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Non-fiction

Lars Von Trier vs Carlo Taormina (Round#1)

Pubblicato il 23/09/2018

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"Capisco Hitler. Penso che abbia fatto cose assolutamente sbagliate, ma riesco ad immaginarmelo seduto nel suo bunker alla fine... Ok sono un nazista!" Nel maggio del 2011 il regista danese Lars Von Trier viene allontanato dal Festival di Cannes quale "persona non grata" per aver pronunciato queste frasi (ed altre di tenore antisemita) nel corso della conferenza stampa di presentazione del suo film 'Melancholia'.

"Erik Priebke è una persona gentile, carina, molto colta... Mussolini è la radice della nostra storia moderna..." Nel luglio del 2013 l'avvocato ed uomo politico romano Carlo Taormina, nel corso di un programma radiofonico, formula i suoi frastornanti giudizi su due tragiche figure del Novecento senza che qualcuno si sogni di riprenderlo o cacciarlo dalla trasmissione. Ma è ben noto che l'Italia è un paese assai meno codino ed arrogante della Francia. Per fortuna direte voi. Be' a volte si. Altre meno. Ricordate lo spietato finale di 'Dogville', film del 2003 del regista cacciato da Cannes? Molta parte ruota attorno proprio a quest'acuminato sostantivo: arroganza. Ora vi starete chiedendo cosa c'entrano il regista Lars Von Trier, l'avvocato Carlo Taormina e l'arroganza con la storia che qui si cerca di raccontare. Molto.

"La città è fisicamente dominata dal Parlamento. Un grande edificio che da una collina verde offre una vista spettacolare. Il Maglis, quella che era assemblea di governo, è un triste simbolo della Somalia di oggi. Una furia distruttiva lo ha fatto a pezzi, ogni cosa è rotta, ridotta in frantumi. Il pavimento è coperto di detriti, le finestre non hanno più vetri, la sala delle riunioni sembra reduce da un ciclone. I grandi murales colorati sono rimasti là, con le loro figure in uno strano stile, un ibrido fra realismo sovietico e naif africano. La vita politica a Mogadiscio non è molto più di questo. Non si sente più sparare per le strade, ma scrollarsi di dosso questa lunga convivenza con la morte e la distruzione non è cosa da poco. E bisogna volerlo; averne la forza." La giornalista Ilaria Alpi venne uccisa, assieme al suo operatore Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in quella terra che così bene conosceva raccontava amava.

Si sa che fu una esecuzione. Si conoscono i nomi dei mandanti e le identità degli esecutori. Ed anche il movente è noto: fermare la sua ricerca della verità sulla vastissima corruzione e le ruberie della cooperazione e sui traffici di armi e di scorie radioattive fra l'Italia e la Somalia prima e dopo la caduta di Siad Barre. Molti sanno. Molti hanno taciuto, depistato, fatto finta di nulla. Non Giorgio Alpi, non sua moglie Luciana. Loro non hanno mai smesso di combattere per ottenere verità, se non giustizia, per la morte della figlia. Fa una grande tenerezza ed insieme una rabbia ferina, ora che non ci sono più, vederli intervistati accanto al loro sterminato 'archivio casalingo'. Decine e decine di cartelline di cartone, rosse e blu. Come quelle che tutti abbiamo in casa per custodire i documenti od i ricordi importanti. Non file digitali in hard disk dal suono metallico ma cartelline colorate, impilate in bell'ordine sugli scaffali di legno scuro. Un sistema semplice e potente, come il tempo che scorre. I genitori di Ilaria erano proprio così: umili e forti come l'archivio del loro dolore, della loro severa e dignitosa lotta per la verità.

Ma torniamo ai nostri duellanti.

Nel film Lars Von Trier fa svolgere tutta l'azione su un palcoscenico dove è disegnata, col gesso bianco, la cittadina di Dogville. Le pareti delle case, delle stalle e della Chiesa non esistono, ma sono ben presenti nella mente degli attori sulla scena. L'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sembra essere proprio questo. Un'intricatissima rete di relazioni criminali tracciate su uno sterminato palcoscenico, nel quale si muovono gli 'attori': molti scritturati per erigere barriere incorporee ma reali ed altri strenuamente impegnati nel cercare di abbatterle.

Col gesso bianco disegnate l'Italia e Roma. Nella sede Rai un piccolo ufficio, ingombro di libri e documenti. Sulla scrivania un taccuino con una nota in bella calligrafia: "E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine. 1.400 miliardi di lire; dove è finita questa impressionante mole di denaro?" Scendete a sud, a Lenzi, sede della comunità di recupero per tossicodipendenti Saman, dove il 26 settembre 1988 viene ucciso uno dei fondatori, il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Risalite lungo il Mar Tirreno sino al Porto di Livorno. Alle 22,27 del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince si scontra con la petroliera Agip Abruzzo. Muoiono 140 dei 141 passeggeri e membri dell'equipaggio.

[Fine Primo Round]

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