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Noir

Le pagliare del Sirente

Pubblicato il 07/09/2020

Henrik sta finalmente per risolvere un caso di omicidio, ma restano ancora molte domande e non è detto che il lettore riesca ad otterene tutte le risposte.

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Appena scese dall’auto, Henrik Karlsson seppe di aver trovato il luogo del delitto. Era a più di mille metri d’altitudine, davanti a lui si spalancava un altopiano che ospitava l’antico insediamento di cui gli avevano parlato. Era un’area immersa nella natura, che raccontava la storia di cambiamento sociale: lì, le case in sasso abbandonate dei pastori e degli agricoltori abruzzesi che per secoli si erano spostati in alta quota per la transumanza verticale; poi erano diventate le loro residenze stabili fino agli anni Sessanta, quando la produzione propria non bastò più per vivere e le famiglie furono costrette a trasferirsi a fondo valle. Sullo sfondo si stagliava il Sirente, cornice perfetta per un agriturismo, una seconda casa, o un museo a cielo aperto. Purtroppo, per la maggior parte delle abitazioni si erano perse le tracce dei proprietari, gli abitanti del paese piangevano miseria e la Regione non aveva le risorse economiche per ristrutturare.

Ebbe i brividi lungo la schiena pensando che quell'oasi di pace, dove avrebbe volentieri passato le giornate a scrivere e leggere libri lontano dall'afa cittadina e dalla posta elettronica, aveva probabilmente fatto da sfondo alle peggiori fantasie di un serial killer. In un modo o in un altro, lassù ognuno poteva ritrovare sé stesso.

Sono arrivato alla conclusione, cazzo. Conosceva il perché e adesso anche il dove, ne era certo, eppure continuava a girare attorno al chi. Mentre rimuginava cercando un collegamento tra le informazioni in suo possesso, il suo sguardo si imbatté nella cisterna e lo fece trasalire. In una manciata di secondi, da quella visione sopraggiunse un ricordo che non sapeva neanche di avere, portando con sé un senso di disgusto. Qui le cose si fanno come una volta: sangue, sudore e letame, aveva detto quel vecchiaccio dell’Addario durante il loro primo incontro. Parlavano di come si allevano gli animali, e nei mesi successivi aveva sentito ripetere questa frase più volte da altri orgogliosi contadini. Sempre la stessa frase, come fosse un proverbio, e Henrik aveva smesso di farci caso. Se non fosse, e se ne rese conto solo in quel momento, che l’espressione che tutti pronunciavano era sudore e letame.

Sudore e letame, sangue, sudore, letame. Cosa voleva dire Addario? Henrik non lo capiva, ma così come si era reso conto di essere nel posto giusto, ora sentiva di essere di fronte all’unica ipotesi plausibile: tra i vecchi stronzi e arrapati, i matti di paese e le donne senza scrupoli presenti nella lista dei sospettati, lui era coinvolto negli omicidi. Come facesse, all'età di 85 anni, Henrik non era in grado di spiegarlo, ma si disse subito che non poteva averlo fatto da solo. A meno che le ragazze non fossero consenzienti, nonché delle feticiste dell'odore di vecchio bavoso, tutte avrebbe potuto vincere una colluttazione con lui e scappare.

Lui è il guardiano del posto. Un tempo assassino e ora insegnante, custode, protettore. E osservatore.

Chissà se anche la polizia era solita svolgere le indagini a suon di intuizioni, per poi cercare prove a sostegno delle ipotesi investigative.

Si incamminò verso il grande cerchio di pietra, ma rallentò il passo non appena vide le scale laterali che scendevano verso l’interno: per la prima volta dall’inizio della sua inchiesta ebbe paura di non poter sopportare la verità. Considerò questa sensazione come un'ulteriore conferma del fatto che stesse arrivando ad una soluzione e procedette, seppur con il cuore in gola. Avvicinandosi, la prospettiva cambiò ed Henrik intuì la profondità del serbatoio. Quando fu a pochi metri, scorse l'acqua piovana che ne riempiva il fondo. La paura non gli impedì di compiere un gesto tipico della curiosità umana: si sporse e guardò in basso.

