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Non-fiction

Le parole sono polline e semi

Pubblicato il 02/01/2022

“Non c’è niente di speciale nella scrittura. Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare” Ernest Heminway.

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Se nella vita c’è un momento in cui scopriamo il potere immane delle parole, non è quando apprendiamo il loro significato, né quando indaghiamo la loro origine e impariamo ad utilizzarle in modo opportuno, tenendo conto persino della loro evoluzione fonetica, morfologica e semantica.

È quando constatiamo che i suoni che veicolano il pensiero raramente giungono integri ai destinatari.

È questo l’istante in cui comprendiamo che la differenza tra il soliloquio, il dialogo e la scrittura non dipende solo dalle parole, ma da una serie di variabili che solo in parte possiamo prevedere e gestire.

La prima variabile non è tanto il numero degli interlocutori, quanto la loro identità.

Nel soliloquio, nel monologo, nel dialogo e nella scrittura il soggetto emittente è sempre uno e noto a se stesso.

Nel dialogo possiamo scegliere i destinatari, che di solito sono - in certa misura - noti (amici, parenti, conoscenti, e così via) o ignoti (nel caso d'incontri occasionali). Nella scrittura non scegliamo né il numero né l'identità dei destinatari, che pertanto sono indeterminabili e del tutto ignoti.

Ora, è palese che il criterio quantitativo nulla rileva sulla capacità comunicativa dell’emittente, sull'interesse dei destinatari, e così via.

Dunque è inidoneo a stabile quale potere ed efficacia abbiano le parole.

In teoria un monologo potrebbe interessare e coinvolgere un pubblico più del dialogo e persino di un libro.

L’unico dato certo è che nel soliloquio non esistono regole: ognuno può usare le parole a proprio piacimento, senza limiti di tempo e rispetto della linguistica. E, soprattutto, godere della massima libertà, giacché non ci sono interlocutori pronti a interrompere, fraintendere, obiettare, confutare o dissentire. 

Per contro, l’illusione che ci siano miriadi di ascoltatori non compensa la solitudine. E, quel che è peggio, non abbiamo alcuna possibilità di essere compresi né accettati.

Dunque forse è per questo che il soliloquio e il monologo sono graditi ai saccenti, agli arroganti incapaci di concedere il diritto di replica agli interlocutori e ai pavidi che evitano di confrontarsi con gli altri.

Non è sbagliato dialogare con sé stessi, anzi, il soliloquio e il monologo sono la fase primordiale della comunicazione. 

Come i bambini che scoprono di poter emettere suoni simili a quelli degli adulti, monologhiamo con noi stessi per imparare a dominare i suoni e a veicolarli verso l’altro.

Tuttavia occorre evolversi e comprendere che il monologo è spesso il modo per metastatizzare i dubbi e le paure. Tant’è che vi ricorriamo quando temiamo di non aver nessuno disposto ad ascoltarci. 

Ma se nessuno risponde ai nostri “Perché?”, che senso ha monologare? Cosa ci è dato apprendere e comprendere della realtà se dialoghiamo con la nostra eco?

Il monologo è un lancio di parole nel vuoto e se non impariamo a lasciare i deserti, rischiamo di ritrovare gli stessi quesiti senza risposta e soluzione.


Diverso è il caso del dialogo giacché - per quanto ricco sia il catalogo delle parole di cui disponiamo e appropriato l’uso che ne facciamo -, si deve tener conto di tutte le variabili che rendono vano il parlare, prima tra tutte: la scelta del "se" e del "quando".

Qui entrano in gioco non solo la nostra capacità persuasiva, l’interesse dell’interlocutore, la sua volontà di prestare attenzione e ascolto a quanto abbiamo da dire. C’è un altro elemento forse ancor più determinante: il tempo.

Il dialogo è un gioco d’equilibrio tra: l’invasione dello spazio altrui e il tempo che ci è concesso per dimostrare che non siamo invasori, ma ospiti in attesa d'accoglimento.

Se è vero ciò che l’Ecclesiaste insegna “c’è un momento per parlare e uno per tacere”, è altrettanto vero che il nostro bisogno di parlare non sempre è concomitante all’intenzione altrui di ascoltare.

