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Autobiografia

Le vipere

Pubblicato il 16/08/2020

Nel 1954 mia mamma aveva sei anni e viveva a Marausa, una frazione di un migliaio di abitanti del comune di Trapani dove suo padre faceva il capostazione

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Nel 1954 mia mamma aveva sei anni e viveva a Marausa, una frazione di un migliaio di abitanti del comune di Trapani dove suo padre faceva il capostazione. Per questa ragione è nata e ha vissuto la sua infanzia alla stazione di Marausa.

Al pianterreno c’era il magazzino per le merci, la biglietteria, la sala d’aspetto e l’ufficio del nonno; al primo piano c’era l’alloggio in cui mia mamma abitava con i nonni e gli zii. Le finestre della camera da letto incorniciavano i due binari della stazione.

Mia mamma non è una fifona, è una bambina coraggiosa. Però nel settembre del ’54, all’età di sei anni, ci sono due cose che le fanno tremare le gambe dallo spavento: le vipere e la scuola elementare.

A dire il vero di vipere non è mai incontrate finora, però ce ne sono tante acquattate fra gli sterpi e i giunchi dei campi circostanti. Intorno alla stazione è aperta campagna, e una volta che la nonna ha gridato e le è caduto a terra un piatto per lo spavento, ha visto lo zio Giò correre a prendere in giardino un bastone per acchiappare e buttare fuori di casa quella brutta bestiaccia.

Allora si capisce che il solo pensiero di vedersi sgusciare fra le gambe una vipera, quando percorre da sola le trazzere per andare in paese a sbrigare una commissione affidatagli dalla nonna, è un qualcosa che la fa morire di paura. Tanto più che lo zio Giò l’ha avvisata: le vipere sono velenose, e un loro morso può rivelarsi letale.

Per quel che riguarda il suo altro timore, ovvero sia il primo anno di scuola elementare, a dire il vero una soluzione l’hanno trovata. Sebbene per un bambino di sei anni non sia mai facile passare dall’ambiente giocoso e protettivo dell’asilo a un ambiente più severo e inquadrato come quello della scuola, la conoscenza della maestra al di fuori dell’aula l’ha rassicurata.

La maestra Pina abita a Trapani. Ogni mattina arriva alla stazione di Marausa col treno delle sette. Mia mamma ha preso l’abitudine di aspettarla sotto la pensilina, seduta sull’unica panchina con la cartella sottobraccio. Così si incamminano insieme a scuola, scambiando poche parole in quel tragitto quotidiano di un paio di chilometri, la maestra davanti e mia mamma dietro, a pochi passi di distanza.

Mia mamma non è timida, è una bambina estroversa. Però di solito una bambina di sei anni non dà subito confidenza a un adulto che non conosce, tantomeno se questo è il suo insegnante. Inoltre, la maestra Pina è diversa dalla nonna e dalle altre donne del paese; ha i capelli corti raccolti sotto dei cappellini a campana agghindati da un grosso fiocco, e indossa sempre degli abiti stretti in vita, delle gonne lunghe a tubino, le scarpe col tacco, le calze con la riga in mezzo fatte di un tessuto strano che le hanno spiegato si chiama nylon. È una donna di città, la maestra Pina; una donna studiata, come dice la nonna.

Col tempo mia mamma comincia a prendere confidenza con la maestra Pina, tanto che una mattina di fine ottobre, a ridosso delle vacanze dei morti, trova il coraggio di percorrere al suo fianco il cammino quotidiano che attraverso la campagna le conduce fino in paese. Le cammina così vicino da poterne sentire per la prima volta il profumo, una fragranza che la nausea e che la attrae al tempo stesso. Una fragranza che la spinge ad avvicinarsi, che dà il capogiro, che la incalza a dilatare le narici.

Poi è un attimo: il panico. A ogni passo un fruscio viscido, uno strofinio sgusciante, come di vipera in agguato fra i giunchi e le canne, pronta a slanciarsi da dietro il muretto a secco che fiancheggia il cammino. Si ferma, sbianca, sente venirle meno le gambe. Il terrore la blocca. La maestra Pina si volta, preoccupata. Cosa c’è che non va, le domanda.

La maestra la raggiunge e nei suoi passi mia mamma riconosce l’eco di quel sibilo minaccioso; la maestra la scuote, la prende per mano, cerca di tranquillizzarla. Andiamo, le dice.

Mia mamma è sospettosa, c’è qualcosa che non quadra. Mentre camminano, si divincola dalla stretta della maestra Pina, la osserva da dietro, turbata: le anche fasciate dalla gonna, le scarpe col tacco, la linea nera che le corre dalla coscia fino alla caviglia.

La linea nera che le corre dalla coscia fino alla caviglia.

Si fissa nella piega che c’è dietro al ginocchio, dove il nylon della calza si increspa e finalmente, tirando un gran sospiro di sollievo, capisce.

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albertomineo ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Lo stile narrativo è completamente diverso rispetto a "Le cose da fare" e "Morgan dei Bluvertigo". Qui manca quella spontaneità e freschezza che caratterizzano soprattutto il secondo racconto. Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Elkele ha votato il racconto

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Bravissimo narratore, tempi luoghi personaggi che scorrono e la voglia di stupore raccontata come solo la realtà, il più bel artificio! SalutiSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Molto interessante la costruzione... e la parte finale, che trasmette un'ansia vivida e quasi tattile/uditiva/visiva... un piccolo "noir da ansia infantile" narrato con maestria e sensibilità notevoli. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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di Bruno Leri

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