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Narrativa

La voce narrante

Di gionadiporto - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 28/10/2018

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La voce narrante annunciò che la vicenda si svolgeva a Pietroburgo.

La Pietroburgo di Pietro il Grande, di Puskin, di Gogol, di Dostoevskij, di Čajkovskij, di Malevich. 

La regina del Nord, così diceva la voce, era una città magica. Nata dal nulla per volontà di un pazzo che amava circondarsi di storpi e buffoni, trasmetteva  inquietudine a chi ci abitava; troppe guglie, troppe rivoluzioni e la maledizione di Eudossia, prima moglie dello zar, che incombeva sulla città. 

Si respirava un'aria che aveva devastato tanti spiriti nobili: cosa sarebbe successo stavolta al povero Fiodor?

La prima inquadratura mostrò la piazza principale della città dall’alto, che ormai con i droni non era più un problema. 

Seguirono inutili scorci. 

Finalmente la camera inquadrò un giovin signore, appena sceso da una carrozza. 

Occhi a mandorla e carnagione pallida, Fiodor impersonava un poeta o un dandy, che vagava in cerca di chissà cosa, guardando il cielo, gli alberi e le fontane. 

Guardava di tutto, ma non la strada. Così facendo, urtò contro una leggiadra fanciulla, che cadde a terra con grazia e si slogò la caviglia. 

La camera indugiò a lungo sull'espressione smarrita di Fiodor, sullo sguardo furente della fanciulla, su quello preoccupato dell'amica. Fiodor si profuse in scuse esagerate, con movenze da giullare galante. 

Le fanciulle - ma che sciocchine- accettarono di seguirlo nel lussuoso salone Akhmatova.

Ogni dettaglio del salone fu illustrato con cura, anche i pasticcini si guadagnarono qualche fotogramma.

Fosco ingoiò due pasticche di Van e si lamentò a voce alta della lentezza e del montaggio, cercando la solidarietà di René, occupato a preparare la cena.

Il socio gli rispose dalla cucina - Se non ti piace, spegni.

Sapevano entrambi che non l'avrebbe fatto. Aveva sviluppato una seria dipendenza da melodrammi durante l'adolescenza, tante le serate piovose passate con la nonna a discutere se lei avrebbe tradito lui, con il cugino, il nonno o il fratellastro.

Con il passare degli anni, i lui e i lei e tutti i parenti si erano alternati, la nonna era morta da un pezzo, ma Fosco trovava sempre qualcuno con cui commentare gli sceneggiati del momento.

Guardarli con René non era divertente. Faceva domande non pertinenti o pretendeva riassunti. - Si è già innamorato? - chiese quella sera, passandogli il piatto.

- Probabilmente - rispose Fosco - di Katrina, quella bruna.

A Fiodor bastava uno sguardo ed era fatta.

Fosco lo invidiava. Non s’innamorava, lui. Si faceva abbagliare da uomini e donne del tutto differenti tra di loro, bastava un dettaglio, a volte, per dargli l'illusione di essere di fronte all’amore, un'opera d'arte definita dalla sua purezza, naturalmente, non un frutto putrescente, cresciuto in una palude di elaborazioni intellettuali. 

Il procedimento era semplice, bastava individuare un soggetto, trovare affascinante ogni suo gesto, ogni parola e poi tratteggiare il proprio passato, senza eccessi, un po' di malinconia, una pennellata di eroismo, su un fondo di buoni sentimenti. 

Illanguidirsi per uno sguardo, aspettare un messaggio con trepidazione, gioire nel riceverlo, declamare una dozzina di versi, non pensare alla noia che sarebbe seguita e tenerselo stretto, l'amore, per quanto si poteva.

Fosco ci provava, ma gli amori finivano nell'arco di pochi giorni, sbrodolavano come coni troppo grandi e lasciavano tracce appiccicose. Una cosa orribile, a pensarci bene.

A volte scappava lui e confessava a René che la colpa era sua: continuava a confondere l'abbagliamento, di cui la Van era in parte responsabile, con la passione, o la voglia di riempire il vuoto con un reale interesse; a volte, l'oggetto dell'abbaglio si allontanava rapidamente dopo aver scoperto il velo di cui Fosco si era ammantato per sedurlo.

Aveva studiato le coppie, attempate, giovani, con prole, senza; eleganti, ridicole, tristi, solide, serene, polemiche o composte. 

Avvicinava furtivamente l'orecchio, sperando di cogliere almeno il significato dei loro silenzi. Alcuni raccontavano intese inossidabili, altri grande emozione, qualcuno confessava la noia, la riconosceva all’istante, quella noia grave e afosa che si prova anche da soli, quando fa troppo caldo. 

L’indagine sull'amore era arrivata a un punto morto, non c’era niente da capire. Gli sarebbe bastato uno sceneggiatore generoso, quello che si occupava di Fiodor sarebbe stato perfetto.

Gli andava sempre bene, a Fiodor. 

Katrina aveva anche pagato il conto. Non che Fiodor fosse povero, agghindato com’era, ma aveva un temperamento d'artista e aveva lasciato a casa tutti i rubli. 

La voce narrante lasciò intendere che Fiodor avrebbe fatto centro comunque. Nuove, mirabolanti avventure erano dietro l’angolo.

Fosco annusò con scarso entusiasmo la minestra di broccoli e guardò sconfortato René, che trangugiava la sua. Nessuna anticipazione nell’aria, né voci narranti disposte a regalargli qualche illusione.

- Ti conviene mangiarla subito- suggerì René- fredda dev’essere anche peggio.

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Violeta ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Eleganza e leggerezzaSegnala il commento

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Paulk ha votato il racconto

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LoSteNo ha votato il racconto

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Miseria e Nobiltá condensati con Sapienza Ottocentesca.Segnala il commento

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Suggestivo. Un racconto con dentro almeno altri 2-3 germogli di altri racconti...Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

....barocco ma sobrio, teso ma leggero; non è da tutti.....!!Segnala il commento

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Rosnikant ha votato il racconto

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rodolfodalcanto ha votato il racconto

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Ondina ha votato il racconto

Esordiente

Raffinato... piacevolissimoSegnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Atmosfera, introspezione, ironia con un sentore d'amaro. BellissimoSegnala il commento

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Danilo ha votato il racconto

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di gionadiporto

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