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Narrativa

La villeggiatura

Di occhineri - Editato da Dalcapa
Pubblicato il 22/01/2021

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23 Voti

  Se penso al mio destino, mi viene in mente questo aforisma:

«La mia vita è il sogno di qualcun altro».

Sono sposata da quasi cinquant’anni e io e mio marito, ormai, ci sopportiamo a fatica. Così, ogni estate discutiamo, in maniera più o meno sofferta, sul perché io non ami soggiornare nella nostra casa al mare. Secondo lui, è incomprensibile come possa essere infelice in quella bella villetta immersa nel verde, a due passi dalla baia fatta di roccia calcarea, bagnata da quell’acqua così limpida e pulita. Qualcuno dei nostri amici l’ha perfino definita “la casa della salute”. E invece è proprio così, non amo il mare, ma, soprattutto, non amo stare al mare con mio marito.

In villeggiatura, più che in città, divento l’angelo del focolare, mentre lui si trasforma nel più cafone dei patriarchi, che desidera essere servito e riverito e che è dedito soprattutto al suo piacere: le nuotate, i barbecue, i pranzi e le cene. Mentre io trascorro le giornate sudando, lui pensa solo a mangiare. Altro che casa della salute, quella è la casa della pazzia.

Di tanto in tanto, però, scappo da tutto questo per trovare un po’ di sollievo in città, sola, lontana da quell’uomo egoista, indifferente, dal cuore ineducabile, per il quale ogni cosa che lo riguarda è mirabilia e tutto è solo una questione di bisogni materiali da soddisfare. Negli anni ho maturato un’insofferenza sempre più grande verso di lui, e lì, al mare, la sua presenza è ancora più pesante. In città, almeno, tra il lavoro, gli amici, i libri, la musica, un cinema o un teatro, riesco a sopportare la punizione che mi sono autoinflitta da giovane, quando non ho avuto il coraggio di separarmi.

- Sei ancora in tempo - mi ripetono le amiche.

No. Non c'è più tempo. Ho avuto più di un'occasione per ricominciare, ma non ho saputo cogliere l'attimo. Forse non ho avuto fiducia nell'amore. Oppure è l'amore che non mi ha dato fiducia e coraggio. O forse non ho odiato abbastanza. Sicuramente, appartengo al girone degli ignavi. Non ho creduto di poter essere più felice, e, pian piano, sono andati a farsi benedire il rispetto di sé, l’autostima, la ribellione, gli ideali femministi, l'emancipazione, il diritto ad essere felice, la coppia paritaria, il sogno di libertà, la passione, ma il mio più grande rammarico è quello di non aver mai avuto accanto un compagno in grado di condividere il dolore, il dolore dell'anima intendo. Quanti lutti ho dovuto affrontare da sola...

Per tutta la vita sono stata condizionata dal retaggio culturale che ho ereditato dalla mia famiglia. La becera mentalità conservatrice, cattolica e maschilista - della quale ho fatto di tutto per liberarmi attraverso la laurea, l’insegnamento, la solidarietà femminile - alla fine ha avuto il sopravvento. Il complesso di Edipo mi ha spinta ad essere modesta, paziente, devota più alla sofferenza che al piacere. Così mi sono sposata troppo giovane, a soli diciott’anni, quando ancora non sapevo nulla della vita e di me stessa e pensavo che il matrimonio fosse l'unica via di fuga dal peso di genitori troppo severi e oppressivi.

Secondo Jane Austen trovare il compagno giusto è solo una questione di fortuna. E io non ne ho avuta.

Ma, in fondo, sono sempre stata una minimalista o un’abitudinaria o un’opportunista. C’è chi pensa che io sia saggia. E’ più probabile, invece, che mi sia solo accontentata.

L’amore vero, gratuito, incondizionato non esiste, esiste solo la relazione con l’Altro, che espone all’inevitabile rischio degli abusi. 

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Umberto ha votato il racconto

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Una riflessione che si legge tutta d'un fiato, e che si vorrebbe ancora più sviluppata. Siamo responsabili di ciò che ci accade, a volte siamo indolenti, non siamo certo aiutati da chi dovrebbe amarci. Il marito, dal "cuore ineducabile" (espressione che mi è piaciuta moltissimo) è incapace di prendersi cura di un altro essere umano, egoista e autoreferenziale com'è: la moglie non è in grado di prendere in mano la propria vita, nonostante la cultura, la formazione, gli ideali. Una sorta di quieta, silenziosa disperazione che porta alla paralisi e alla mancata realizzazioneSegnala il commento

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MMarianella ha votato il racconto

Scrittore

È molto bello, anche vero in alcuni casi, purtroppo. Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Un buon esempio di come l'infelicità sia spesso un'auto-condanna. Non è l'altro responsabile della nostra infelicità, almeno non lo è più di noi stessi.Segnala il commento

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Franz De Marenziana ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Bel monologo, di dolente quotidianità, di cui condivido i contenuti. Ma, da appassionato di narrativa, preferisco i fatti, le storie, i luoghi, i giorni, alle enunciazioni o descrizioni di stati d'animoSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Ilarietta ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Credo tu abbia voluto dar voce a tutte le donne insoddisfatte del loro rapporto e tuttavia incapaci di reagire. Tra tutte le motivazioni (giuste) che riporti sottolinierei quella sorta di inerzia, che tu chiami accontentarsi: una pigrizia non solo mentale ad affrontare i cambiamenti. Questo aspetto, che è importante e non banale, poteva forse essere analizzato meglio. Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente

ehi , gran bel pezzo. Hai mosso tanta acqua ... (voto un po’ anche Franco)Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Un "testo amaro" , quasi più una "denuncia di genere in presa cronologica" che una "fiction". Ma che sia "fiction" o "cronaca" poco importa. La "scrittura" è sempre un mezzo, un espediente o un pretesto, per dare voce al nostro bisogno di esprimerci. La duplice considerazione finale - "trovare il compagno giusto è solo una questione di fortuna (Austen)", e "l'amore vero, gratuto, incondizionato non esiste, esiste solo la relazione con l'altro, che espone all'inevitabile rischio degli abusi" , è una forbice, all'interno della quale si collocano tutte le altre "varianti relazionali", e credo che la tua conclusione sia un po' affrettata/sommaria, e non renda giustizia alla tua "narrazione precedente" , cosi dettagliata esaustiva e ricca di stimoli. Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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unacatastrofe ha votato il racconto

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di occhineri

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