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Narrativa

Le parole e le cose

Pubblicato il 02/09/2020

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Se c’è qualcosa che s’approssima alla felicità, quel qualcosa è avere una parola nuova tutta per sé, ma niente ci rende nervosi quanto la consapevolezza di essere a un passo da quella promessa di paradiso.

Ogni settimana, nel giorno che voi chiamereste domenica, il villaggio si scuote da un sonno senza riposo e si prepara per andare alla grande pietra. In mezzo al fumo dei paioli e ai mormorii delle preghiere, gli abitanti si muovono estranei a loro stessi e si salutano come da lontano durante i lunghi rituali mattutini. Via via che ci laviamo la schiena e ci mettiamo in cammino s’alzano grida e s’alzano canti - all’inizio soffocati, poi sempre più dirompenti. Più ci avviciniamo alla meta e più diventa difficile contenere l’eccitazione per quello che ci attende. Vedendoci dall’alto, qualcuno direbbe che è come la spina dorsale di un serpente in muta quella che supera i fiumi e scavalca le montagne, ma da vicino e prendendoci singolarmente non esiterebbe a paragonarci alle galline quando per sbaglio bevono il Talakì. Una volta arrivati all’ombra della grande pietra il serpente si contrae e si contorce compulsivamente, e mentre attendiamo il nostro turno è tutto un gran sbattere di braccia e saltellare da un piede all’altro.

La parola che la divinità scrive sulla roccia è sempre bella e non manca di far schioccare la lingua di chi la riceve, anche se non è detto che sia vera, dal momento che una qualche corrispondenza con gli oggetti e le azioni degli uomini non è affatto garantita. Ma è la nostra e questo è tutto ciò che conta. Ciascuno ha la propria e la usa finché può. Il significato è personale, lo conosce solo il proprietario, e forse nemmeno lui. Tuttavia non è impossibile che a furia di usarla come se lo conoscesse la parola finisca per acquisirne uno.

Nel tempo ognuno di noi ha provato diversi modi per trattenere il più a lungo possibile la parola, e ha imparato a non fidarsene. Il più sicuro resta farsela tradurre nella lingua dei mortali dallo Shwuahmaày - che voi forse chiamereste re o signore o capovillaggio - e poi correre a ripeterla a un compagno fidato che la trascriva con la punta di un pezzetto di carbone sulla schiena, l’unico punto in cui la tentazione di modificarla non riesce ad arrivare. Per questo tipo di operazione delicata i patti e le intese tra gli uomini e le donne del villaggio sono di fondamentale importanza e cambiano spesso nell’arco di una vita, ed è strano perché ogni volta l’ultima consociazione sembrava quella definitiva. I giorni seguenti il villaggio gode di una pace che non sembra di questo mondo. Le parole si stagliano misteriose e inalterate sulle nostre schiene. È così che gli uomini riprendono il loro felice commercio e le donne giù al pozzo si scambiano sorrisi e collane di fiori, mentre i bambini dormono addossati uno all’altro come cuccioli di tapiro. Un’armonia perfetta che difficilmente potresti immaginare passeggera.

Il carbone però non dura, e così tutto il resto. A mano a mano che i giorni passano è come se le parole iniziassero a sbiadire e ad assomigliarsi tutte sulle schiene e sulle bocche degli uomini, e un certo sospetto e nervosismo alimentano le ostilità tra le capanne. Il pensiero che il cognato o il vicino di casa stia cercando segretamente di impossessarsi della parola di qualcun altro, magari la propria, rende le persone velenose, circospette. Nascono così violente liti e incomprensioni per cose che fino a qualche giorno prima sarebbero state pacifiche e anzi motivo di lunghi abbracci e promesse e dita intrecciate. Dopo il tramonto il Talakì passa dalle coppe alle labbra in un sol respiro, come a voler annegare la tarantola del sospetto. Gli uomini cadono addormentati e sulle lame dei coltelli un pallido riflesso di luna non basta a tener lontane le ombre mute della notte. È quello il momento in cui esiliati ed invasori, uomini a cui la lingua è stata mozzata o è come se da sempre lo fosse, escono dal buio delle valli e delle radure e osservano il villaggio pronunciando irripetibili parole di vendetta e conquista.

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Racconti Edizioni ha votato il racconto

Scuola

Se l’idea è vincente, e in questo caso sembrerebbe esserlo, il rischio è pensare che il racconto si scriva da sé: scrivere un lungo spiegone senza un punto di vista narrativo o uno sviluppo che non sia telefonato e del tutto insignificante per il lettore. Nella fattispecie sembra di avere per le mani gli appunti di un antropologo piuttosto pigro che si è imbattuto in una civiltà perduta; anzi, chissà, forse questa potrebbe essere una chiave di volta per risolvere narrativamente un materiale che ci sarebbe pure, ma che non è organizzato per essere una storia. Il problema è: cosa ci fanno questi uomini con queste parole elargite dal loro dio? Perché è qui il punto narrativo di svolta. Al di là del benessere che pare calare su di loro, le parole hanno sempre un potere, ma in questo racconto non è dato sapere quale. Un’opzione meno drastica della riscrittura è quella di introdurre un inciampo in questa narrazione così piana, un intoppo che scardini questo meccanismo dai suoi soliti binari. Andrebbero un po‘ sgrossati alcuni periodi, appesantiti da lungaggini e faticosi alla lettura a voce alta (esercizio mai abbastanza consigliato). Attenzione alle strizzatine d’occhio in camera (che tra l’altro passano dalla seconda plurale alla seconda singolare, a un certo punto), alle ripetizioni e alle allitterazioni. Sul titolo ragionerei di più visto che, come direbbe Frassica, da quel libro è già stato tratto un blog, un calendario, un liquore e un profumo.Segnala il commento

Commenti degli utenti

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Marinapolly ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello e suggestivo ma nello stesso tempo inquietante. Purtroppo realisticoSegnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello. Riesci a creare una atmosfera rarefatta e misteriosa in cui si celebra il rito della parola. E proprio intorno a una parola si dibatte chi ama la scrittura Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Sì, atmosfera molto ben riuscita.Segnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Affascinante e misterioso. Vorrei un prima e un dopo.Segnala il commento

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

affascinante, questo racconto, e io curiosa di sapere da dove viene.Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

Esordiente
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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello ... molto singolare Segnala il commento

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Valentinacomesai ha votato il racconto

Esordiente

Molto suggestivo, bello!Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Rosachiara Pardini ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

É un piccolo affresco, potente, misterioso, che svela il proprio lato "etnico" e la potenza della parola, scritta e parlata, che governa le relazioni fra esseri umani. Sembra la sinossi di un romanzo molto più lungo. È talmente concentrato, che dovresti proprio cercare di "svolgerlo" e dispiegare tutte le sue latenze inespresse, che sono davvero tante, e molto forti. Se fossi un editore, ti darei sei mesi di tempo, e un "cachè" adeguato all'impresa, perché tu possa permetterti di non fare altro. Forse anche un anno, in tutto, ma dopo quattro mesi vorrei capire a che punto sei. Mi raccomando, acqua in bocca...Segnala il commento

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di Grugno

Esordiente
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