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Narrativa

LO CHIAMAVANO PALLOTTA

Pubblicato il 27/07/2021

Pallotta era un ragazzino con grande senso dello humor. O quasi...

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Antonio S. aveva un anno più di me. Ma nessuno lo chiamava Antonio. Nella classe, la seconda H della scuola Padre Niccolò Vaccina di un paesone del nord barese, tutti lo chiamavano Pallotta. Nel senso di piccola palla. Del resto è così che appariva. Sferico. Busto e testa sembravano due palline di gelato su un cono.

Antonio era un ripetente. 

Pallotta non amava essere chiamato Pallotta. Al massimo, Tonino (come una volta l'avevamo sentito chiamare dal suo amico, Verio Dente Rotto). Non è che si arrabbiasse immediatamente se sentiva qualcuno usare quella parola. Dipendeva dalle giornate. Dalle circostanze.

Ma quella volta lì, fu una di quelle in cui Pallotta non avrebbe gradito.

Le cose andarono più o meno così. Era l'ultima ora. Musica. Il professor Lenoci tentava di introdurci alla poetica dei Ricchi e Poveri cercando di insegnarci Che Sarà, brano del 1971 che la band aveva presentato a Sanremo in accoppiata con Josè Feliciano.

Impresa disperata, per Lenoci. 

Tra penne usate come cerbottane, chiacchiericcio e stridore di sedie sul pavimento, l'unica sinfonia che si riusciva a produrre era un solo un gran casino.

A un certo punto, Lenoci, signore sulla trentina, stempiato come Magalli e con il naso a patata, decise di far sentire la voce e urlò:”Ehhhh!”. Ma lo fece in modo intonato. Beccando alla perfezione un MI che ricordava l'attacco di una canzone di Venditti.

Pallotta, genio e sregolatezza, non resistette. E perfettamente in battuta aggiunse: “In-que-sto-mon-do-di-la-dri!!”. 

Standing ovation. Era stata un'uscita da maestro. Un exploit che trasudava anni di esperienza, ultimi banchi e soggiorni in presidenza. 

Inutile dire che la cosa non piacque al prof. «Chi è stato?», chiese Lenoci, pur sapendo benissimo che a intonare quel canto in omaggio al "cicalone de Roma" era stato Tonino S, in arte Pallotta. 

Vi giuro, non so com'è, ma trovai del tutto naturale mettermi in piedi e celebrare l’incredibile intuizione del compagno T. scandendo: «And the winner is: Pallotta!!». 

Altra risata di classe. Primo momento di gloria della mia insipida storia scolastica. 

Lenoci cominciò a picchiare sulla cattedra per ristabilire l’ordine. Poi mise una nota al povero Pallotta che, invece, con la sua uscita da maestro era stato il solo a riportare quella situazione senza forma sui binari di una lezione di musica alla quinta ora di un sabato autunnale. 

Pallotta avrebbe potuto attaccare qualsiasi cosa a quell'Ehhh in MI. E invece scelse di omaggiare la seconda arte, restando perfettamente in tema, anzi ricordando a Lenoci che era lì per fare lezione e non per pascolare un gregge.

Inutile. Lenoci non capì. E nemmeno il mio compagno. «Ti aspetto fuori» sibilò Tonino S, facendomi capire che fare la spia non era divertente e soprattutto si pagava a caro prezzo.

La campanella delle tredici suonò con una puntualità insolitamente sgradevole. Aspettai ad uscire. Passarono quasi 20 minuti.

Pallotta non resterà lì tutto questo tempo, pensai tra me.

Così, alle 13.20, mentre la bidella mi invitava a levarmi dai piedi, misi il naso fuori dal portone. 

Strada libera?

Sbagliavo di grosso. Appena girato l'angolo con Viale Venezia Giulia, mi trovai davanti Pallotta, accompagnato da Dente Rotto e suo fratello.

«Come vuoi morire?», mi chiese, mostrando anche una certa magnanimità. «Dai, ma che ti ho fatto?», fu l'attacco della mia maldestra difesa. «Guarda che per me sei stato un genio! - già andava meglio - E poi ero convinto che Lenoci sapesse benissimo chi fosse stato. Cacchio, Antò, ce ne siamo accorti tutti!».

Pallotta cominciò ad avanzare verso di me. «Lo so - rispose - ma tu l'infame non dovevi farlo lo stesso. E invece, per fare il simpatico, ti sei messo nella merda. E io, mo', qualcosa ti devo fare. Non può essere che te la cavi così».

Minchia - ho pensato -. Che mente! Che consapevolezza! Non è un bullo. Avrà un futuro in politica. Sarà classe dirigente. Magari un giorno ce lo ritroveremo sindaco! «Senti - gli dissi - facciamo così: tu hai dei testimoni. Facciamo sapere che mi hai pestato e amici come prima». 

Pallotta sorrise. «Sei proprio un cornuto!» si complimentò. E mi tese la mano sinistra. 

La cosa mi spiazzò. Non ricordavo fosse mancino. Per non contrariarlo ulteriormente e visto che eravamo lì lì per siglare una pace senza danni (soprattutto per me) non esitai oltre e, a mia volta, allungai la sinistra.

Con un gesto fulmineo, Tonino l'afferrò , mi tirò verso di sé e con la destra, che era chiaramente la sua mano, mi stampò cinque dita tra guancia e orecchio. «Chess jè la man dell’nfam - ringhiò -. E gli infami fanno sempre 'na brutta fine». Poi nulla. Tutto finito. Non mi fece male.

Va bene essere un despota illuminato, ma una lezione non poteva non darmela. Aveva una reputazione. Mentre io non sapevo neanche cosa significasse. 

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Divertente, la parte con Ehhhh ecc l'ho cantata :)Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Giampiero Pancini ha votato il racconto

Scrittore

La vita in bilico tra salvezza e bullismo degli studenti. Però che bei tempiSegnala il commento

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Coraline ha votato il racconto

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di NicolaDimo

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