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Narrativa

Le malafemmine -Marina [1]-

Pubblicato il 02/05/2017

Perchè secondo alcuni, fra tutte le colpe che esistono al mondo, l'unica che possiamo avere è quella di essere nate donne. [Ogni capitolo ha un nome femminile]

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[Prima parte]


Biagio dorme ancora.

Fortunatamente non fa alcun rumore: non russa, non digrigna i denti. Semplicemente respira.

L’aria è fredda, il cielo è terso, e dal terrazzo si vede una macchia grigia che si estende per chilometri, come fosse una chiazza d’olio, solo che non se ne scorge la fine.

Non somiglia affatto al mare a cui sono abituata.

Genova è prima di tutto un porto, Siracusa invece è scogli, pesce fresco, barche, pescatori, sole, donne col velo, uomini cattivi. Eppure ogni volta che vedo il mare, il molo, le barche ormeggiate, i gabbiani, anche se circondato da ciminiere, mi sembra ricordare da dove sono venuta.

E non sto parlando della Sicilia, della quale ho solo ombre confuse in testa, e dialetti prepotenti, e odore di polvere da sparo, e sangue secco, bensì di un’acqua molto più personale, quella in cui per mesi navighiamo, quella da cui proveniamo, che ci appartiene.

E inevitabilmente penso a mia madre.

È strano che pensi a lei adesso, sul terrazzo di un albergo dimenticato nella periferia di Genova, anzi, è strano che pensi a lei e basta, che mi ricordi ancora del suo nome, del suo volto, della sua voce.

Aveva gli occhi azzurri mamma, come l’acqua di Siracusa, ma a volte anche grigi, come quella di Genova, spesso rivolti lontano, non a noi, non ai suoi figli, ma verso qualche dimensione che non ci riguardava, verso qualche vita che non aveva vissuto.

Noi lo sapevamo, papà lo sapeva, e si arrabbiava.

“Non mi sono fatta niente” ci diceva mamma mentre portava in alto la testa per evitare che il sangue macchiasse i tappeti persiani che aveva tanto voluto.

Papà si arrabbiava spesso, soprattutto quando qualche uomo la guardava. Si arrabbiava con lui, con lei, con noi.

“Russo un nome importante è” ci diceva nostra nonna “solo che a vostra madre gliene fotte assai, e fa la troia co l’omini delle altre fimmine”, e allora mia madre si voltava dall’altra parte e si sistemava meglio il foulard sulla testa, poi indicava il mare e ci diceva raggiante:

“Bambini, ce lo facciamo un bagno?”

Forse i momenti più belli con lei li ho passati a Funni Musca, fra il sole e il silenzio, mentre mi metteva la crema solare, la spalmava bene e poi si buttava con me in acqua, e i capelli ricci fluttuavano fra la schiuma del mare.

“Mettila all’orecchio” mi diceva porgendomi una conchiglia raccolta sul bagnasciuga “si sente il mare”.

Mia mamma è bella solo di giorno, pensavo, di notte mi fa paura.

È che la notte casa nostra si deformava, le ombre allungavano tutti i mobili di legno pregiato, e le sagome irsute dei fichi d’india sembravano mani adunche venute per graffiarci, sfregiarci, come faceva nostro padre con la mamma, coi suoi zigomi sporgenti e le sue braccia d’avorio.

“Tutto questo ti detti” sentivo che le diceva “E tutto questo mi riprendo”.

E la mamma mi sembrava tanto un topolino in gabbia, un topolino coraggioso però, perché la vedevo uscire di nascosto dalla finestra, vedevo le sue gambe bianche risplendere nel buio della notte, muoversi veloci e, andare a gettarsi fra quelle di una persona che non conoscevo.

E mi sembrava che in quei momenti fosse un’altra, più felice, più splendente, e non lo trovavo giusto:

“Perché solo quello là deve avere mamma bella e noi dobbiamo avere mamma brutta, silenziosa, triste?”

Mi accendo una sigaretta, e con una mano mi appoggio alla ringhiera scrostata.

Chissà se i miei figli adesso mi stano cercando con gli occhi, o con le mani. Chissà se stanno provando la stessa sensazione di abbandono che provai io quando mi svegliai un giorno e mamma brutta non c’era più.

Mio padre strappò i suoi vestiti, li raccolse e dette loro fuoco, e ad ogni persona che passava, che si preoccupava per il fumo nero che si ergeva sopra i limoni, diceva di guardarli bene, perché erano i vestiti di una zoccola.

“Io tutto gli detti!” Sbraitava “E se ne andò con uno stronzo che manco i soldi per campare c’ha!”

Prima di andare a letto ce lo faceva ripetere, ad uno ad uno, che nostra madre era una zoccola, che non dovevamo rivederla mai più, che se ci cercava dovevamo subito dirlo a lui, e pure se vedevamo lo stronzo, che così lo andava ad ammazzare con le mani sue.

Ma mamma non tornò più.

Ogni sera aspettavo alla finestra che apparisse con l’uomo dalle gambe belle, aspettavo che mi venisse a prendere, che mi portasse a Funni Musca, che mi regalasse di nuovo una conchiglia.

I miei fratelli dopo qualche tempo sembravano essersene fatta una ragione, come se mio padre li avesse contagiati col suo odio, e non la aspettavano più alzati fino a fonda notte davanti alla porta di casa, sulle mattonelle fredde del pavimento, insieme ai rintocchi dell’orologio a pendolo.

Io la rividi solo molti anni dopo, in prima pagina sulla Repubblica, e scoprii che l’avevano arrestata, perché se il tuo amato porta in casa mobili e danaro rubato tramite un giro di truffe nel quale mezzo paese è caduto, anche se tu non ne sei a conoscenza, diventi automaticamente complice.

Uscii di casa nel cuore della notte quella sera.

Presi un treno che da Napoli, dove stavo studiando medicina mantenuta da mio padre, che mi aveva categoricamente vietato alcun contatto con lei, mi avrebbe portato a Roma.

C’erano troppe cose che volevo sapere, ma avrei potuto riassumerle in una parola sola: perché?

Perché ci aveva lasciato con un padre violento ma ricco, per scappare con un uomo povero e disgraziato?

Perché non aveva mai cercato di riprenderci, di portarci con lei?

Perché ci aveva lasciato lì, come dei semplici oggetti fatti, costruiti, assemblati, e per questo adesso inutili? 

[Fine prima parte]


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Ti Maddog ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Anna Tomasi ha votato il racconto

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di Cassiopea

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