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Fantastico

Le poetesse di Gurde

Di SL - Editato da Elisabetta di Maria
Pubblicato il 31/05/2018

Un mondo ctonio, paradiso o purgatorio, in cui il cronista si perde.

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I comignoli incassati nella melma gettavano fumi verticali.

Seduto su un tronco dimenticato dalla torba, Elmer ne sentì la grandiosità pagana. Che sotto quella terra acquitrinosa vi fosse una città affollata, gli procurò una vertigine che cercò di controllare e di protrarre, centellinando boccate lente dalla sigaretta.

Quiete di vento. Fumi verticali. Terra intrisa e greve. Sotto, Gurde. Il suo tepore etilico. La sua candida dannazione.

Fu allora che iniziò a spiacergli l’idea di farne un pezzo di costume.

Spense il mozzicone nel fango, affondandolo assieme alla suola.

Luci e festa.

Luci, festa e freddo. Tutti buoni tra Natale e Capodanno, sempre un minuto prima della mezzanotte, nelle allegre contrade senza orologi. Qui, sono anni - forse secoli, attimi - che la mezzanotte non arriva più: dai tempi dell’inaugurazione dell’acquedotto. Poi, è nata Gurde. Senza mezzanotte.

Lungo gli argini, osterie e taverne accesero lanterne colorate che, in assenza di tempo, non si sono più spente. Niente case. Solo locali dove la gente vive numerosa, mangiando qua o là, dormendo ovunque.

Oltre la cortina di luci, dentro il perimetro dei locali in muratura, svettano le masse di cera che riempiono gli isolati. Lì, nelle città di cera, i poeti poltriscono al freddo, modellando col calore del corpo comodi giacigli. I loro sonni modificano architetture e topografia. I sogni plasmano città nuove. Al risveglio, quando tutto è cambiato, vengono a prendersi un po' di caldo nelle taverne e dentro ai bicchieri.

Più misteriose dei poeti, le poetesse incidono parole nella cera. Graffi che alzano riccioli di materia rappresa. Versi destinati ad essere cancellati per sempre dal calore del sesso che vi fanno sopra.

Ovunque vi siano calchi dei loro corpi prima vi fu una poesia mai detta.

Quelle che hanno nelle parole il letto, così le chiama il Popolo delle Taverne. Sono donne che non amano trattenersi nei locali e quando lasciano le città di cera, in spregio alle intemperie, preferiscono le passeggiate dei canali e dei moli. Tra la torma infreddolita e il basculare di chi nei locali è stato troppo, assetate di calore, cercano le loro prede in visitatori che di Gurde hanno visto le luci e non ancora la notte. Sprovveduti, rimorchiati sui cigli dei canali mentre ubriachi si allacciano una scarpa, soffiano il naso, piangono dove nessuno li conosce o incantati, osservano il rosolare di un kebab. Sono gli spaesati, i dimentichi di sé stessi, a ispirare le poetesse. Li baciano come amanti tornati insperatamente dal fronte e loro si lasciano portare, cullati da quel dono, a cancellare i versi che gli somigliavano.

A nessun altro si concedono così. Non ai tavernicoli, né ai gitanti a tempo. Neppure ai poeti, a cui invece è riservato il privilegio di conoscere i loro versi, in quel tempo che sta tra stesura e concupiscenza.

Li si può scorgere in lontananza, dalle finestrelle dei bagni e dei retrobottega, vagare con le mani dietro la schiena tra archi e stalagmiti, come in cerca di funghi o accovacciati in lettura col mento nel palmo della mano. Poi, tornano dopo l’amplesso. Allora, altrettanto assorti, contemplano i calchi di natiche e schiene, grati che con quelli le autrici si diano a conoscere. E contemplando, a forza di associare testi e culi, qualcuno di loro finisce per invaghirsi di entrambi.

Io rinunciai a fare un pezzo di costume e non so più dir da quanto.

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Vittorio ha votato il racconto

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Stile unico, spero leggerre altro ancora, presto. Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Lo stile molto curato, nella scelta delle singole parole, amplifica il senso di desolazione e solitudine che pervade tutto il raccontoSegnala il commento

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