Nel dialogo non ci è dato sapere “se” e “come” le parole raggiungono l’obiettivo. Noi presumiamo di adottare quelle idonee alla circostanza e al caso, e scegliamo a nostra discrezione il momento in cui lanciarle all’interlocutore. Ma sono entrambe presunzioni arbitrarie che tengono conto solo delle nostre esigenze, emozioni, stati d’animo, e il bisogno di comunicarle ad altri.

E se invece il momento fosse quello meno adatto all’ascolto? Se le parole scelte fossero quelle meno attese e sperate dal nostro interlocutore?

Questo dimostrerebbe che il dialogo è un dare senza regole e un ricevere condizionato. E, soprattutto, spiegherebbe perché siamo davvero disposti ad ascoltare solo in due casi: o quando l’interlocutore ci offre opportunità che non sappiamo costruirci da soli (quali ad esempio: riempire le nostre lacune, trovare risposte esaustive ai nostri dubbi, appagare il bisogno di sapere, indicarci scorciatoie per raggiungere più agevolmente i nostri obiettivi, e così via); o quando supporta le nostre opinioni.

Nell’uno e nell’altro caso, il limite del dialogo è stabilito dal tornaconto personale.

In breve, parlare è un processo analogo all’ermafroditismo di alcuni pesci: si assiste a una continua inversione di ruoli nel vortice di liquido seminale e uova, tutte cellule potenzialmente destinate alla vita ma, di fatto, sono poche quelle risparmiate dai predatori.


E infine la scrittura: la forma di comunicazione più complessa che esista. Per alcuni una professione, per altri un affare, una magia, una velleità, un’aspirazione, una vetrina, un pulpito, un passatempo, un’ancora di salvataggio, un grido di dolore, un gioco.

Qui, definire il potere delle parole è davvero complicato, giacché lo scrittore si rivolge a una platea d'ignoti, che resta tale anche se ha acquistato e letto la sua opera. 

Possiamo supporre il potere delle parole dal numero delle copie vendute?

No, possiamo solo valutare i gusti della massa, la capacità di un editore di piazzare nel mercato il suo prodotto, l'abilità dello scrittore di vendere la propria opera, e così via.

Dunque, come determinare il valore di un libro e la capacità del suo autore di dimostrare il peso e il significato alle parole? 

Forse basterebbe collocarlo tra due estremi: quello delle vite sacrificate nel tentativo di salvare la Biblioteca di Alessandria, e il numero di quanti sarebbero disposti a scottarsi un dito per sapere quante sono le sfumature della cenere o della carne cotta.

O più semplicemente basterebbe capire che un libro è degno della nostra attenzione solo quando è più prezioso del silenzio e del nostro tempo.

Il talento è importante, ma non basta. E neppure il rispetto delle regole e la padronanza di linguaggio sono sufficienti.

Bisogna sentirlo nell’anima il potere delle parole, perché è solo quando si è disposti a scorticarsi la carne per scrivere che impariamo a guardarci bene dallo sprecarle.

In caso contrario, lo scrittore è destinato al fallimento. O peggio, a tornare al soliloquio.






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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Bellissimo.Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

Esordiente

Magnifico! Grazie!!!Segnala il commento

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Signor Fabiani ha votato il racconto

