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Narrativa

Legittima difesa

Di fedigloria - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 06/12/2020

Se anche la vendetta è un atto di sopravvivenza

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La voce dello sconosciuto sale dal fondo dell’ufficio. All’inizio è solo un ronzio di insetto nel brusio distratto del tardo pomeriggio, ma nome e cognome sono nuovi di zecca.

Ernesto Bellintani gli concede un’occhiata pigra, poi torna a fissare lo schermo, si lascia scivolare sullo schienale e con un indice si allenta il colletto sudato. La chiusura è vicina, i condizionatori non fischiano già più. Proprio l’ora dei soliti grandi annunci.

Ma la voce sale di tono all’improvviso come a ripulire l'aria.

Ernesto solleva il mento dal monitor e guarda l’uomo sfilarsi la giacca, appendersela a una spalla in un gesto untuoso: il nuovo direttore marketing ha una camicia immacolata e una regimental fondo blu dal nodo troppo stretto.

«Una grande azienda richiede grandi doti» dice la voce in regimental, artefatta.

Ernesto stringe gli occhi, le palpebre bruciano. Il timbro, aspro, gli scava un buco al centro del petto.

«Competenza, rapidità…cattiveria - All’improvviso il caldo è insopportabile - Spero siate tutti pronti».

L’intero ufficio gli evapora intorno mentre Ernesto riapre gli occhi, giusto in tempo per vedere l’uomo in regimental arrotolarsi le maniche e scoprire un artiglio d’aquila sull’avambraccio destro.

Si sporge sui braccioli, allora, il polso nervoso urta la Bic nera che rotola sotto la scrivania ma senza produrre l’incanto che vorrebbe: è ancora tutto lì davanti a lui, nel disegno appuntito e ancora così nitido, persino da così lontano, sul braccio del suo nuovo capo. Lo stesso che non ha mai smesso di ricordare, e che rivede ogni notte e ogni mattina, sempre. Lo stesso che gli graffia la carne ogni giorno e ovunque vada, fino a ridurla a brandelli, e scavandogli la sua tomba dentro, e sempre più in fondo, dove nessuno può vederla.

Lo stesso artiglio di sangue che quattordici anni, due mesi e sei giorni prima gli ha strappato per sempre Teresa e i bambini.

Ernesto Bellintani lascia l’ufficio per ultimo.

Il lunedì alle cinque, quando Carlos Reyez esce dall’ascensore con il carrello delle scope, lo trova già alla scrivania.

Ernesto lavora per tutto il giorno a capo chino, spiando l’orologio a scatti. In mensa prende solo caffè, scansa la Betti che gli tiene sempre il posto e schizza di nuovo al pc. Va in bagno solo una volta. Non fa telefonate, non ne riceve. Non parla con nessuno.

Fila tutto liscio fino alle cinque. Un minuto dopo, in ascensore, Ernesto Bellintani digita il -1. Raggiunge l’auto, si siede alla guida e aspetta. Passa un quarto d’ora prima che la dannata regimental riappaia sotto i neon in fondo al garage.

Ernesto attende che la Volvo nera si metta in moto e l’asta si sollevi al suo passaggio. Poi gira la chiave. Tiene i pugni serrati sul volante mentre segue l’auto senza difficoltà, oltre il traffico del centro fino al Palmeto.

Infine la vede fermarsi davanti a un’elegante villa bianca. Allora spegne i fari, avanza a passo d’uomo, accosta dietro le siepi ordinate.

Ernesto sorprende il suo capo alle spalle quando è ormai sulla porta. Ha calcolato ogni mossa, ogni dettaglio, non apre neanche bocca: una pistola tra le scapole dice quel che serve.

Ma poi la porta si apre.

E le ciglia truccate, nerissime, di Teresa Bellintani sfavillano alla luce delle lanterne.

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