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Storico

La solitudine di Piero

Pubblicato il 07/06/2022

Tonadico, valle di Primiero, maggio 1948. Il vecchio Piero torna dal lavoro rattristato dal peso della vecchiaia e dall'angoscia della solitudine. Un gruppetto di bimbi gli fa visita, e ravviva in lui la gioia di vivere.

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Tonadico, valle di Primiero, una domenica di maggio del 1948

Le campane suonarono mezzogiorno. Piero uscì dal suo negozietto, dove vendeva frutta e verdura. Percorse il corridoio del palazzo, immerso nel buio e in un forte odore di stantio. Entrò nel suo monolocale. Era una stanza con letto, cucinotto e priva di bagno. Soffermò lo sguardo sul tiro a segno, e poi sugli angoli del muro: erano oltremodo ammuffiti, doveva dargli presto un’imbiancata.

Iniziò a consumare il pranzo al tavolo: una fetta di polenta e un pezzo di luganega. Erano in simbiosi perfetta, la salsiccia stagionata aveva quel piacevole sapore speziato che sempre adorava.

Si mise disteso sul letto. Venne assalito da una sensazione di tristezza, nostalgia. Gli capitava ancora spesso di pensare al suo matrimonio, durato solo pochi giorni, del quale erano rimaste solo le dicerie di paese. Sebbene fossero passati ormai più di sei lustri, ancora ne soffriva di quella donna che lo aveva lasciato subito dopo le nozze. Da quel giorno aveva perso molta fiducia in sé stesso, e anche nella gente. Le malelingue di Tonadico ancora parlavano della storia incredibile di Piero, lasciato appena dopo essersi sposato. Una storia che Piero paventava avesse fatto il giro di tutta la valle, per il suo essere così inusuale, sorprendente.

Stava per addormentarsi, quando venne sorpreso da ripetuti colpi alla porta. La domenica i bimbi di Tonadico venivano spesso a fargli visita, così non fu per niente sorpreso di vedere davanti a lui un gruppo sparuto di ragazzotti dall’aria divertita.

Entrarono a passo affrettato. Si misero ad armeggiare in modo febbrile nel comodino sotto il tiro a segno, dove c’erano le freccette.

«Andate piano, ragazzini!»

Il più alto della compagnia lo guardò, sistemandosi la frangia, bionda come il granturco dei campi attorno al paese.

«Giocate anche voi, vero sior?»

«Certo!»

Piero si lasciò sfuggire un sorriso sghembo. Afferrò una delle freccette dal comodino, e si mise seduto sul letto. Lo sguardo corse tra i giovani ospiti. Avevano tutti i calzini lunghi fino alle ginocchia, pantaloncini di velluto e una camicia di cotone. Parlavano tra di loro in modo acceso, sembravano tutti eccitati, come se avessero atteso quel momento tutta la mattina.

Il ragazzino più grande aveva un taccuino. Scrisse a matita il nome di tutti i concorrenti, poi ordinò a un bimbo di scrivere i punti.

«Tocca sempre a me!»

«Sei il più piccolo, le regole le conosci.»

Il bimbo si lasciò andare a un pianto dirotto. Piero s’impietosì, gli accarezzò la testa. Aveva i capelli unti, come se non vedessero il bagno da mesi.

«Li segno io!»

Il bambino guardò Piero con due occhi blu ceruleo, lucidi di lacrime. Dal suo viso innocente emerse un sorriso.

«Grazie, sior!»

La gara di tiro a segno iniziò. Non erano neppure passati cinque minuti, che Piero aveva già segnato tutti i numeri del tiro al bersaglio.

Arrivò finalmente il suo turno. Aveva il cuore che batteva forte. Benché fosse ormai abituato al gioco, la gara di tiro a segno sempre lo coinvolgeva. Lanciò la freccetta, che andò a impiantarsi nel cerchio del 9.

«Bravo, sior!» Uno dei bambini lo guardò con ammirazione, Piero si sentì orgoglioso di sé.

Udì poi ripetuti cigolii. Alcuni bimbi saltavano sul letto, già di per sé malmesso.

«Scendete, bimbi!» Piero gli sorrise. «Che altrimenti mi rovinate del tutto la rete e il materasso.»

Continuarono imperterriti. Le scarpe lasciavano inevitabili impronte sulla coperta, e soprattutto sul lenzuolo in lino, già imbrattato di terra.

Piero alzò la voce.

«Basta ora!»

Il bimbo dagli occhi cerulei tirò addosso il cuscino a un altro bambino. Iniziarono a giocarci, lanciandoselo mentre correvano per la stanza. Piero non sapeva più cosa fare: se da un lato gli faceva piacere avere la compagnia dei ragazzini, ora cominciava a diventare parecchio sgradita.

Il ragazzino più grande del gruppo era l’unico rimasto fermo in piedi, serio, come se tutta quella baraonda creata dagli altri non lo riguardasse.

«Finitela!» sbraitò. Piero gli intimò di scendere dal letto, con voce sommessa.

«Avete sentito cosa vi ha detto?» Il ragazzino più grande gli diede ancora manforte. «Forza!»

Tornò la calma. Piero raccontò ai bimbi alcune storie divertenti di paese. Risero, poi il ragazzino più grande si avvicinò: «Grazie ancora, sior. Ora dobbiamo andare, sennò le nostre madri ci sgridano.»

Piero gli diede l’arrivederci. Tutti i bimbi lo ringraziarono, e alcuni lo salutarono facendo oscillare la mano.

Era di nuovo solo. Ma ora aveva il cuore riempito di leggerezza, entusiasmo. Benché i ragazzini lo avessero infastidito, gli avevano trasmesso qualcosa. Era riuscito a rendere felice qualcuno, grazie alla sua grande generosità, al suo fare gentile. Non sarebbe mai stato del tutto solo, Piero. In molti ancora si ricordavano di lui, e per sempre si sarebbe ricordati del buon Piero del negozietto, anche quando se ne sarebbe andato per sempre. E sapeva che i bravi uomini come lui, un giorno, avrebbero ricevuto la loro ricompensa in un posto migliore.

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tenero ma forte, e bello da leggere.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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Tenero si! Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Quanta tenerezzaSegnala il commento

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Albemasia ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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di rockinvoice

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