Sono salito sul treno verso mezzogiorno. Non ricordo l'ora precisa, ma so per certo che portava ritardo.

Il piccolo vagone era quasi pieno. C'era gente che tornava dalla fiera, una maestra in gita con la classe, una coppia di anziani borghesi. 

C'era poi un tale che mi pareva di conoscere. Ho pensato parecchio a chi fosse, credo un operaio della fabbrica di bottiglie che viaggiava con la famiglia a seguito.

Ho scelto un posto un po' isolato vicino al finestrino e ho appoggiato il mio sacco sotto il sedile, per non occupare due posti. 

Il giornale che avevo tra le mani era talmente sgualcito che sarebbe stato buono oramai solo per scacciare le mosche che affollavano il vagone, e del resto, anche fresco di stampa, sarebbe stato difficile trovargli un utilizzo migliore.

Avevo fatto talmente tante volte quel viaggio che quando incrociavo con gli occhi il Capotreno eravamo soliti salutarci con un cenno del capo. 

Non scriverò il suo nome, ma sapevo da conoscenti che era una brava persona e questo mi spingeva a restare tranquillo ogni volta che era in servizio. Ho imparato nel tempo a distinguere le brave persone da pochi segni: la loro voce, la foggia del loro cappello, il modo in cui fumano.

Quel giorno però il Capotreno non c'era. Era la prima volta che capitava. La mia mente sobbalzava con gli scossoni dei binari e non riusciva a concentrarsi su un solo pensiero. Guardavo fuori dal finestrino e fischiavo il Nabucco.

Arrivati allo scalo principale, mentre la maestra radunava i suoi alunni e la signora anziana rideva felice quando il suo cagnolino si metteva su due zampe, sentimmo una sirena e il baccano rauco degli altoparlanti della stazione. Il messaggio era stato dato in due lingue e poco dopo il dileguarsi della sua eco, due squadre in equipaggiamento da guerra uscirono correndo verso l'ingresso dei vagoni. Tutti scesero ordinatamente.

Mi accorsi subito di essere rimasto l'unico passeggero. L'operaio era sceso per primo, come un lampo. Lo scorsi poco dopo che se ne andava dalla stazione a passo svelto, ma forse proprio per questa sua fretta, una pattuglia lo aveva fermato.

I soldati montarono sul treno berciando. Non essendoci ragazze da impressionare, ero io l'unico destinatario delle loro oscenità.

Dovevo stare tranquillo. Avevo imparato al fronte che quelli più spaventati dalla morte alla fine morivano per davvero. 

La mia mano tastava la rivoltella che avevo in tasca. Potevano anche prendermi, ma due o tre di loro me li sarei portati via con me, chissà dove. Chi scegliere? Quello che faceva finta di pettinarsi e mi spiava dal finestrino? Quello con la faccia rossa che bestemmiava di continuo? Quello che fumava il sigaro e rideva forte?

Dopo quarantacinque minuti il treno con uno stanco sfiato giungeva a destinazione. Presi il sacco e mi avviai verso l'uscita. 

Le giunture mi dolevano già. Camminavo lento davanti occhi che mi squadravano con sospetto.  Infine scesi dal predellino. 

“Fermati nonno!” Mi disse uno, abbaiando con rabbia. La sua mano era tesa verso di me: “Il tuo giornale!”.

Il carrettiere con l'asino aspettava al solito posto, lungo il muro dei Cappuccini. Lasciai il sacco e me ne andai in cantina. 

Il vino da quelle parti era buono: se non altro Aristide avrebbe bevuto bene. "Alla tua, figlio."

Me ne stetti un po' là a riposare. Pensavo alle brave persone e tastavo di tanto in tanto con la mano la rivoltella che tenevo in tasca.