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Narrativa

Le feci un tempo, in Patagonia

Pubblicato il 18/02/2021

40 giorni in solitaria, in bicicletta, nel nulla.

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In 40 giorni di viaggio in bici, non ho mai cagato tanto bene e ho scoperto che probabilmente prima di allora non l’avevo mai veramente fatto, mi ero solo limitato ad espellere qualche pallina dura e pesante come piombo abbarbicato alla tazza del wc leggendo perchè c’era tempo.

In giro in solitaria, nel nulla della Patagonia, la posizione era “alla turca”, la più naturale, la più igienica, la più indolore, se nascosto nell’erba secca un serpente coi suoi dentini non ti addenta una palla e non te la molla più.

Farla all’aperto, al primo stimolo, dove capitava, quasi fossi un cane, un uomo tornato tra le braccia di madre natura.

Siluri unici, veloci come razzi, lunghi, ben fatti. 

Al tocco del legnetto ne duri ne molli, omogenei, dal carattere forte e sincero. Aspirarne l’intera fragranza non soffocata dall’acqua di un normale vaso domestico.

La carta per pulirmi l’avrei potuta conservare per la prossima volta tanto la consistenza era perfetta, di quella che non lascia tracce.

La usavo solo per scaramanzia, tanto per saltare in sella tranquillo.

Pedalare in sella per ore non perfettamente pulito non è un bel pedalare. Lo sporco si appolpetta e si almalgama al sudore grazie al movimento ritmico del corpo che lo impasta senza sosta. Un po’ per il calore del corpo e un pò per il continuo sfregamento si scalda e cuoce, scuoce e infine brucia. Allora ti fermi, infili un fazzolettino nei pantaloncini e ti pulisci ma ormai è troppo tardi, sei ustionato.

A casa la carta non basta, servirebbe la fiamma ossidrica.

I vasi sanitari di casa sono troppo alti, la postura che si assume è la stessa di quella che si potrebbe avere alla guida di un “Lupetto OM” anno ’68, fine produzione.

Camion anarchico con scatola dello sterzo a sfere quadrate, senza servosterzo, senza servofreno, senza servi ne padroni dove lo sforzo era tutto impiegato a non farlo andare dove voleva lui.

Una gran fatica guidare l’intestino a cagare una spugnosa focaccia.

Una volta fatta la soddisfazione è rimandata a dopo l’esame oculare.

L’analisi è approssimativa, cerchi di girargli intorno per vedere meglio ma la visione sottacqua è in 2D.

Quando capita poi che lo stronzo si tuffa bene e scivola via diretto giù per il sifone, guardi, non c’è nulla e resti male. L’avrò fatta?

Sarà stato il cibo, sarà stata l’acqua, forse l’aria, la felicità, chissà.

In Patagonia sempre alla stessa ora della mattina, dopo avere aperto gli occhi, la cacca.

Leggeri si pedala bene.

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bambi ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Può apparire un racconto "sporco", insolente. Tuttavia, già dalle prime battute, si evince il desiderio-bisogno di tornare "tra le braccia di madre natura", di osservare cosa abbiamo prodotto in secoli di predazioni, di liberarsi dalle scorie che ci impediscono di vivere leggeri. Avresti potuto usare altre metafore, ma hai avuto coraggio. Segnala il commento

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Il Faro ha votato il racconto

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Qualcosa in comune. Tu Patagonia, io Islanda.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Crema Catalana ha votato il racconto

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Interessante, ma se sei andato veramente in Patagonia in bicicletta forse puoi raccontare cose ancora più interessanti ...Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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omALE ha votato il racconto

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Nella natura ci si sente piu'liberi Dovresti provare l'acqua al posto della carta.Segnala il commento

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Helenas ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello. molto “maschile”Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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A me è successo proprio così a nord dell'Argentina a Tucumán tra gli indios. Bello essere selvaggi!!!Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Comprendo fin nelle viscere quello che spieghi...Segnala il commento

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di emmebelloc

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