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Horror

Le forme dell'oscurità

Di Xenofon - Editato da Xenofon
Pubblicato il 22/08/2019

Che cosa può accadere ad un uomo in una notte? Un racconto conturbante, crudo, sincero.

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Lentamente le tenebre calavano. Come ogni giorno. Lentamente le ombre arrivavano. Come ogni notte.

Schiusi lentamente la porta del bagno, dove mi ero appena lavato i denti per prepararmi a dormire. Innanzi a me il corto corridoio su cui si affacciavano la cucina, la mia camera da letto ed, in fondo, il salotto. Innanzi a me solo oscurità, silenzio. Solitudine.

Un volto si affacciò dalla cucina, sogghignando. Zanne acuminate rifletterono la luce che proveniva dalla stanza in cui si trovava. Scomparso. Occhi dal fondo del salotto, rossastri e pulsanti come un'arteria vitale. Una pulsazione. Due pulsazioni. Tre pulsazioni. Un battito di cigli. Scomparse. Il grave scricchiolio di un'asse del pavimento al piano superiore mi colse vigilante. Aspettai. Quiete assoluta.

La gola era riarsa, il corpo scosso dai brividi, ogni muscolo teso nella spasmodica attesa che accadesse qualcosa. Sete. Mossi un passo nelle tenebre per raggiungere la cucina e poter bere un sorso di acqua. Accucciato per fronteggiare eventuali aggressori avanzai. Ma l'aria era vuota ed immobile e la cucina deserta. Dove era fuggita quella presenza che si trovava lì poco fa?

Le lancette correvano, ma il tempo era denso come miele, greve dell'aspettativa di ogni secondo. Per un istante, qualcosa passò correndo fuori dalla stanza. Afferrai un coltello, pronto a combattere, e spiccai un balzo fuori dalla stanza. Non c'era. Un colpo alla nuca. Mi afferrai la testa con le mani, mentre l'arma tintinnava allegramente sulle piastrelle. Subito mi voltai: la luce del bagno non era più accesa. L'avevo davvero spenta io?

Gridai la mia frustrazione al nulla. Un urlo selvaggio, rauco, animalesco. Ma così forse li avrei attirati. Sicuramente ce n'erano a decine nascosti nelle minuscole pieghe delle ombre di tutta la casa. Decine di cosa? Dopo mesi di notti insonni per cercare di catturarli ancora non sapevo dirlo. Erano sfuggenti, come la sabbia tra le dita. Ed era come se nessun altro li vedesse.

Una voce. No, era la pendola. Dodici rintocchi. No, erano sussurri. Tempo di coricarmi.

Eppure v'era elettricità nell'aria. Percepivo come un brivido che non avrei più visto l'alba. Meglio chiamare aiuto. Rammentavo a memoria il numero di telefono, lo composi con mano ferma ed attesi. In un orecchio s'accumulavano gli squilli, nell'altro i bisbigli. Finalmente una voce. Poche parole, rapide, fugaci. Fine della chiamata.

Avanzai un passo nella mia camera da letto. Buio e solitudine. Opprimente. Un altro. Oscurità e silenzio. Assordante. Un terzo. Un colpo al fianco. Mi piegai su me stesso, ma subito il colpo fu seguito da una botta alla mascella. Ululai di dolore e spalancai le palpebre, serrate per il terrore. Vidi un volto mostruoso, deformato dall'odio. Brani di carne si staccavano dalla sua mascella rivelando la dentatura; gli occhi, iniettati di sangue, erano ruotati all'indietro; i capelli a chiazze, come un gatto dopo la lotta; le ossa degli zigomi bucavano la pelle tirata. Lanciò un grido monocorde che sembrava non cessare mai.

Mi costrinsi a reagire. Schivò il primo gancio diretto alla mascella ed il sinistro rivolto allo zigomo. Mi lanciai con tutto il mio peso sul suo corpo esile, ma ricaddi pesantemente sul mio comodino. Il grido s'interruppe di colpo ed una risata isterica lacerò l'improvvisa quiete. Era la mia. Mirai all'occhio e colpii. Lo avevo centrato, senza dubbio. Ma l'istante successive le mie nocche squarciarono l'anta dell'armadio, coprendosi del mio stesso sangue.

Giacqui a terra, riprendendo fiato. Un tonfo alla porta d'ingresso. Dovevano essere i suoi compari. Un altro tonfo. Era finita. Un boato accompagnò la definitiva rottura della porta. Uomini in vesti candide e asettiche accorsero. Io farfugliavo, incapace di udirli. Chiusi gli occhi, temendo il peggio. Una puntura e poi di nuovo l'oscurità. In un attimo compresi che era così che si moriva.

Raggi di luce filtravano dall'alto. Mi svegliai, intontito. Feci per scostarmi i capelli dalla fronte, ma non ci riuscii. Provai con l'altro braccio, inutilmente. Abbassai lo sguardo. Cinghie di cuoio erano strette attorno al mio corpo.

Giusto, la schizofrenia.

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MauriRobi ha votato il racconto

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Luxsandro ha votato il racconto

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chiara.zanasi ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Con Fiorenzo. Più qualche refuso di troppo. Ma soggetto è tono davvero validi Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

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Fiorenzo ha votato il racconto

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Un paio di aggettivi e avverbi in meno e sarebbe stato perfetto. "Regge" abbastanza bene, bello il finale.Segnala il commento

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Lisa M. ha votato il racconto

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