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Autobiografia

Lavorare stanca

Pubblicato il 27/04/2020

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Lavorare stanca. Colui che l'ha scritto definiva perfino vivere un mestiere, perché da travaglio nasce travaglio e forse davvero solo la morte ci fa riposare (a qualcuno per la seconda volta, perché va detto che non tutti si approcciano al lavoro allo stesso modo). Lavorare stanca, è un dato di fatto incontrovertibile ma quando lo dico certa gente reagisce male e sente subito il bisogno di zittirmi e tessere le lodi del lavoro che nobilita e realizza per difendere l'ordine costituito e spacciare per scelta quel che è un obbligo. Lavorare stanca e basta, fatevi una ragione anche del fatto che lo si fa per soldi e per nient'altro, profeti della gig economy sbarcati dalla silicon valley che credete di cancellare tutto con una sala yoga e un tavolo da ping pong. Lavorare stanca, l'ho imparato guardando mio nonno e le sue braccia dai muscoli sottili, le sue dita nodose aggrappate ai vitigni quando gli portavo nella vigna l'uovo sbattuto allungato con acqua e vino che la nonna gli aveva mescolato in un recipiente di latta sbiadita che luceva al sole. Sudato sotto il sole ma mai domo di fatica, appartenente a quella stirpe di contadini piemontesi portatori di falce e Vangelo che si è estinta con me o forse prima, perché mia mamma, in affanno da una vita per avere il plauso dagli altri, arriva sempre a crollare e lamentarsi mentre mio nonno mai, per lui non era un destino infame o un fiore all'occhiello ma un modo di essere fin dalla culla. Nelle lunghe estati in campagna lo trovavo in piena notte a farsi il caffè, improvvisamente insonne, o intento ad aggiustare interruttori della luce con un cacciavite. Eravamo cinque cugini, dormivamo sui materassi per terra a casa dei nonni, una notte rientrai all'una circa, suonai il campanello, mi aprì la porta buttando lì un rassegnato "Avanti che c'è posto". Certe comicità le apprezzi solo da adulto, proprio quando ti accorgi che lavorare stanca e ci sei dentro fino al collo. "Come ci sono finita qui? Non parlo di questa cucina, ma di questa vita", si chiede la protagonista dello spassoso e consolatorio "Ma come fa a far tutto?" (mai sottovalutare un romanzo per via della copertina e del genere), quando realizza che nella testa di una donna laureata lavoratrice a tempo pieno con figli transitano in un giorno la quantità di informazioni equivalente a quella della torre di controllo dell'aeroporto di Gatewick. Lavorare stanca e ci siamo fatte fregare perché così fan tutte e pensavamo di farcela anche noi, per poi capire che farcela e vivere sono due cose diverse. Eppure continuiamo a volercela fare, qualunque cosa significhi, a spese delle passioni che ci fanno sentire vive. Io sacrifico la casa, i pasti, l'ordine e la pulizia, il mio aspetto, la socializzazione, la coppia e talvolta perfino i bambini per la lettura e quindi per la scrittura, che per me è solo un effetto collaterale della lettura. Lavorare stanca ma leggere no, non me. I giorni, le vacanze, la strada, i chilometri, le amicizie, la vita stessa si misura in pagine. Le pagine sono l'unità di misura del mio fallimento o del mio successo: farcela per me è riuscire a leggere dopo aver fatto tutto il resto. "Del resto che vuoi farci", dissi un giorno dell'estate sulla battigia, rassegnata, alla mia amica Edi, "non si può leggere tutto". "Sì può", rispose pronta Edi con un lampo negli occhi che mi ha riaccesa. Eccole, le amiche. Possono deluderti e tradirti, ma se c'è il romanzo di cui parlare c'è rimedio a tutto. Lavorare stanca ma al giorno d'oggi stressa, logora, ed è una stanchezza diversa, più cerebrale, invasiva, tossica. Lavorare stancava in modo del tutto diverso il corpo giovane e muscoloso dei miei coetanei della campagna negli anni Novanta, che mentre io studiavo storia dell'arte sul portico si spaccavano la schiena nei campi, sui tetti, nei cantieri. Li sentivo parlare in dialetto la domenica, sdraiati sui muretti, con bottiglie di vino da svuotare, modi rudi così lontani dal mio mondo a Torino, le facce giovani già identiche a quelle dei loro nonni, noi intorno come ornamento in attesa di un cenno, perché il femminismo lo impari da grande. "Non ci mancherà mai il lavoro", disse mia mamma alla notizia del mio secondo figlio. Del lavoro parlano tanto sui giornali quelli che lavorano poco o non hanno mai lavorato, lo analizzano in lungo e in largo e forse per questo sfugge loro la sua essenza e non vengono letti da chi il lavoro lo vive sulla propria pelle. Lavorare stanca e scrivere si prende le briciole del mio spirito dopo giornate al lavoro e serate coi bambini che non devono pagare il prezzo del lavoro mai, alla fine di tutto sai che sei solo un limone da spremere affinché non abbia più la forza di dire a gran voce che lavorare stanca e come scrisse la Fallaci non si fa che parlare della santità e della nobiltà e della necessità del lavoro ma il lavoro è solo un ricatto, sempre, anche se fai il lavoro che ti piace, e io in questo ci credo, perché il lavoro ti frega sempre e comunque.


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Commenti degli utenti

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Condivido in pieno la tua passione per la lettura e la scrittura, per la Fallaci che rappresenta a pieno titolo una donna-scrittrice-giornalista straordinaria. Mi piace il tuo modo consapevole e diretto di affrontare la realtàSegnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Tutto vero. Anche non lavorare può creare qualche problemino, ma stanchi non si è e io lo so. Voglio dire, può essere un privilegio o anche una discreta preoccupazione. Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Isa.M ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Io voto il commento di Sofia Nebez... lavorare stanca, molto, moltissimo, certe volte troppo, altre ancora... ammazza, perfino. Però la tua, mi sembra una visione piuttosto parziale, molto "sindacale"... volendo, anche di genere. Quella di "genere", mi sembra la visione più appropriata, perché le donne, quasi tutte le donne, hanno sempre dovuto lavorare il doppio, per guadagnare la metà, purtroppo..Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente

Stanca anche essere disoccupati ;)Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Sonia Jurlina ha votato il racconto

Esordiente

Bello, condivido in pienoSegnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

Scrittore
Editor

un bel flusso di coscienza, un ragionamento corposo. lavorare stanca, mettere "vitigni" e "vigna" a così breve distanza crea invece un minuscolo inciampo nel piacere di leggerti.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Leggo con rispetto anche se non ne condivido la morale.Segnala il commento

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Lorenzo V ha votato il racconto

Scrittore
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Davide Marchese ha votato il racconto

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RoCarver ha votato il racconto

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"Le pagine sono l'unità di misura del mio fallimento o del mio successo: farcela per me è riuscire a leggere dopo aver fatto tutto il resto". Assolutamente condivisibile! La lettura (e la scrittura) diventano una specie di amante che aspetti con trepidazione e in clandestinità. Scritto molto bene! Segnala il commento

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di Saraebbasta

Esordiente
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