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ConcorsiConcorso letterario "Inchiostro su tela"

LA STRADA INUTILE.

Pubblicato il 04/09/2017

Balthus? Non so niente.

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I raggi perpendicolari del sole di mezzogiorno stendono veli dorati sui muri del vicolo e azzerano ogni possibile ombra, rendendo più tiepida e piacevole l’aria severa di un autunno ormai inoltrato.

Il vicolo rumoreggia di passi leggeri e pesanti. L’oste del bistrot attende all’uscio i suoi clienti, il falegname si affretta a terminare un lavoro che ha cominciato il giorno prima nei pressi della Promenade de la Croisette.

Ho la sensazione che questa luce così vivida sia in grado di rendere diverso e straordinario persino ciò che è ordinario. Tuttavia, in mezzo alla strada, ecco la solita nana; come sempre è presa nel suo gioco di racchetta e palla. È un personaggio bizzarro. Confesso che ho sempre provato pena nei suoi confronti, nonostante io ritenga scorretto compatire se stessi e gli altri. Ciononostante non posso impedirmi, ogni volta, di diventare triste notando la sua bruttezza, anche se, di tanto in tanto, lei riesce a sembrare più allegra di me.

Credo che ogni città sappia come esibire ai vari forestieri i propri tesori e le proprie chiese, ma, allo stesso tempo, credo che possa sapientemente celare le tante imperfezioni, per grandi o piccole che siano. Davvero, per esempio, non mi capacito di quanti difetti possano essere stati nascosti nel corpicino di quella donna, può darsi meno di quanti ne abbia mai contati io.

In passato, osservandola, mi chiesi come avrei affrontato la vita se anch’io, a mia volta, fossi nata così, un po’ difettosa, come lei. A questa domanda non sono mai riuscita a dare una risposta. Non dovremmo mai esprimere dei pensieri o dei giudizi fidandoci solo degli occhi: qualche volta essi ci ingannano regalandoci illusioni, e in alcuni casi ci giocano persino degli orrendi scherzi.

Oggi mi trovo ad attraversare il vicolo a un orario insolito, infatti è ormai sera. Da un po’ di tempo a questa parte qualcosa mi inquieta. Non ne ho parlato a nessuno. È un segreto, uno dei tanti che mi suscita vergogna e che preferisco tacere e tenere per me. Si tratta di una specie di premonizione. Ho l’impressione di essere spesso seguita per strada, ma, subito, mi dico che è solo la mia mente a essersi immaginata tutto, e così non posso far altro che incolpare me stessa. Non credo alle sensazioni, sono una persona concreta. Quando mi volto per controllare non noto nulla di strano, ciò non è sufficiente a tranquillizzarmi.

