala il commento

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Ondina ha votato il racconto

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Lisa M. ha votato il racconto

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Riflessione interessante. Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Scegliere le persone con cui vivere o passare il tempo, è l'unico modo per capire cosa vogliamo, da noi stessi e dalla vita in toto.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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"Produci-consuma-crepa" :)Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Più un saggio che un racconto, comunque interessante e spigliato. Umoristiche ma amare le tue riflessioni Segnala il commento

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Riflessioni interessanti, forse ripetute una volta di troppo. Mi è piaciuto il termine "instagrammabile", riferito alla società attuale.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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di Viola Mazen

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