Strette nelle calze scure, rete di cordoncino di nylon, le grandi cosce sudano appiccicose nel caldo mattutino di luglio. Cosce unite finché restano immobili. La donna è seduta davanti la tv accesa, la vestaglia aperta. Ma non dura. Le cosce iniziano a separarsi, dopo un fremito lieve del ginocchio sinistro, come colpito da una corrente veloce d'aria gelata o da una piccola stimolazione elettrica: il fremito di reazione a uno spavento, o a un'emozione. Le cosce si separano, e una gamba scivola lenta in avanti, il polpaccio pieno di donna che cammina molto si contrae subito sopra la caviglia, solida ma con una certa sua grazia, non tozza né snella: il piede sottile e lungo sembra piegare il capo all'esterno reclinando dolce le dita nude fuori del sandalo estivo. Sono prive di trucco le unghie piatte tra le maglie larghe della rete, dove orizzontale una riga nera più spessa segna il confine da cui quelle dita nude partono nette: un amputatore dovrebbe seguire e rispettare quella riga per non lasciare tranciando inutili brandelli o propagini monche. Ma il piede ha ormai perduto il rifugio del cuoio verde ramarro: il sandalo estivo aggressivo adesso è già fuori per più di metà, e il calcagno della donna tocca il pavimento di legno color miele carico. Le cosce si allargano ancora: adesso le dita nude dentro la rete vengono nascoste dalla fascia anteriore del sandalo, sono rientrate dalla punta che è una bocca spalancata sul mondo e sui marciapiedi, ma dura un attimo, ed ecco di nuovo le dita sbucare indietro libere e la scarpa è subito vuota, scultura italiana portatile in bilico sul tacco sottile e altissimo. Le cosce aperte sono arrossate dove si toccavano, dove la calza finisce e la pelle esce rigonfia dall'elastico largo, autoreggente ricoperto di pizzo fitto nero su nero. E’ qui che arriva improvvisa una goccia di sudore, che si perde dopo poco, spaccandosi contro le prime aperture della rete. Una mano grassoccia, le nocche rotonde e le dita che fanno esplodere anelli solidi, la sfrega piano per dissolverla, per impedire che le mille goccie in cui s’è spaccata corrano lungo piani inclinati di carne bianca sotto la rete scura, carne che non sta perdendo il rossore all’interno della coscia, anche adesso che è un po' che le gambe sono divaricate. Più sotto, l'altro piede lotta per liberarsi dal ramarro: e ci riesce con rumore di scarpa di cuoio che cade vicino su un pavimento di legno ben sistemato, senza listelli scollati e suoni falsi. Ma subito il primo calcagno si stacca dal pavimento e si appoggia all'altro piede: le cosce sono di nuovo unite, appiccicate e lucide di sudore. Viene sera, fumosa, greve. Ora stivali viola salgono lucidi sopra le ginocchia della donna. Sta uscendo di casa, le grosse cosce strette nelle calze nere finiscono dentro una gonna di rame a maglia fitta, corta armatura a difesa di un tesoro rapinabile.