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Le cose perdute

Di Luca Franzoni - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 03/06/2018

Dietro una porta chiusa può nascondersi un universo

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Quando gli chiese cosa tenesse dietro quella porta, lui rispose: «Il mio progetto». «Arte? Fotografia? Tassidermia?» «Qualcosa del genere.» Si lasciò spogliare. La notte Laura sognò la porta chiusa. Appoggiò le mani e sentì una vibrazione, di urla o di passi o di mani dall’altra parte. Si svegliò accanto a lui, sorpresa. Non c’era chiave. Eugenio aveva detto: «Non serve, quando sarà pronto potrai vederlo». Lei aveva pensato: quando sarai pronta.

Lui aprì gli occhi e sorrise. Le piaceva, davvero. Ma il mistero non poteva accettarlo. Era infantile. Ridicolo. Mentre Eugenio era sotto la doccia, pensò a Barbablù. Sogghignò, le scappò un singhiozzo. Lasciò il caffè a metà e si ritrovò davanti alla porta. Respirò piano.

Quante storie. È tutta una scena per portarti a letto. Non c’è niente. Non è niente.

Per qualche secondo ascoltò l’acqua che scrosciava. Rise e si coprì la bocca con la mano. È chiusa. Ha mentito. Gli uomini mentono, lo sai.

Impugnò la maniglia. La porta si aprì.

La stanza era piena di scaffali ordinati, come un vecchio archivio. Partivano dalla parete sinistra in file parallele, separate da corridoi stretti in cui Laura riuscì appena a infilarsi. Sui ripiani, imbustati ed etichettati, c’erano oggetti di ogni tipo. Una scarpa, 12-2-16. Un guanto, 7-11-17. Un coniglio di pezza senza un occhio, 1-4-15. Un berretto di lana rossa, 15-3-12. Un libro senza copertina, con una dedica illeggibile sulla prima pagina, firmata tua, Livia. Una calcolatrice. Un soldatino di plastica, grigio. Orecchini. Occhiali. Uno zainetto rosa. Mazzi di chiavi. Una lettera che lei immaginò d’amore, con le parole macchiate di pioggia, o lacrime, o fango. O sangue. E altre decine, centinaia di cose, dal pavimento al soffitto.

Si sentì guaire, tossire. Cercò aria, pensando alle cavie nel labirinto. Non ricordava se avesse toccato qualcosa. Barbablù. Quando uscì dall’ultima fila si fermò di colpo. Sono a piedi nudi: dove ho lasciato le scarpe? Chiuse la bocca mentre guardava il mucchio scomposto nell’angolo. Le cose che ancora non erano state ordinate, catalogate, archiviate.

«Mi ricorda» mormorò.

«Cosa?» chiese lui alle sue spalle.

«Auschwitz.»

Eugenio le si avvicinò. Laura si scostò, di riflesso. Lui sorrise. «Di solito mi accusano di essere un accumulatore seriale. Disposofobia. Ma forse tu sei più vicina.»

«O sei il più grande serial killer della storia…»

«O?»

«O raccogli le cose che la gente perde. Perché?»

«Perché no?» Eugenio si accovacciò e raccolse un sandalo di cuoio, le mostrò la suola consumata, i lacci sfilacciati. Era di qualcuno, pensò Laura. Qualcuno l’ha perso. Come l’ha perso? Non riusciva a pensare a qualcosa di bello. Lui sorrise: «Per anni sono passato davanti a queste cose senza fermarmi. Ma le vedevo. Ti è successo, giusto? Guidi o cammini e all’improvviso vedi una scarpa, un guanto, di solito sono spaiati, o il paio è completo ma scomposto, distante. È magico e tremendo. Io di solito penso ai resti di un incidente. Non sono indizi, sono vestigia. Sono avanzi di vita, di storie. Un giorno ho smesso di resistere, ho fermato la macchina e sono sceso. E ho raccolto questo sandalo.»

«È solo un vecchio sandalo» disse Laura. Sorrise, nervosa, ma sentiva di dover piangere. «Magari l’hanno buttato.»

Eugenio annuì. «Forse sì. Ma non è un buon motivo per non prendersene cura.»

«Che progetto del cazzo» sbottò lei. Adesso piangeva, si sentiva una cretina e piangeva.

«A questo punto le altre sono uscite e non le ho più viste. Immagino di averle perdute.»

«Stai zitto» disse Laura. Era come cercare di mettere ordine nell’universo. Stiparlo in quella stanza. Era farsi carico di tutto. Ogni cosa si portava dietro una o più vite, e quindi un’infinità di cose, un’infinità di vite. Lui voleva prendersene cura. Prendersi cura di tutto. Dell’infinito.

«Esploderai» disse.

Eugenio si alzò, le prese la mano. Lei si aggrappò, sentendosi grata. Piena di paura. La baciò. Poi si guardarono negli occhi, come si osserva la fine del mondo. «Guarda meglio.» Con un gesto le mostrò la stanza, nuova, per la prima volta. Era enorme. Non poteva stare nel piccolo appartamento. Gli oggetti non erano centinaia, erano miriadi di miriadi, migliaia di migliaia. Sembrava un supermercato, ma la parete sinistra era sempre più lontana, non riusciva a contare le file di scaffali. La porta aperta era laggiù, piccola. Bianca.

Le venne voglia di scappare, di correre, ma non lo mollò. «Che cos’è? – chiese – Cosa sei?»

«E tu?»

«Una che si è persa. Vuoi imbustarmi e mettermi su uno scaffale?»

Lui sorrise. «Sei rimasta. Ti sei fermata.»

Laura si asciugò le lacrime. Si chinò e raccolse il sandalo. «Il mistero è ridicolo. Ma questo non è un mistero.» Lo annusò, lo leccò. «Ne avevo un paio così. Chissà dove sono finiti.»

Eugenio le porse una busta e lei lo lasciò cadere dentro: «Ecco». Pensò che prima o poi sarebbero usciti. Forse in due non sarebbero esplosi. Bastava tenersi.

Quindi era quella la pace.

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gionadiporto ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Dem74 ha votato il racconto

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Bee ha votato il racconto

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Ruggero Altomare ha votato il racconto

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bene, molto bene... scorre, è fluido, ha una base di fantascienza, una base di thriller, un po' di magia...Segnala il commento

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di Luca Franzoni

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