A causa del cielo nuvoloso il buio è calato prima del solito. A quest’ora la strada è quasi deserta, il bistrot ha già chiuso i battenti e quasi tutte le persiane dei palazzi qui intorno sono già state serrate. Alle mie spalle mi par di udire un respiro flebile e sincopato. Mi agito. Cerco di calmarmi: sarà stato senz’altro il vento. Decido di non prendermi la briga di controllare, in quanto, sino ad ora, si è sempre rivelata un’azione inutile, forse sciocca: è tutto a posto, non devo preoccuparmi di nulla. Ma, proprio quando comincio a sentirmi meglio, una morsa bella forte mi afferra e mi stritola l’avambraccio. D’istinto provo a strattonare l’estraneo, senza riuscire a divincolarmi. Sussulto. Ho il cuore in gola, posso sentirne i battiti all’impazzata nelle tempie. Chiudo gli occhi. Ho paura. Il mio corpo si irrigidisce e pare essere diventato di pietra. Un’altra mano si insinua decisa fra le mie cosce: è molto vicina all’inguine. Non riesco proprio a muovermi, sono stata immobilizzata e credo di aver smesso persino di respirare. Sono confusa, non capisco più niente. Adesso strillo, penso. Una mano mi comprime con prepotenza la bocca e mortifica subito la mia intenzione di chiedere aiuto. Ricordo che stamane ho preferito indossare la gonna corta. Mi pento di questa decisione. Con enorme fatica riapro gli occhi, osservo le mie calze bianche. Le gambe tremano. A quella nanerottola non sarebbe mai potuto capitare nulla, nulla di così orribile, e, per la prima volta, io la invidio. Darei qualsiasi cosa affinché fosse qui in questo momento. Invece il vicolo è deserto. Qualcuno si accorgerà di me. Vorrei fosse mezzogiorno, vorrei fosse ieri. Non ho modo di realizzare da chi sono trattenuta con così tanta brutalità. Senza rendermene quasi conto, levo gli occhi al cielo: forse cerco l’aiuto di Dio, ma tutto mi appare nero e senza stelle. Forse sto delirando, perché, all’improvviso, mi sembra di udire una musica lenta, sincopata, quasi celestiale. Non distinguo bene i suoni, giungono come distorti, attutiti, e non riesco a interpretarli. Con la coda dell’occhio noto un riflesso su una finestra. Forse qualcuno l’ha appena richiusa. Forse qualcuno mi ha notata. Forse qualcuno mi sta per soccorrere. Tutto si ferma, ogni rumore e ogni mio pensiero. E, forse, si ferma il vento insieme al tempo.

Con un gesto affrettato l’uomo richiude la finestra dalla quale filtrava un’aria fastidiosa e un po’ troppo fredda. Il bagliore di un lume lontano attraversa il vetro per poi addossarsi lungo il muro laterale del locale.

Accarezza il gatto. Sorride.

Raggiunge il centro della stanza dove si trova un cavalletto sul quale poggia una tela di grandi dimensioni che è ancora vergine.

Si tira su le braghe per bene, poi sceglie con cura un pennello. Amalgama “un terra di Siena” dopo aver esaminato tutti i colori, uno per uno, sotto la debole luce di un lume biancastro. Comincia poi a dipingere. Alterna pennellate lunghe e azzardate ad altre secche e accurate. Procede instancabile, seguendo il ritmo di una musica diffusa da un grammofono in ottone. È il suo brano preferito, il Requiem in re minore K 626 di Mozart.

Ha la fronte madida, è eccitato. È sicuro di possedere tutti i requisiti per poter realizzare un’opera perfetta. Un lavoro ben riuscito deve essere in grado di far desiderare e stuzzicare, di far emergere null’altro che il lato oscuro del suo osservatore.

Nel vicolo qualcuno grida. Una fanciulla giace nuda a terra. Ha delle evidenti ferite e mostra i probabili segni di una recente violenza.

L’uomo, suo malgrado, deve tossire. In quell’attimo le sue mani si allentano un poco. La scaltra fanciulla approfitta, sfugge alla presa e comincia a correre più veloce che può. E’ agile. E’ già lontana. E’ salva. In quella via non tornerà mai più.

Solo all’artista è dato di conoscere l’ispirazione originale che genera l’opera, così come tutte le azioni compiute dai personaggi del suo dipinto in un proprio e ipotetico futuro, ben oltre la scena e al di là dello spazio ristretto offerto dalla tela. Ma un quadro è quel che è, è un’opera che nasce e si alimenta della presunzione dell’artista, è un reale bisogno di possedere la bellezza, è un’ossessione nei confronti dell’eternità.

In pochi riusciranno scorgere quella linea immaginaria, quasi invisibile, che par quasi essere in grado di scindere, ne “La Rue”, due momenti diversi e dipinti affiancati uno all’altro, forse due mondi paralleli. Tuttavia si griderà allo scandalo, si condannerà uno stupro, si giudicheranno i passanti. E questo perché nell’uomo prevale sempre, inevitabile e sopra ogni cosa, il suo innato e dannato egoismo.

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