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Non-fiction

Landed!

Di Nikita - Editato da Nikita
Pubblicato il 04/07/2017

Milioni di persone, di anime, sanno riconoscersi nell'istante in cui finalmente si ricongiungono. A volte non basta la mente, l'intelletto, il pensiero: gli abbracci, quelli veri, hanno bisogno di intrecciarsi profondamente per essere vissuti e per riscaldare i cuori. Finalmente: atterrato!

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Un pomeriggio di inizio estate quando il sole caldo, intenso, stenta a voler tramontare scegliendo di seguire il tuo respiro e di entrarti dentro al cuore ti ritrovi in compagnia di te stesso tra innumerevoli volti sconosciuti nella sala di attesa del locale aeroporto e lì in quel preciso istante capisci che quei volti non hanno niente di sconosciuto. C’è la trepidazione, in quegli occhi, di chi aspetta, ansioso, di rivedere i suoi affetti. C’è un abbraccio, sincero e profondo, che freme per poter allungarsi dal tuo corpo e ricongiungersi pacifico e pieno con quello di qualcun altro. E’strana la vita.

Non ti conosco bizzarra adolescente fasciata in una gonna troppo seria per descrivere la spensieratezza dei tuoi anni eppure riconosco la bambina che c’è in te quando spengi il cellulare, lo riponi frettolosamente, e ti affretti a conquistare un posto in prima fila per affondare il tuo giovane viso nel petto rassicurante di tua nonna e perché tuoi, si solo tuoi, siano i primi occhi che i suoi, stanchi ed annebbiati dalla commozione, incrocino non appena toccata la tua, la vostra terra. Finalmente a casa.

So poco o niente del bambino con la faccia strana, dagli occhi azzurro mare troppo grandi per il suo viso dall’espressione così seria da far pensare che quel viso, si quel viso da adulto, deve essere spuntato per caso su quel corpicino alto un metro e dieci. Le tue spalle mi parlano di sofferenza, di una qualche difficoltà a stare al mondo. Dove è finito il fanciullo che è in te? Il tuo papà ti osserva da lontano. E’tranquillo che riporterai tua sorella all’ordine. Mi chiedo se non avresti voglia di essere anche tu fuori dagli schemi e vivere lasciando che fosse lui a tirarvi a se, insieme, da padre a figli. Le carte si rovesciano quando dagli arrivi spunta lei: mamma ha il viso di tua sorella ma le sue forme sono rotonde e rassicuranti. Mamma sorride. Mamma piange commossa nel vedervi. Da quanto mancava? Poche ore? Pochi giorni? Non lo so. A che importa saperlo? L’ossigeno non può mancare troppo a lungo. E voi siete il suo respiro. Vi allontanate stretti l’uno all’altro. La mamma, montagna, e i suoi piccoli abitanti. Una persona sola. Del papà nessuno sa.

Il ragazzo accanto a me aspetta impaziente nei suoi pantaloncini con ai piedi un paio di infradito che fanno presagire voglia di mare. E’ansioso di riabbracciarla. Inaspettatamente si sporge, oltre la colonna, e sorride intenerito dall’adolescente che stringe la sua nonna. Che sia la nostalgia per la tua? L’hai forse perduta? O non la hai mai conosciuta? Arriva lei, lunghi capelli castani e aria spensierata, lo cerca con lo sguardo. Si trovano e via di corsa affamati di vita. Le gioie della giovinezza.

Ciao hostess in attesa dei tuoi clienti. Se lì costretta su dei tacchi che non sopporti. Con dei vestiti troppo pesanti da sopportare e con un cartello in mano con cui loro sapranno riconoscere in te la loro meta. Aspetti sognando di trovarti dall’altra parte. Arriverà anche per te.

Trenta? Quaranta? Quanti anni hai tu che sbuffi indisturbato proprio sotto i monitor lampeggianti della sala arrivi? Non ti accorgi che è proprio lì la tua risposta: atterrato…landed… Eccola spuntare la tua dolce risposta! E’piccola, piccolissima, e ti abbraccia con curiosa attenzione. Ti riconosce, tua figlia, lentamente torna da te. E tu la rispetti. La rassicuri accarezzandole la schiena. Ti chini alla sua altezza e con uno sguardo vi raccontate del tempo passato lontani. La tua famiglia si ricongiunge e insieme, voi tre, riprendete la vostra vita.

E io capisco, allora, il perché voi, mamma e papà, mi avete sempre attesa affacciati al davanzale degli arrivi spingendo fuori dalla vostra cornice chiunque provasse ad entrarci. Aspettavate me. Siete voi che dovevo vedere all’aprirsi repentino di quelle porte. E’stato bello riabbracciarvi. Ritrovarvi lì con me. Sempre.

Gli arrivi sono la migliore medicina per tornare ad emozionarsi. L’attesa il miglior ricordo di quello che siamo. 

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bianca ha votato il racconto

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