Ricordo che c’era vento quando fui testimone, per la prima volta, di un assassinio.

Erano le sette di sera e il sole tramontava stancamente in mare, tingendo il cielo di quei bagliori caldi che in agosto rendono l’aria serafica. Me ne stavo seduto sulla spiaggia di Valmas a guardare l’orizzonte e i giochi di luce sull’acqua che le Cicladi si impegnano, ostinate, a creare mentre in pochi prestano attenzione presi più dai preparativi per le notti insonni. Avevo scelto Valmas, minuscola spiaggia protetta dalla scogliera, per un piccolo momento di silenzio lasciando i miei compagni di viaggio indietro scoraggiati dalla camminata per arrivare lì. 

Grazie a dio, mi ero detto.

Me ne stavo seduto sul telo, il vento soffiava come in un imbuto sulla spiaggia, creando un bordone gentile che isolava i rumori dei pochi presenti. Era tutto lontano, tutto leggero, tutto finalmente pacifico. Il sudato esame di pediatria un ricordo lontano, l’ansia e la fatica sulle pagine scivolava via e finalmente anche quei quattro anni di relazione finiti così, quell’inverno, avevano cessato di starsene aggrappati tra la gola e lo stomaco e schiaffeggiarmi a tradimento. Mi guardavo intorno, avevo trovato un posto assoluto, sciolto dal prima e dal dopo. Ero lì e tanto bastava.

E fu così che la vidi.

Erano in tre, ridevano mentre lasciavano sulla sabbia le borse e i parei. Lo scrocio del mare e il soffio nelle orecchie non mi permetteva di sentire nulla di quello che dicevano anche se erano a pochi metri da me. Una di loro corse verso l’acqua, agitando le braccia come ad invitare le compagne a seguirla. I capelli biondi mossi, arruffati dalla brezza come una criniera ad incorniciare un volto perfetto e gli occhi verdi fieri e ammiccanti. Il corpo agile, tonico, il seno come scolpito accolto da un costume blu notte e le gambe come una cerbiatta che danzava ridendo. Stavo assistendo alla nascita di Venere, perché non poteva essere altro quello che avevo davanti.

Comprensibilmente, persi la testa.

Avevo nello zaino una vecchia agenda, di quelle in cui ti riprometti di scrivere gli impegni e le cose da fare ma la settimana dopo hai già mollato, e cominciai a scrivere versi liberi e impulsivi. Sapevo che che quello era un momento poetico e lei era poesia. Avevo bisogno di imprigionare quel momento su carta, perché avevo paura potesse sfuggirmi, ma io la volevo e ne sentivo il bisogno bruciante, anche se ero sempre stato incapace di scrivere anche un singolo verso decente in tutta la mia vita. Cominciai come un forsennato, scrivevo parole scarabocchiate mentre faticavo a staccarle gli occhi di dosso per leggere quello che tracciava la penna sul foglio che svolazzava nel vento: volevo cogliere ogni spruzzo d’acqua che le lambiva la pancia piatta e delicata, dovevo fotografare la luce che l’accarezzava sulle braccia abbronzate mentre scherzava con le compagne tra le ultime onde pigre della giornata.

Dovevo sentire la sua voce, il vento la copriva ma io dovevo. Era troppo bella, doveva parlare francese. Lo sapevo, parlava francese, doveva parlare francese o forse un inglese educato.

Madonna mia com’era perfetta. Oramai ero a pochi passi.

“Aò stronze! Passame er telo che c’ho la fregna gelata, puttana che freddo in acqua!”

Gelai.

No, non poteva essere. 

L’aorta mi pulsava nell’addome mentre una folata mi fece cadere di mano l’agenda. Avevano appena ucciso la donna della mia vita, davanti ai miei occhi.

Ricordo che c’era vento quando fui testimone, per la prima volta, di un assassinio.