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Non-fiction

La vita all'angolo

Pubblicato il 07/08/2020

Sonàmi esiste. Come esiste la felicità in quegli angoli della vita che non riusciamo a vedere e che è difficile raccontare in 5000 battute. Spero di aver fatto del mio meglio.

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‹‹ Alzati, che puzzi!››

Sonàmi balzò in piedi dalla brandina ancora calda, sopraffatta dall’acqua che le aveva rovesciato addosso Clelia. Le era finita nel naso ed aveva annaspato per qualche secondo, cercando di aggrapparsi a spiragli di ossigeno, mentre la risata sguaiata della sorellastra faceva da sottofondo ad un’ennesima giornata cominciata tra quelle mura. In quella vita. La madre si affannava in cucina a preparare la colazione. Grassa nei movimenti, odorava di pane secco e noci. Sonàmi si sedette al solito posto, all’angolo dell’indifferenza della famiglia che pian piano riempiva le sedie della cucina. Sentì gli occhi puntati addosso. Quelle iridi infuocate sulla sua pelle nera si mescolavano al fracasso del cibo masticato. Le tracce di burro ai lati della bocca della madre disegnavano delle linee curve che le ricordavano le distese di sabbia in Tanzania. Chiuse gli occhi e si sforzò di ricordare l’odore dell’arena al villaggio di Nungwi, dove viveva prima che suo padre morisse e si ritrovasse sotto la tutela della sorella di lui. Dall’altra parte del mondo. “Non voglio che la bambina cresca al villaggio. Abbiatene cura come se fossi io, ve ne prego.”, aveva scritto su un pezzo di carta prima che la malattia avesse il sopravvento e così la madre aveva preso la mulatta col suo stesso cognome e l’aveva trascinata nella sua casa. “N’atu guaio ce mancava mmò”, le sentiva spesso dire in quel dialetto familiare, che suo padre le aveva insegnato. “Come la mantengo? Arò me la metto? Ma vedi quello cosa mi doveva combinare a mmè!”.

‹‹ Guarda mamma, la cretina si è addormentata in tavola! ›› la voce di Clelia le arrivò dritta al petto e quando riaprì gli occhi, vide la ragazzina rubarle l’ultimo pezzo di Croissant alle mandorle. ‹‹ Questo è mio!›› disse ‹‹ se dormi, non ti serve ›› concluse, facendo roteare dinanzi alla sua faccia la refurtiva ancora fumante. Sonami non accennò un lamento. Aveva la sensazione di non sentire più la sua voce, come fosse stata inghiottita dallo stomaco e non riuscisse più ad arrivare in gola. Si alzò con fare distratto e si gettò sulla brandina rumorosa. ‹‹Non ti rimettere a letto che dobbiamo fare commissioni importanti! Vestiti bene!››, giunse dalla cucina. Una coltre di polvere accarezzò il suo corpicino rannicchiato. In un angolo di cuscino pianse e nessuno se ne accorse.


Il mascara era colato sul ricamo merlettato del cuscino. Daiana se ne accorse e tentò di portarlo via con le dita prima che suo marito Giancarlo rientrasse. Odiava vederla piangere, soprattutto ora che il traguardo si era avvicinato. Il dolore di non riuscire ad essere madre aveva invaso la sua vita. Si era propagato come quando da bambina le cadeva il succo d’arancia sul pavimento e rivoli arancioni correvano lungo le fughe delle piastrelle smaltate di Nonna Eloisa. “Dopo l’incidente le sue tube sono completamente appiattite”, si sentì dire quella volta dal medico e da allora, la tonalità di quella voce greve non era mai più uscita dalla sua testa . Appiattite. A-p-p-i-a-tt-i-t-e. La lingua si avvicina ai denti per qualche secondo e poi si stacca violentemente, aprendo un varco di aria tra le labbra. E’ così che si pronuncia la parola del dolore.


Quella mattina Giancarlo rientrò prima di mezzogiorno. Trovò sua moglie distesa a letto, con lo sguardo rivolto in qualche angolo del suo universo a lui sconosciuto. Aveva il vestito color lavanda, regalato a Natale, i capelli biondo cenere cadevano liberi sulla trapunta e le mani , appoggiate al viso, nascondevano tracce della sua liquida infelicità. Era bellissima.

‹‹ Amore, sbrigati. Dobbiamo andare, ci aspettano ›› esordì allegro, aiutandola a sollevarsi.

‹‹ Perché lo stiamo facendo? ›› disse lei, guardandolo negli occhi. ‹‹ E se non dovesse venire?›› , concluse agitata. Il marito le prese dolcemente il viso tra le mani, sentì la pelle morbida attraversargli le dita. Le si avvicinò alla fronte corrugata e vide quelle linee indefinite sciogliersi sotto un suo bacio.

*

Quando arrivarono all’appuntamento, il sole era già alto. Daiana si lasciò guidare lungo la strada che portava al teatro e si fermarono davanti alla vetrata del Bar Gambrinus. Scansarono vite sconosciute, tenendosi per mano e arrivarono al tavolo.

‹‹ Signor Terrini, salve›› , una donna sorridente e ben vestita strinse la mano a Giancarlo. ‹‹ Sono la Dottoressa Crescenti, del tribunale dei minorenni dei Colli Aminei. Ci siamo sentiti al telefono››. I due annuirono ansiosi di capire se lei ci fosse davvero. ‹‹ Sono contenta che i colloqui siano andati per il meglio ›› continuava ed il respiro mancava. ‹‹ Adesso che ci siamo tutti, possiamo cominciare con le presentazioni ›› e le gambe tramavano. Il cuore annaspava. La donna ben vestita si spostò con delicatezza e  la videro.

Gli sguardi si incrociarono dopo qualche secondo e fu allora che si riconobbero pur non essendosi mai visti. Sorrisero.

Sonàmi, in quell'angolo di vita, dietro la vetrata di un bar di città, era seduta da sempre.

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Una bella storia che racconta bene il disagio, l’ansia della maternità e le difficoltà delle adozioni. bravaSegnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Ottime doti!Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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È difficile non cadere nel melodramma quando si parla di adozione, ma tu ci sei riuscita. Brava! Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Saper che questa bimba esista e che abbia trovato il suo angolo d'amore mi rimette un po' a posto la giornataccia. Grazie, Ingrid.Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor
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blu ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Mi piace la tua versatilità. Ricordo bene i tuoi racconti precedenti, e devo dire che ogni volta mi sorprendi: in "Piazza dei Martiri" hai un ritmo sferzante; in "Quindi non hai mai imparato a nuotare", uno stile crudo e essenziale; in "Paris, j'ai peur de mourir", dosi alla perfezione emozioni e sentimenti. Questa volta ti cimenti in un racconto che avrebbe potuto facilmente scadere nel pietismo, invece riesci a coinvolgere il lettore senza strafare. Brava Ingrid. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Sonami si merita un lieto fine Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente
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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Mi è piaciuta la descrizione che hai dato del contesto e del disagio del personaggio. Ci sono alcune espressioni che rischiavano di cadere nella banalità, ma tu sei riuscita a rimodularle con molto successo. Segnala il commento

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di Valentina Raniello

Esordiente
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