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Narrativa

Lezione agli americani

Pubblicato il 16/03/2018

Se Bukowski avesse avuto una badante. Se Bukowski non fosse stato compreso.

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Mi chiamo Irmalotte, ho 64 anni e sono la badante di Heinrich Karl Bukowski.

Ah questo vecchietto! Nessuno lo conosce davvero per come è!

A voi che pensate sia un farabutto, un inetto della società, un destroide impotente e a voi convinti sia solo un gran lurido sessista ubriacone. Sapete che vi dico?! Stronzate!! Non sapete nulla.

Lasciatemi parlare un po'. Dico a voi, cari americani stolti.

Henry è la persona più sincera che io conosca.

Certo, fate bene a non credermi in parola: sono racchiusa nelle mura domestiche più di 20 ore al giorno, non ne conosco molta di umanità, ma ho imparato a intercettarne i punti salienti. Se l’umanità fosse una pietanza, io ne riconoscerei la ricetta dall’odore.

Grazie alla mia non-esperienza collettiva posso sentire quello che gli esseri umani, fuori allenamento o mai stati iniziati, non riescono più nemmeno ad abbozzare con la matita del pensiero. Nella vita, c’è chi scarabocchia pedissequamente la realtà e chi preferisce - ripudiando quella vera - immaginarla e, a volte, l’immaginazione si rivela essere il tratto più sincero.

Detto questo, volevo solo dirvi che le anime pure sono, talvolta, in abiti sporchi.

Sono quelle che dissipano il loro pudore e la loro dignità per le strade della città con l’aplomb di un paggetto che semina petali ai piedi della navata di una chiesa. Con delicatezza smascherano sé stesse prima che chissà chi altro possa pensare che stiano vivendo da bugiarde. 

Sono quelle che confondono gli orari dell’esistenza perché il tempo le ha ferite in ogni suo composto ticchettare.


Ogni alba mi sorprende a cavalcioni sul pavimento di legno. La ciccia delle mie ginocchia si incastra spedita come puzzle nelle fessure del parquet. Sono comoda nella mia situazione di malessere, comoda nel sentire il suo sguardo posato sui miei fianchi come mani che - potenti e delicate - sollevano una giara di vino. Niente malizia, che pensate?! Siamo due vecchietti in ricerca d’amore. Quello che ci accarezza è una brezza di morfina mista a sentori di bacon rattrappito.

È solo che ogni cosa sta al suo posto e i suoi occhi sinceri devono stare su una donna.

Strofino guardinga il pavimento. Il nostro tempo passato insieme è documentato dalle gommate chiazze rosseggianti saldamente ancorate al pavimento, come memorie che non voglio essere lavate via. Mi piace rileggere a terra lo sporco delle nostre serate. E mi piace, ancor di più, ripulirci la strada la mattina seguente. Sarò io, poi alla fine, la sua catarsi? Chissà!!


Abbiamo accettato, con amarezza, questa tortuosa e deprimente quotidianità a stelle e strisce.

Insieme, ma in modi e tempi differenti - da fuggiaschi tedeschi - abbiamo lasciato che venisse derisa la nostra pallida integrità, i nostri capelli fragili e le nostre precarietà familiari. Abbiamo accettato di essere violenti nel profondo ed abbiamo – a nostro modo – allontanato il male con la praticità di questo paese che, nonostante tutto, ci ha voluto graziare con una chance di vita quantomeno masticabile.

L’America per noi è stata la salvezza nel baratro. Un posto dove stare comodamente e poter stare parimenti molto incazzati. 

Liberi

Io ho potuto roteare come una vogliosa ed instancabile matrona. Senza un lavoro troppo automatizzante (nel senso poco letterale del termine), senza dovermi divincolare dalle mani poderose di un uomo o dalla sua armoniosa ma intermittente capacità di amarmi, senza reiterare con cura il passato e senza provare strane forme di dipendenza sociale.

Si può dire, forse, che ho edificato una vertebra del femminismo.

Beh in tutto questo nulla, con Henry, non mi sento mai sola.

Nemmeno quando spio - avviluppata in un angolo della cucina – il fervore delle sue accese ed anarchiche polemiche, il vezzo lussurioso dei suoi sfoghi e dei suoi ormonali chiacchiericci. 

Da solo, con una penna, con un libro, con un brano di Jean Sibelius o con una donna: poco importa.

È coraggiosamente con sé stesso.

La sua libertà mi gonfia le vele dell’animo. Mi irrobustisce le ossa e mi permette di volare alto con i pensieri. Leggera come una soubrette nella New York degli anni 50. Formosa come una musa felliniana.

Succede qui, in questa casa dove il tabacco alita di buono. Dove, ancora, il disfattismo è la parola magica dell’onestà.

Lo sapevate americani?

Con sporco rispetto.

Irmalotte

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