E lì, la verità: i corpi di Martina e Rachele adagiati sul fondo della cisterna affioravano dall'acqua, Martina con la bocca aperta come una maschera teatrale. Sembravano quei manichini usati nei film horror, sporchi e in decomposizione avanzata, e Rachele aveva un seno scoperto su cui sembravano essere incisi dei simboli.

Fu soprattutto il loro pallore privo di vita a provocare ad Henrik la nausea. Si allontanò di qualche passo dal bordo e si piegò leggermente in avanti tenendosi una mano sulla pancia. Avrebbe vomitato, ma un forte colpo alla nuca lo fece cadere a terra, svenuto.

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Racconti Edizioni ha votato il racconto

Scuola

Il mio professore d’Italiano del Liceo si azzardava a sostenere che Dante, all’inizio della Commedia, non sapeva bene come far finire i canti, quindi gli veniva naturale far svenire il suo personaggio. Questo per dire che uno svenimento già di per sé è strumento, spesso, di passaggio narrativo. In questo caso è lampante. Un racconto è tale se conclude ciò che ha da dire. Può lasciare aperto un dopo, ovviamente, ma deve esaurire il discorso, sciogliere i nodi (un nodo solo, magari) che ha intrecciato. Queste righe aprono talmente tante ramificazioni che a malapena possono essere considerate un incipit per un capitolo di un romanzo. Quello che era un problema a monte, poi, è stato risolto alla buona dall’autore inserendo alcune didascalie definitive da evitare come la peste: «seppe di aver trovato»; «Sono arrivato alla conclusione»; «Conosceva il perché e adesso anche il dove, ne era certo»; «E lì, la verità» – assieme ad altre di carattere anti-narrativo: «raccontava la storia di un cambiamento sociale»; «un gesto tipico della curiosità umana».Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Eric Delerue ha votato il racconto

Esordiente

Ben scritto. Molto interessante l'accostamento tra il luogo ideale per un delitto e il luogo ideale dove leggere e scrivere e ritrovare sé stesso. Trovo anche molto interessante l'idea di presentare un "pezzo" di racconto con il prima e il dopo lasciati all'immaginazione del lettore. Ma ho alcune perplessità riguardo ciò che posso leggere. Henrik dice di conoscere il perché, qual è? Il vecchiaccio dell’Addario era un tempo un assassino? I sospetti di Henrik riposano interamente sulla differenza tra il detto comune (sudore e letame) e lo stesso detto modificato e citato dal vecchio dell’Addario (sangue, sudore e letame)? Se è vero che si tratta dell'operato di un serial killer, ci sono vittime già conosciute e ritrovate o si tratta solo di un'ipotesi sulla sorte di donne sparite? Se esistono vittime già conosciute, perché parla di omicidi prima di vedere i cadaveri di Martina e Rachele? Perché le vittime precedenti non sono nello stesso posto? Se si tratta dello stesso omicida seriale, perché sembra scoprire i segni sul seno di Rachele soltanto in quel momento? Perché i segni sono soltanto sul seno di Rachele? Anche se Henrik non risulta essere un poliziotto e la frase "Chissà se anche la polizia era solita svolgere le indagini a suon di intuizioni, per poi cercare prove a sostegno delle ipotesi investigative." lo confermerebbe, la precisazione qui mi sembra ridondante.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Valentinacomesai ha votato il racconto

Esordiente

Che suspense!Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Ben scritto, ma anche secondo me richiede un dopo.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore

Aspetto anch'io la seconda parteSegnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Riesci molto bene a gestire la tensione e l'attenzione del lettore. Inoltre le descrizioni dell'Abruzzo sono attente e credibili. Unico appunto: il racconto non risulta chiuso in se stesso, ma parte di un racconto più lungo o di un romanzo Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Ernest ha votato il racconto

Esordiente
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Mi era piaciuto, questo tuo racconto, ma speravo di leggere il proseguio... Segnala il commento

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di Fanny Fermine

Esordiente
Editor