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Editor

Graograman, una precisazione, magari ridondante, ma necessaria per non far passare messaggi distorti. Un conto è conoscere perfettamente tutte le regole di buona scrittura e sceneggiatura, e decidere consapevolmente di violarne una, per una ragione precisa (che poi vorrei sapere pure qual è) all’interno di uno schema che globalmente viene comunque rispettato. Altro, ben altro, è ignorare bellamente ogni regola di buona scrittura e sceneggiatura, perché tanto le posso pure violare, e allora che le imparo a fare, se tanto si possono pure disattendere? Capisci che c’è un abisso tra i due atteggiamenti. Altra cosa. Le regole sono dritte, è vero, ma la loro applicazione non lo è mai quindi “le regole messe all’opera” non solo non sono noiose, ma sono esattamente ciò che consente di sprigionare la creatività (un po’ come le ricette di cucina, se vuoi, che sono chiare e dritte, ma poi c’è cuoco e cuoco). Questo desiderio di “una capatina del bosco per vedere cosa c'è” – che detto così sembra molto poetico, ma di fatto equivale a mischiare ingredienti senza sapere cosa ne verrà fuori – il più delle volte nasconde solo la riluttanza a uscire dalla propria zona di conforto. Ultima cosa. In tutte le forme d’arte, l’amore per l’osservazione non si traduce nella capacità di realizzazione. Vale anche per l’arte di scrivere: la passione per la lettura non dà nessuna garanzia sulla capacità di scrittura, leggere e valutare un milione di libri non ha mai trasformato nessuno in uno scrittore.Segnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Scrivere ha bisogno di qualcosa da dire. Può riguardare la sola forma ed essere una sorta di metascrittura oppure avere a che fare col contenuto, il veicolo o il messaggio. Certo le due cose non viaggiano indipendentemente e veicolo e contenuto si contaminano a vicenda. Il dialogo con il lettore parte appunto dal suo pensare che sia valido perdere del tempo per leggere di qualcosa che lo interessa per forma e contenuto. Hesse non mi è mai piaciuto come contenuti, ma la forma è splendida. I contenuti di Dostoevskij sono straordinari. Benni ha come innovazione la forma e una certa dose di follia etc. La tua riflessione è valida e condivido lo scorticarsi per quello che si vuole esprimere. Le regole sono la via dritta, ma semplicemente la via dritta è noiosa. Va bene sapere qual è e riprenderla a tratti mantenendo la direzione, ma una capatina del bosco per vedere cosa c'è rende il dialogo più interessante e accattivante. Alla prossima.Segnala il commento

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Bruno Gais ha votato il racconto

Esordiente

Molto belloSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Emil Moltenis ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Un ottimo saggio, Adriana. Ti espongo una mia riflessione su quella che credo sia una differenza non trascurabile fra il dialogo e la scrittura, ovvero, il tempo per soppesare le parole. Il dialogo prevede un’interlocuzione veloce, nemmeno il tempo di cercare quelle più adatte e le hai già dette. Penso che a ciascuno di noi sia successo di pentirsi per aver “sbagliato a parlare” o semplicemente non abbiamo trovato le parole giuste per farci comprendere e siamo stati fraintesi. Con la scrittura ci si prende tutto il tempo che serve, si soppesano le parole, si aggiunge, si elimina alla fine si ha la certezza di aver detto ciò che si voleva veramente. Che poi tutto questo arrivi integro ai lettori dipende dalle tante variabili. E dipende anche da quello che hai detto a proposito della motivazione che spinge a scrivere. Se è solo una professione, un affare o un gioco non puoi sanguinareSegnala il commento

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Italo ha votato il racconto

Scrittore

Il bisogno d'esprimersi è alla base, di dire di dare. Di comunicare le proprie idee i propri sentimenti. Bell'erudizione, ciao Adriana.Segnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Interessante e controverso. Io per esempio sono un praticante, un vizioso, del soliloquio, anche se siamo molto bravi a mentire anche a noi stessi, ma sempre meno che agli altri, forse. Dei monologhi su tutti gli umoristici e i dissacranti, dei dialoghi non saprei, non li amo molto, spesso tendono all'ostentazione di ciò che vorremmo, ma non siamo, e nemmeno saremmo, in grado di essere. Segnala il commento

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Jean per Jean ha votato il racconto

Scrittore

Argomento affascinante e interessante. Forse andrebbe evidenziata magggiormente la differenza tra linguaggio orale e scritto.Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Anch'io come Davide non intendo leggerci un messaggio, che sarebbe sminuire un lavoro così ben fatto e articolato. Ti dirò, Adriana, non sai quante volte ho avuto un pensiero simile, che di certo non avrei saputo esporre con tanta chiarezza, e che in me si traduceva banalmente in stupore: la sensazione che, scrivendo qualcosa, stessi tessendo fili che venivano dal passato (mio, ma non solo, anche di tutti gli autori letti, di qualcosa che sempre ti rimane e ogni tanto emerge) insieme ai fili del mio presente, del mio essere in quel momento, e ai fili che mi portavano a chi eventualmente mi avrebbe letto, alle loro reazioni ed emozioni. Un guazzabuglio, come direbbe un mio amico, di cui stupirsi davvero.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Interessanti, le tue riflessioni, che, in fondo, si ccupano della nostra capacità di comunicare, in vari modi: dialoghi riflessivi con noi stessi, monologhi, dialoghi - ma anche comunicazione di fronte un pubblico, più o meno numeroso - ... e poi la scrittura, che ci mette in contatto con un'altra parte di noi stessi, e perfino con dei perfetti sconosciuti - se lo vogliamo - "portando seco" il nostro punto di vista, il nostro modo di "raccontare" e tutta la babele esperienziale e immaginaria che abbiamo sviluppato - o meno - negli anni. E poi, certo... altre lingue, altri alfabeti e altre memorie di uomini e donne sconosciuti, che sono giunte fino a noi, attraversando i secoli e i millenni, con le loro parole, misteriose a affascinanti portatrici di saperi, di esperienze di vita... Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Straordinaria riflessione che affronti con maestria e sensibilità, e ti ringrazio perché non saprei mai affrontare l’argomento così bene. Aggiungo una riflessione personale: al di là del talento poetico e narrativo,, usare le parole nel quotidiano non necessita quasi mai di editing, però diventiamo più istintivi e dobbiamo usarle con cautela e generosità le parole pur non rinunciando al nostro punto di vista. Anche qui bisogna imparare a comunicare meglio.Segnala il commento

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Jordan ha votato il racconto

Esordiente

La parola crea il futuro, cancella il passato, e, ti consente di vivere il presente in maniera spensierata. Il tuo valore di scrittrice e poeta, è inconfutabile, grazie del saggio pieno di consigli e precisioni, complimenti.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

pensavo che il nostro scrivere fosse soliloquio. non scriviamo per avvicinarci a noi stessi, per bisogno di analisi, di ordine, di nominare il nostro mondo? poi se altri ci vedono, ci sentono, nei nostri testi, siamo fortunati. sì, da un altro pdv il nostro scrivere è anche continuo dialogo con quel che abbiamo letto, visto, vissuto. il brutto è che a volte in un dialogo mittente-destinatario ci si sente ancora più soli. ciononostante perdo sempre molte occasioni, durante la giornata, di stare zitta, e ascoltare le tante modulazione del silenzio. sarebbe anche interessante studiare altre lingue (gli oggetti hanno lingua? le piante?), per esempio il tedesco e poi credere a Rilke. Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Andrea Trofino ha votato il racconto

Esordiente

Quando comprendiamo che le parole non giungono a destinazione, quando non siamo ascoltati. Noi falliamo in quanto non riusciamo a veicolare il messaggio ma forse è colui che non vuole ricevere il messaggio fallisce ancora di più. Segnala il commento

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

Bel lavoro Adriana. Possiamo essere in sintonia con te e col tuo sentire oppure no, ma di certo hai fatto una bella analisi dello strumento principe utilizzato proprio qui. Le parole, il loro suono, il loro significato e la percezione che abbiamo di loro, gli stimoli provocati in chi riceve e in chi porge: in sintesi la loro universale, personalissima magia. Brava, bellissimo scritto. E un bel viatico per il nuovo anno.Segnala il commento

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AnnabelLovecraft ha votato il racconto

Scrittore

Che bellezza e emozioneSegnala il commento

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omALE ha votato il racconto

Esordiente

Ci sono i predicatori i Giudici e poi i Santi perchè Ascoltano E in ultimo i peggiori di tutti quelle anime dannate che mascherate da Angeli usano la parola per spargere il seme della discordia Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

è il primo testo che leggo qui, perché è il primo su in alto. Mi rendo conto che qui si chiede molto a chi scrive, almeno così mi sembra di capire. Ma va bene comunque. È una specie di avvertenza all'ingresso. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Offri spunti di ragionamento che si offrono al dialogo interiore e con un interlocutore. Mi verrebbe da rispondere banalmente con un: 'chi ha orecchie da intendere, intenda...' o con un: 'a buon intenditore...' ma c'è molto di più che un semplice messaggio. È un invito, una mano tesa ad ascoltare tutti. Complimenti Adriana e grazie! :-)Segnala il commento

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Alessandro D. Massa Larsen ha votato il racconto

Esordiente

Sei cresciuta, Adri. Grazie Segnala il commento

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di Adriana Giotti

Scrittore
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